Cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali 2026 (AP Photo/David J. Phillip) 

Sopraffatti dallo spirito olimpico, che barba i grandi eventi

Giuliano Ferrara

L’anno liturgico della nostra mania di evasiva grandezza non finisce mai. Alla base l’equivoco della pace sostenibile, inutilmente invocata ogni volta come pegno dell’evento. Lo sport invece è i risultati, la competizione, la simulazione della guerra

Per la verità, anche quei ballerini scatenati in coreografie a vanvera nelle péniche sulla Senna, quell’ultima cena di pura blasfemia pop, Lady Gaga truccata da fatina sulle scale di pietra che immettono alle voies sur berge, quel piovigginoso e pomposissimo arrembaggio delle autorità tra il Trocadero e la Tour Eiffel, e più in generale le sfilate dei potenti, re, reucci, principessine, capi di stato, Epstein files e compagnia, non è che mi avessero poi così convinto. Belle le semplici barche fluviali, i bateaux mouches, con legioni di atlete e atleti coloratissimi e imbandieratissimi, fantastico il cavaliere d’acciaio che solcava la Senna nella notte. La telecronaca era di migliore fattura, questo sì, e le Olimpiadi sono quelle estive e monolocale, le nevose e disseminate hanno quell’aria farlocca e markettara del Grande Evento, nel senso del Marketing, ma pazienza, a ciascuno le sue preferenze, c’è il burino burino e il burino Armani & Majorettes, eppoi il duetto in tram di Mattarella e Valentino Rossi non era affatto male.

   

Ci facciamo piacere ogni tipo di evento, meglio se Grande Evento, e lo celebriamo ballando, sbandierando, petardeggiando e luccicando e cantando a favore di sgraziata telecronaca con doppio braciere, addirittura. Come non ci fossero da pagare, tutti gli anni, le tasse del Concertone il Primo Maggio, del raduno della notte di San Silvestro dal Lungomare di Bari, e dell’Italia che è tutta l’Italia tutta l’Italia tutta l’Italia tra i bouquet di San Remo. L’anno liturgico della nostra mania di evasiva grandezza non finisce mai. Alla base l’equivoco della pace sostenibile, inutilmente invocata ogni volta come pegno dell’evento. Lo sport è i risultati, è la competizione, è la simulazione della guerra e dell’eroismo in Alcibiade. Invece siamo sopraffatti dallo spirito o spiritualismo olimpico, l’idea di partecipare  e basta dell’immondo De Coubertin (definizione di Umberto Eco quando non era scrittore olimpico), la proiezione della pace come falsa coscienza dei cinque cerchi e delle tre regole latinorum della casa: citius altius fortius. 

           

San Siro, lo Stadio Olimpico secondo il Petrecca, era un congelatore in cui se ne stavano rinserrati e infreddoliti, muniti di braccialetto elettronico come i consegnati ai domiciliari, tanti fruitori inebetiti delle maschere di Bianchini Rossini e Verdini, come da facezia del telecronista, buona gente e fiduciosa che assisteva surgelata alla solita replica del circo equestre senza lo charme intimo e caldo del circo, con in più la solita Turandot di Bocelli. Perché alla fine i grandi eventi da stadio sono un po’ tutti uguali, la simulazione delle lucciole in tribuna e in curva, danze e scintillio colorato in campo, fantasia zero, ideuzze corrive tante ma una buona idea forte nemmeno a parlarne. La logica dell’intrattenimento a tutti i costi, almeno nei grandissimi eventi, è una sola e semplicissima: devi piacere a tutti, ti devi gustare fino in fondo il filmatino sullo chalet di montagna che fa da sfondo all’alzabandiera, e per piacere a tutti devi farti piacere tutto.

 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.