Dalla paura della sovrappopolazione al gelo demografico. Il mondo scopre di essere vecchio
Siamo tutti sulla stessa barca demografica: "Il tasso di fertilità in Colombia è di poco superiore a quello del Canada, la Giamaica è quasi ai livelli giapponesi", dice l'esperto Paul Morland. E avverte: senza inversione di rotta, il prossimo shock sarà finanziario. "I governi sono in prima linea, ma anche le aziende devono fare di più"
Dagli Stati Uniti arriva la notizia che il tasso di crescita della popolazione tra luglio 2024 e giugno 2025 è stato solo dello 0,5 per cento: uno dei più bassi dall’inizio del XX secolo. In Giappone alle elezioni di domenica il calo demografico e la possibile conseguente crisi del sistema previdenziale è al centro delle proposte dei nuovi partiti, con idee che vanno da un forte calo della pressione fiscale per incentivare la natalità all’utilizzo massiccio di robot e Ia per compensare il calo di manodopera. Anche in Italia vengono reiterati allarmi sull’effetto che il calo demografico potrebbe avere sul pil. Il tema è stato discusso al World Governments Summit che si è tenuto a Dubai dal 3 al 5 febbraio. Tra gli esperti che vi è intervenuto Paul Morland, della Birkbeck, University of London. Iniziamo a chiedergli a proposito di un paradosso: queste notizie arrivano in un modo in cui per molti anni le preoccupazioni sono state soprattutto per i tassi di natalità eccessivi e la sovrappopolazione a livello mondiale. Sta cambiando la prospettiva ora? “Ho la sensazione che la prospettiva stia cambiando molto più lentamente della realtà. Vivo in un mondo di demografi che si preoccupano delle poche nascite, ma mi stupisce di quante persone tra i non esperti pensano ancora che viviamo in un mondo di popolazioni in forte espansione. Anche se capiscono che il loro paese ha un problema, pensano che nel resto del mondo sia diverso. Non si rendono conto che il tasso di fertilità in Colombia è di poco superiore a quello del Canada, nelle Filippine non è molto più alto che in Francia, e in Giamaica è quasi ai livelli giapponesi”.
Quali potranno esserne le conseguenze? “L'invecchiamento comporterà sempre più richieste al governo, per l'assistenza sanitaria, l'assistenza sociale, le pensioni. Allo stesso tempo, sempre meno contribuenti saranno in grado di finanziarlo, da cui un crescente indebitamento dei governi. Non è un caso che l'Italia, con una delle popolazioni più anziane al mondo, abbia uno dei rapporti debito/Pil più alti. La mia preoccupazione è che la prossima crisi finanziaria si verificherà quando il governo dirà che dobbiamo continuare a spendere, che non possiamo più tassare, che stiamo prendendo in prestito dai mercati, e i mercati diranno basta. Nell'ultima crisi finanziaria sono stati i governi il debitore e il prestatore di ultima istanza che hanno tenuto in piedi l'economia. Nella prossima crisi, se i governi falliscono, non so chi prenderà il posto del debitore e del prestatore di ultima istanza”.
Ma è una situazione temporanea o potrebbe persistere e peggiorare? “È un quesito molto interessante. Il baby boom del dopoguerra è arrivato dopo gli anni '20 e '30, quando ci si era resi conto che in alcuni dei paesi più avanzati del mondo, non solo Gran Bretagna e Germania ma anche Italia e Francia, i tassi di fertilità erano troppo bassi. Nessuno si aspettava in realtà un baby boom nel dopoguerra, e nessuno capisce appieno perché sia successo, ma è successo. Ora siamo a tassi di fertilità molto, molto bassi, ma sono fiducioso che sia possibile fare invertire la tendenza. Giuste politiche governative, giuste posizioni e approcci sociali, giuste azioni da parte delle imprese e dell'opinione pubblica. È possibile, non dobbiamo disperare”.
E quali potrebbero essere queste strategie di risposta? “Suggerirei ai governi di affrontare le ragioni finanziarie per cui le persone non hanno figli, e di riflettere anche su come si possa fare in modo che le persone desiderino avere figli. Penso anche che le aziende potrebbero fare molto di più. Perché, ad esempio, ci sono così tante palestre nelle aziende, negli uffici e nessun asilo nido?”.
Ma, alla fine, da dove nasce il problema? “Da un cambiamento nei nostri valori, per cui avere figli cessa di essere normale e naturale. Siamo altamente istruiti, siamo molto urbanizzati, siamo ricchi, abbiamo altre cose da fare. Per questo abbiamo bisogno di una nuova cultura del pronatalismo. Se non lo facciamo, e se ogni generazione è la metà della precedente, e la successiva la metà ancora, avremo enormi problemi economici”.