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Le parole e le cose

“Stintillìo” di conchiglie: la lingua (specie di un bambino) più che descrivere, illumina

Stefano Picciano

Una bambina di terza elementare e un meraviglioso errore capace di svelare la natura del linguaggio, suggerire le potenzialità del lessico, mostrare il valore della parola

E’ accaduto così, in un momento apparentemente ordinario, durante una di quelle passeggiate così preziose per chiarirsi le idee su qualcosa di importante, per definire magari la struttura di un articolo o semplicemente per concedersi un momento in cui l’osservazione prevalga sull’agire. Camminavo sulla riva del mare insieme a mia figlia, tra la tenue luce di novembre e un silenzio infranto unicamente dallo scrosciare delle onde sulla battigia, dai sospiri della risacca, dal vento di nor-dest che preannuncia la stagione invernale. Lei, a un tratto, si è abbassata e, spostando le conchiglie sulla battigia, ha sussurrato: “Ecco lo stintillìo delle conchiglie”. Mi sono chinato, incuriosito, sul denso strato di frammenti che sempre il mare abbandona nel punto estremo in cui esaurisce il suo cammino, nella curiosa sorpresa di una parola che pareva richiamare la dimensione uditiva (tintinnìo) e al contempo quella visiva (scintillìo), per descrivere quel caratteristico insieme di riflessi e gorgoglii che si ha sulla riva del mare.

Ho pensato, allora, che l’intensità dell’esperienza è sempre direttamente proporzionale all’attenzione: è attraverso la parola che noi prendiamo consapevolezza della realtà e ogni sguardo premuroso e amorevole, vincendo la superficialità che a volte ci pervade, può in certa misura concorrere ad amplificare l’avvenimento delle cose: “Ciò che si vede – afferma Sören Kierkegaard in una suggestiva annotazione – dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno scoprire, ma al tempo stesso un atto creativo”. Tanto inattesa quanto implacabile, la novità arrivava dalla voce di una bambina di terza elementare, con un meraviglioso errore capace di svelare la natura del linguaggio, suggerire le potenzialità del lessico, mostrare il valore della parola. Certo, avrei potuto notare il luccichìo che sempre le onde lasciano nel loro ultimo traguardo, avrei potuto ascoltare lo sciabordare delle conchiglie nel reciproco urtarsi o il parlottare della corrente, ma questo fenomeno finora inesistente – proprio in quanto non ancora nominato – a un tratto portato all’essere da quell’inedito vocabolo mi sarebbe stato senz’altro precluso: la parola è sempre un’approssimazione all’essere, un gesto con cui restituiamo all’esistenza le parvenze che intravediamo nelle cose. Un’amplificazione, un potenziamento della realtà (forse in questo senso Andrea Zanzotto definì la poesia come “qualche cosa che, nel momento stesso in cui si genera, accresce la realtà”) attraverso l’avvenimento di una parola apparentemente trascurabile o infantile, che il computer continua insistentemente a segnalarmi come errata, che avrei potuto tralasciare con un sorriso di superiorità o indifferenza, e che invece, a ben vedere, ha saputo ampliare la vastità del mondo, favorire la densità di uno sguardo, fissare la profondità di un istante. Torna così alla mente ciò che scrisse Martin Heidegger commentando un passo di Stefan George: “Nessuna cosa è là dove la parola manca: solo là dove per una cosa è stata trovata la parola, la cosa è una cosa”.

Compito della parola non è appena un generico descrivere ma, si potrebbe dire, un illuminare: di qui deriva l’importanza del lessico, che troppo spesso è considerato entro una dimensione quasi ornamentale e che invece ha a che fare con l’essenza (e ciò vale, si noti, per la realtà esterna ma anche e soprattutto per l’interiorità) del vedere, del sentire, del pensare. Ecco perché mi è parso un dovere quasi sacro raccogliere, come una sinestesia sorgiva e sorprendente, questo “stintillìo” nato a Riccione, durante una passeggiata sulla riva del mare. E mi è sorta nell’animo una sottile contentezza, intuendo che forse proprio dai bambini – così privi delle precomprensioni che annebbiano lo sguardo nella noia del già saputo – possiamo imparare a stare di fronte alle cose e persino accorgermi, come notava Oscar Wilde, che il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.

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