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Italia Borghese
“Quattro ristoranti” specchio dell'Italia. La tradizione vince sempre sull'innovazione
Mai una volta che piaccia la novità. La morale che emerge dal programma di Alessandro Borghese è chiara: siamo un paese conservatore, diffidente delle innovazioni, sicuro dopo infinite fregature che le sorti siano raramente magnifiche e ancor meno progressive
In Italia la sinistra non vincerà mai. Ma per capirlo è inutile sciropparsi l’ennesima intervista dove Elly Schlein dice sì al campo largo, Giuseppe Conte dice no e su tutto il resto dicono forse. Basta e avanza, ed è anche più divertente, guardare Alessandro Borghese – Quattro ristoranti, che oltretutto va in onda più o meno negli orari in cui sta spignattando anche lo spettatore, il che funziona da stimolo (se invece ci si vuol sentire degli chef stellati, c’è sempre Cucine da incubo con Antonino Cannavacciuolo, si sa che oggi la tivù mangia facendo mangiare). Quattro ristoranti è all’undicesima edizione, già 123 puntate, e il format semplicissimo. Si scelgono quattro locali nelle più amene località del paese accomunati da una caratteristica, che con il moltiplicarsi delle puntate diventa sempre più bizzarra. Per dire: il miglior ristorante per bikers della Ciociaria, il miglior ristorante delle Marche gestito da moglie e marito, il miglior ristopub di Torino (sì, Torino, non Dublino).
Ognuno dei quattro gestori dà i voti agli altri tre sulla base di locale, menu, servizio, conto e specialità locale; nei suoi folli outfit da stilista daltonico, Borghese ispeziona le cucine sollevando cappe e smontando affettatrici finché il colpevole non viene preso con le mani nello sporco e poi fa sapidi commenti su ricette e impiattamenti. La formula è, volutamente, la più ripetitiva possibile. Il bravo conduttore dice sempre le stesse cose allo stesso momento, con frasi che ormai sono un codice di riconoscimento per la setta dei fan (“Vado a prendere i taccuini”!): l’interesse, più ancora che nel contenuto dei piatti, sta nel comportamento di chi li cucina, perché il meccanismo della competizione trasforma paciosi osti in Stalin e delle gentili sfogline in lady Macbeth. Ma insomma il successo del programma è tanto e tale che al GialappaShow Max Giusti fa un Borghese così riuscito che ormai è Borghese ad assomigliare alla sua imitazione.
Regolarmente, a ogni puntata, la grande dialettica, che però non arriva mai alla sintesi, è quella fra tradizione e innovazione. Di fronte al tremilionesimo piatto tipico di un Paese dove la cucina cambia ogni venti chilometri, anche con asperrime dispute sul vero ripieno del tortellino e la corretta gratinatura della cozza, si scontra chi vuole l’ancestrale ricetta cotta e mangiata come si è sempre fatto, e chi osa varianti e/o aggiunte, alcune relativamente innocue, altre che possono spingersi fino alla perversione della carbonara di mare o dello stufato vegano (i vegani hanno stufato noi, però: ogni volta che si esce si devono scartare quattro ristoranti, e non in tivù). Bene: vince sempre la tradizione. Mai una volta che piaccia la novità. Concesso e non dato poi che la sinistra sia effettivamente innovativa e non una minestra riscaldata, la morale è chiara: l’Italia è un paese naturaliter conservatore, diffidente delle innovazioni, sicuro dopo infinite fregature che le sorti siano raramente magnifiche e ancor meno progressive, convinto che si stava meglio quando si stava peggio. Con i piedi sotto la tavola, ma anche in posizione eretta, Medioman vuole ancora e sempre lo spaghettino della mamma, il ragù della nonna, il brodo primordiale degli avi, insomma l’eterno ritorno del sempre uguale. Insomma, la Dc, rassicurante come il bollito delle feste e la pastarella della domenica. E quanto a democristianitudine, tanto più efficiente quanto meno confessata, Gggiorgia non la batte nessuno. Quindi Elly e i suoi sous chef sono destinati a perdere da qui all’eternità. E senza che nessuno “possa ribaltare il risultato” (cit.).
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