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dare un senso

Fra i tanti sprechi di oggi, un barlume di speranza la offre chi non ha nulla

Sergio Belardinelli

Lo spaesamento dei giovani e l’assurdo affannarsi di tanta cultura contemporanea per dimostrare, allegramente, l’“infinita vanità di tutto”. Questa sorta di nichilismo vacanziero, che non ha nulla a che vedere col senso del tragico e della serietà della vita, finisce invero per trasformare in farsa persino le tragedie

Capita spesso di sentirsi ripetere che bisogna consumare in modo intelligente e sprecare di meno. Mi sembra un suggerimento da prendere molto sul serio, a condizione che non abbia nulla a che fare con l’ostilità ideologica al consumo, alla produzione e al mercato di tipo capitalistico, assai diffusa nei nostri paesi cosiddetti avanzati, e molto abbia invece a che fare con la consapevolezza dei privilegi che abbiamo e dell’opportunità, estetica oltre che morale, di un consumo meno volgare e sprecone di quello che ci raccontano le cronache di Capodanno. Ciò che voglio dire è che questo tipo di consumo non piace neanche a me, addirittura mi fa venire in mente il Gorgia platonico, dove Callicle, uno dei personaggi del dialogo, se ne fa in qualche modo il cantore: “Ma sì; la vita felice sta appunto nel provare tutti i desideri possibili e nel godere di poterli soddisfare”. Socrate gli obbietta che in questo modo felice sarebbe colui che, avendo prurito, può grattarsi per tutta la vita. E Callicle acconsente, poiché è convinto che la felicità consista appunto nell’avere desideri e nel poterli soddisfare. Sennonché per Socrate “il bene e il piacere non sono la stessa cosa”, anzi, il bene consiste soprattutto nella capacità che abbiamo di “tenere a freno i nostri desideri”, di soddisfare cioè soltanto quelli che sappiamo possono renderci “migliori”.

Se ci pensiamo bene, una certa logica del consumo, quella che non mi piace, accoglie in pieno l’indicazione di Callicle. Non vorrei tuttavia che si prendesse l’esortazione socratica a “tenere a freno i nostri desideri” come una critica radicale della società dei consumi in quanto tale. Socrate infatti non accetta l’identificazione della felicità con la capacità di soddisfare i nostri desideri; potrebbe considerare volgare il fatto che le cose vengano guardate esclusivamente dal punto di vista della loro consumabilità e lo spreco che ne consegue, ma non avrebbe nulla da ridire su una società nella quale sono aumentate le possibilità di consumare. La considererebbe anzi un’opportunità che consente finalmente alla gran maggioranza delle persone di guardare al proprio bene e alla propria felicità senza la pressione del bisogno. Quanto allo spreco, il messaggio socratico contiene un corollario che considero particolarmente importante. Esiste infatti uno spreco che si vede – il riscaldamento troppo alto nelle nostre case, la gran massa dei cibi che buttiamo nella pattumiera, i vestiti che teniamo inutilizzati negli armadi, i cellulari che cambiamo quando sono ancora perfettamente funzionanti, tanto per fare qualche esempio –, ma ne esiste anche uno che non si vede, assai più dannoso del primo, al quale raramente dedichiamo l’attenzione che merita: è lo spreco di felicità.

 

Per fare qualche esempio, tra poche settimane vedremo le Paraolimpiadi invernali di Milano-Cortina e certamente ci lasceremo trascinare dalla bellezza dei gesti atletici dei protagonisti; le cronache dei giornali si soffermano spesso su episodi straordinari di persone disabili che, poniamo, servendosi di protesi, fanno ciò che i cosiddetti normodotati non riescono a fare, oppure di tetraplegici che riescono a governare barche a vela soffiando i comandi in una cannuccia, di altri che diventano grandi scienziati e scrivono libri di successo riuscendo appena a muovere un dito, e via di seguito. Ebbene la domanda che sempre mi pongo quando mi capita di leggere certe storie o di incontrare fisicamente qualcuno dei protagonisti è sempre la stessa: quanta volontà, quanta determinazione, quanta fatica, quanta passione sono state necessarie affinché queste persone potessero coronare i loro sogni? Provo poi a guardare il nostro mondo “normale” dal loro punto di vista e ciò che vedo è appunto uno spreco indicibile. In tutti i sensi.

Sprecare energia elettrica o buttare cibi d’ogni tipo nelle pattumiere è certamente volgare e offensivo nei riguardi dei poveri del mondo, inclusi quelli che abbiamo intorno a casa. Ma che dire dello spreco che facciamo del nostro tempo, delle nostre forze, dei nostri pensieri, della nostra libertà? Non è forse più offensivo ancora? Rimossa la domanda sul nostro bene, ecco la ricerca spasmodica dello “sballo” da parte delle giovani generazioni, lo spaesamento annoiato di quelle meno giovani, la difficoltà a dare senso alle nostre povere vite e, nel contempo, l’assurdo affannarsi di tanta cultura contemporanea per dimostrare, quasi allegramente, l’“infinita vanità di tutto”. Questa sorta di nichilismo vacanziero, che non ha nulla a che vedere col senso del tragico e della serietà della vita, finisce invero per trasformare in farsa persino le tragedie. Così, in tanto spreco, può succedere che bisogna andare a mendicare un po’ di coraggio e di speranza proprio da coloro con i quali la vita è stata più dura.

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