FACCE DISPARI
David Meghnagi: “Un'alleanza bipartisan contro l'antisemitismo”
Il professore e membro della Società psicoanalitica italiana invita a diffidare di un "nuovo" tipo di antisemitismo che si nasconde dietro l'"antirazzismo"
Un’alleanza bipartisan per la difesa della democrazia: è la formula indispensabile per porre freno alla crescente deriva di un antisemitismo di tipo "nuovo", che ha riscoperto una falsa innocenza declinandosi come "antirazzismo": è questa, alla vigilia del Giorno della Memoria, la convinzione del professor David Meghnagi, membro della Società Psicoanalitica Italiana, fondatore della rivista Trauma and Memory e direttore per due decenni del Master in Didattica della Shoah all’Università Roma Tre, il primo in Europa.
La commemorazione annuale delle vittime dell’Olocausto, il 27 gennaio, si svolge ormai in un clima molto diverso rispetto al passato. È un cambiamento strutturale o un umore contingente esploso per il conflitto nella Striscia di Gaza?
Da latente l'antisemitismo è tornato manifesto. A differenza del "vecchio antisemitismo", il nuovo antisemitismo non nega la tragedia della Shoah. In modo cannibalico se ne appropria trasferendo le immagini demoniache, un tempo rivolte contro gli ebrei, sullo "Stato degli Ebrei". In questa perversa logica lo "Stato degli Ebrei” diventa "l'Ebreo degli Stati", colpevole ontologicamente per il solo fatto di esistere. Diverse ricerche dimostrano che i sentimenti d’odio antisemita non sono scaturiti in conseguenza della conflagrazione bellica seguita all'eccidio genocidario compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, ma nella sua immediatezza, riesumando come causa prima dei fatti la nascita dello stato di Israele nel 1948.
Però anche allora la guerra fu scatenata dai paesi arabi.
È una circostanza taciuta o relegata in secondo piano o anche legittimata. In questa perversa logica Israele è colpevole per il fatto di esistere, e non per ciò che fa o non fa. Come nella vecchia teologia del disprezzo, la colpa è originaria. In questa logica, figlia della guerra fredda, si preferisce dimenticare o si ignora che negli anni cinquanta e sessanta oltre ottocentomila ebrei furono costretti a fuggire dagli stati arabi in cui risiedevano ben prima delle conquiste e invasioni arabe e che Israele in quella guerra perse l’uno per cento della popolazione, pari in proporzione agli italiani che morirono nella Prima guerra mondiale, e questo avvenne appena tre anni dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale e della tragedia della Shoah. Chi si trasferì in Europa, per esempio in Francia, non si sente oggi al sicuro. La demonizzazione del sionismo, un movimento di emancipazione nazionale, si è affermata nelle Nazioni Unite negli anni settanta. L'Assemblea delle Nazioni Unite nel 1975 identificò a maggioranza il sionismo col razzismo. Due anni prima c'era stata la guerra del Kippur e nel 1972 la strage alle Olimpiadi di Monaco. La falsa equazione voluta dagli stati arabi e dal blocco filosovietico fu revocata per rendere possibili i successivi accordi politici, ma è rimasta sottotraccia ed è riemersa potentemente.
Questa narrazione fu sponsorizzata dall’Unione Sovietica, dai paesi arabi, dal blocco terzomondista, eppure suggestiona ancora l’opinione pubblica dell’Europa occidentale e molti campus americani. Perché?
L’antisemitismo proposto come "antirazzismo" consente di sentirsi anticolonialisti senza pagarne i costi. In questa perversa alleanza il nazionalismo panarabo, i movimenti terzomondisti e filosovietici hanno offerto patenti di legittimità anticoloniale ricevendo in cambio un atteggiamento di riguardo sulla violazione dei diritti civili e sull'oppressione delle rispettive minoranze.
Cosa suggerisce?
Bisogna incrementare le buone pratiche nella vita universitaria e nell’informazione pubblica. Curare le parole malate in cui è avviluppato il dibattito su conflitti che hanno origini lontane e che richiedono saggezza per essere affrontati. Occorre riportare al centro la complessità del reale e della conoscenza anche nella comunicazione e nella divulgazione.
A cosa si riferisce?
L'antisemitismo diventa estremamente pericoloso quando assume una valenza politica. All'epoca dell'Affaire Dreyfus la sinistra francese faticò molto inizialmente a comprendere che la questione la riguardava direttamente. La falsa accusa contro un capitano ebreo metteva in discussione le conquiste democratiche del paese. Negli anni venti e trenta l'antisemitismo spianò la strada al nazismo. L'antisemitismo ha oggi una dimensione geopolitica che non va sottovalutata. Se i discorsi di odio antiebraico, declinati come "antisionismo", divampassero, non sarebbe solo un problema per gli ebrei ma per la convivenza democratica tutta.
La diagnosi è chiara. Qual è la ricetta?
Un’alleanza bipartisan tra le forze democratiche, che devono marciare assieme per proteggere la libertà e la tolleranza in nome dei valori costituzionali. Ci si può dividere su mille altre questioni, ma non su questa perché è vitale per la nostra democrazia.