Alessandro Barbero (foto LaPresse)
Il caso Barbero, la libertà d'espressione e i suoi limiti
Il prezzo della libertà di parola sono le fake news; e il prezzo della lotta alla disinformazione è rinunciare alla libera espressione delle idee di tutti
Massima solidarietà ad Alessandro Barbero, che ha ricevuto il marchio infame della disinformazione dai fact checker di Meta per il suo video sul “no” al referendum. Ma da dove arriva la moderazione dei contenuti su Facebook e Instagram? Come avviene? Con quali finalità? Davvero il governo italiano dovrebbe scendere in campo, come alcuni chiedono, e spezzare le reni a Mark Zuckerberg? In realtà, questa vicenda mette bene in evidenza le ipocrisie e le contraddizioni sia di chi oggi grida alla censura, mentre ieri voleva oscurare i contenuti altrui, sia di chi si trova (e si trovava) nella posizione opposta.
L’introduzione del fact checking professionale nasce dalle pressioni, politiche e poi anche regolatorie, per il contrasto alla disinformazione. Il modello utilizzato dalla piattaforma americana prevede un accordo con organizzazioni indipendenti (di cui 29 in Europa, compreso Open, responsabile del “flag” a Barbero), che intervengono sulla base delle segnalazioni. Come riferisce AgendaDigitale.eu, nel primo semestre 2024 “sono stati utilizzati oltre 150.000 articoli di fact-checking per etichettare e ridurre la viralità di più di 30 milioni di contenuti su Facebook e circa 990.000 contenuti su Instagram”. Questa prassi si è successivamente incanalata nell’ambito del Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo sulle responsabilità delle piattaforme. Il Dsa ha incorporato il Code of Practice on Disinformation, un codice precedentemente volontario a cui Meta aveva comunque aderito, che impegna i partecipanti a prendere misure concrete contro le fake news.
Il ricorso ai fact checker è intrinsecamente imperfetto, sia perché in ultima analisi si affida alla sensibilità di questi ultimi, sia perché le loro risorse (anzitutto, il tempo) sono limitate. Non si può materialmente inseguire qualunque affermazione falsa o parziale degli utenti, quindi ci si concentra giocoforza su quelle che hanno maggiore diffusione. Soprattutto nel periodo post Covid, la verifica dei contenuti si è imposta come una sorta di standard globale: in Europa attraverso il diritto eurounionale che ne ha fatto uno strumento per responsabilizzare i social network, mentre oltreoceano il presidente Joe Biden ne fece insistenti richieste (che poi ebbero molto spazio nella retorica Maga sulla censura). Non stupisce, allora, che dopo la vittoria di Donald Trump, negli Usa Meta abbia abbandonato il fact checking, passando alle community notes sulla scorta di X/Twitter: quando ciò accadde, molti di quelli che ora si stracciano le vesti per Barbero gridavano all’attentato alla libertà di informazione, rallegrandosi che, nell’Ue, Meta avesse mantenuto il fact checking, coerentemente col Dsa.
In un mondo in cui le piattaforme fanno fact checking per evitare di essere accusate di promuovere la disinformazione, Barbero è qualcosa di più di una vittima collaterale. Al fondo, la questione riguarda il modo in cui la politica intende ingaggiare le piattaforme: quanto più esse vengono ritenute responsabili per i contenuti caricati dagli utenti, tanto più finiranno per adottare approcci cautelativi. Coerentemente, preferiranno bollare come disinformazione un’opinione più o meno minoritaria che lasciarsi sfuggire una bufala, col rischio poi di essere accusate della sua circolazione. Questo non è un impazzimento della maionese: è la maionese stessa. Del resto, quando da una parte si invoca il reato di negazionismo climatico e dall’altra il bando delle serie tv in cui i mafiosi appaiono simpatici (solo per citare due esempi relativamente recenti), è evidente che la moderazione dei contenuti sui social è solo strumentale. A quel punto, fa relativamente poca differenza se i compiti di psicopolizia vengono affidati a uomini in divisa oppure delegati alle piattaforme online, e se queste ultime se ne assumono la responsabilità o li esternalizzano a soggetti terzi.
In altre parole, il cuore della faccenda non è Barbero, ma quali siano i limiti della libertà di espressione e chi debba stabilirli. Chi difende lo storico deve avere il coraggio di accettare anche gli sproloqui di Heather Parisi sui vaccini; e chi vorrebbe oscurare questi deve sacrificare Barbero (e viceversa). Il prezzo della libertà di parola sono le fake news; e il prezzo della lotta alla cosiddetta disinformazione è rinunciare alla libera espressione delle idee di tutti. Ciascuno valuti, in scienza e coscienza, quale sia il bene superiore e se mettere le chiavi della nostra libertà in mano alla politica, ai suoi sgherri o agli sgherri degli sgherri sia il modo più sicuro per tutelarlo.