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Il movente
Gli Epstein Files e la noia dei ricchi
Sulle schifezze non c’è niente da dire, dell’origine di tutto però si può parlare. I documenti del controverso finanziere dicono che chi ha più soldi non soffre la monotonia come chi non ne ha
Sulle schifezze non c’è niente da dire, se è vera anche solo una cartellina di fogli di quelle migliaia degli Epstein Files è abbastanza. Sulle schifezze non c’è altro da dire, non perché i fatti siano pochi, ma perché le parole arriverebbero ben acchittate e troppo in ordine e io non ce le voglio. Le spiegazioni sono sempre un’attenzione, un modo dell’addomesticamento. E’ una di quelle volte in cui se commenti stai già facendo un errore di categoria. “La legge farà il suo corso”, anche questa però mi pare al momento una grossa ambizione, ci sono troppi soldi e troppi poteri in giro. E allora il povero Cristo dall’altro mondo, il sottobosco sottoborghese con le regole, quelli con velleità di guardare dal balcone (io) che devono fare? Per quanto mi riguarda aspetto le sentenze con gli anni di galera e lascio tutto lì, a marcire, come un cadavere di corpo estraneo, ancora contagioso di qualche malattia mortale. Distanza è la cosa giusta da fare? E chi lo sa.
Sulle schifezze non c’è niente da dire, dell’origine di tutto però si può parlare. Di come una banda di milionari ben informati decide di andare tutti ospiti da uno di cui si sanno le cose peggiori, e gli si fa compagnia a portata di obiettivo fotografico. Il movente è quello che sembra, il più imbecille e il più grave, la noia? Direi di sì. Perché l’altro movente possibile del nefando sarebbe il denaro, qui non ce n’era bisogno, perciò è per forza la noia. E di noia si deve parlare. La migliore diagnosi l’ha scritta Fitzgerald: “Lascia che ti parli dei molto ricchi. Sono diversi da te e da me. Possiedono e godono troppo presto, e questo lascia un segno su di loro: li rende molli là dove noi siamo duri, e cinici là dove noi siamo fiduciosi, in un modo che, se non sei nato ricco, è assai difficile da comprendere. Essi pensano, nel profondo del loro cuore, di essere migliori di noi perché noi abbiamo dovuto scoprire da soli le compensazioni e i rifugi della vita. Anche quando entrano fino in fondo nel nostro mondo o sprofondano al di sotto di noi, continuano a credere di essere superiori. Sono diversi”.
Questo succedeva ai nati ricchi. Ma c’è una malattia perfino peggiore e che capita ai grandi parvenu. A loro la noia non succede come a noi, non la puoi chiamare “evento temporaneo di alcune giornate”, diventa una struttura che è lì, non si muove mai. Una specie di bassa pressione si prende tutte le giornate, e che ti fa pensare che di quello potresti morire. Non muore, il ricco, come il povero non muore di problemi e debiti, ma il povero per sopravvivere s’ingegna e guarisce dalla noia, dà alle mani qualcosa da fare, si distrae e passa le giornate. Il ricco non può farlo, perché gli mancano le esigenze di sopravvivenza. La noia ce l’ha e se la tiene, la bassa pressione resta in casa e lo tormenta. Il divario è reso ancora più incomprensibile perché adesso viviamo nell’epoca con meno noia praticabile. E’ proprio impossibile provarne. Ogni interstizio dell’attenzione è bello colonizzato, ogni secondo è notificato, c’è la mini-ebrezza della dopamina, hai diecimila canali tv a disposizione, sesso online, videogiochi per adulti, tutto. Essere stimolati è l’acqua dove ci hanno messi ammollo e la noia ordinaria è stata rimossa. Al suo posto c’è una distrazione coatta senza l’uscita, una sequenza infinita di “qualcosa” che ha completamente smantellato il sistema noia del millenovecento. La nostra noia si è diradata sì ma non è scomparsa perché l’abbiamo specializzata, ha cambiato forma ma la trovi ancora, ogni tanto. Fitzgerald racconta dei ricchi quella deformazione-tristezza-speciale, la noia come privilegio. Dalla saturazione viene una forma di durezza, dice. Se ogni cosa che voglio è possibile, allora che faccio?
Saltiamo un secolo e atterriamo nella cronaca contemporanea, gli Epstein Files – sì sì, con le verifiche che arriveranno e le cautele – suggeriscono qualcosa di simile ma più tetro: la noia nell’ultima incarnazione che è una sperimentazione fredda dell’ultrapotenza. Hybris distillata pura e irresponsabile quanto le pare. Qual è l’ultimo limite possibile dell’umano? Quello morale. Sfondiamo pure quel muro, quindi, decidono. La noia è un principio ordinatore negativo, è quello che move il sole e l’altre stelle, altro che amore. Fitzgerald aveva fatto tutto il sogno, mancava solo la previsione finale. Il rich boy è sospeso e infelice, poi evolve e diventa predatorio. Ecco, nel ventennio sovraprivilegiato e dove ci sentiamo sull’orlo del baratro, la noia si è ritirata in alto. E si è fatta sperimentale al massimo grado, si muove come un leone. Ed è assurdo perché nella mia testa la noia aveva – ha ancora – una struttura contemplativa. E’ un’immagine di un sé sdraiato e molle, ci sono io a otto anni che non so che fare in quelle infinite giornate estive del paese e leggo e scrivo fesserie per intrattenermi. E’ una società che diventa asimmetrica anche in un altro punto disgraziato, allora: i molti sono senza vuoto, i pochi ne hanno troppo, di vuoto. Ed è così strano. Perché ero abituata a pensare alla noia come all’ultimo problema democratico che aveva speranze di sopravvivere.