Onesti inganni. Mago Silvan si racconta

Vittorio Bongiorno

 Sorriso garbato, abito elegante e un’esistenza votata all’arte dell’illusione, tra divulgazione e varietà. “Oggi l’uomo è affascinato dall’alta tecnologia, ma rimane sempre stupito quando il prestigiatore a mani nude fa apparire e scomparire una moneta”

Dice che il piccolo Aldo Savoldello aveva sette anni quando, in villeggiatura con la famiglia a Crespano del Grappa, venne chiamato come aiutante da un oscuro mago in una pizzeria. Come tutte le storie mitologiche di formazione, dopo il gioco delle monete sparite quel tizio gli aveva detto davanti a tutti “sei tu il mago!”. Il ragazzino rimase sconvolto: da quel giorno lontano ogni giorno, ogni mese, ogni anno, quel bimbo dagli occhi sognanti aveva esercitato intelligenza e cuore fino all’estremo per stupire il pubblico di tutto il mondo, facendo sparire e ricomparire monete, carte, colombe, ma anche una Rolls-Royce bianca e un elefante del circo, per poi tagliare a pezzi e ricomporre decine e decine di bellissime ragazze. La sua carriera di mago era cominciata ufficialmente a soli undici anni, all’oratorio Don Bosco di Venezia, dove aveva tenuto il suo primissimo spettacolo di ben quattro ore: si faceva chiamare Saghibù, dalle iniziali del suo cognome “Sa”, e “ghi” e “bu” come omaggio ai noti prestigiatori e illusionisti della prima metà del Novecento Otello Ghigi e Ranieri Bustelli. A sua insaputa, nel 1956, un suo compagno di classe l’aveva iscritto al programma televisivo per giovani promesse “Primo applauso”, condotto da Enzo Tortora e Silvana Pampanini, dove aveva brillantemente superato le selezioni. La tv italiana aveva cominciato le trasmissioni da un paio d’anni e il fascino della novità era irresistibile: il giovane mago Saghibù, già elegantissimo, in frac e capelli lucidi di brillantina, conquistò tutti facilmente. E dice che fu proprio la conduttrice Pampanini, viste le sue doti portentose, a suggerirgli di cambiare nome e prendere magari in prestito il suo, facendogli sparire la “a” finale. Era nato così, come in un film hollywoodiano, il mago più amato della storia: Aldo Savoldello in arte Silvan. Che oggi viene festeggiato con il lussuoso libro fotografico “Silvan. Legend of magic” pubblicato da Florence Art Edition in 350 copie numerate. Il libro è un autentico scrigno delle meraviglie contenente foto rare, poster e memorabilia di settant’anni di magia e televisione, con testi di colleghi maghi internazionali come Lance Burton e Luis De Matos, e contributi, tra gli altri, di Francesco Maria Mugnai, Raul Cremona, Massimo Polidoro.


Con il protagonista festeggiato ci sentiamo telefonicamente più volte per organizzare un’intervista per Il Foglio. Quando lui mi richiama esordisco dicendogli che avevo il telefono in mano per contattarlo. Lui ridacchia sornione: “Sono i miei straordinari poteri telepatici”. L’aspetto forse più seducente del successo di Silvan è proprio la sua garbata simpatia, grazie alla quale mette in chiaro immediatamente ciò che sta per compiere, e cioè un trucco, ma che lascerà tutti senza parole. E quando Silvan racconta anche un semplice aneddoto appena accaduto è davvero un fiume in piena, e un piacere per chi lo ascolta.


“L’illusione è una forma di spettacolo antichissimo che da sempre affascina l’uomo”, ha raccontato in passato, “non magia intesa come superstizioni medievali praticate da medium o chiaroveggenti, maghi o guaritori ciarlatani. Ma solo l’artista prestigiatore che inganna onestamente il pubblico sapendo di stupire attraverso l’eleganza di un gesto e un’adeguata presentazione verbale”. Nella sua arte magica, perché è di questo che parliamo, il trucco smette di essere un trucco e diventa una domanda filosofica. Lo spettatore, pur sapendo di essere ingannato, sceglie deliberatamente di credergli. Si affida a lui. E’ in quello spazio dilatato e luccicante che da più di mezzo secolo abita Silvan, mago gentile, figura televisiva archetipica in abito elegante e sguardo ironico. “Una persona civile come tante altre”, si definisce lui, “spontanea, istintiva, razionale, consapevole dei suoi limiti nell’esplicare professionalmente l’arte della magia intesa come prestidigitazione”, e ci tiene a precisare immediatamente: non parliamo di età, parliamo di magia. Divenuto presto un’icona pop ha attraversato la televisione in bianco e nero, il varietà, la divulgazione scientifica, senza mai tradire il principio fondamentale della sua professione a cui ha votato tutta la sua esistenza: l’onestà dell’inganno. “Oggi continuo a studiare e amare la mia professione forse per un legame mentale assorbito in questa mia prima infanzia”, continua lui, “ho ricordi che emergono dal mio inconscio, come tributo a tutto ciò che rappresenta l’irrazionale. Oggi l’uomo è affascinato dall’Intelligenza Artificiale, l’alta tecnologia e Avatar al cinema, ma rimane sempre stupito quando il prestigiatore, a mani nude, fa apparire e scomparire una moneta”. Un gioco, in fondo, molto semplice. Gli chiedo se è vera la leggenda di sua madre, disperata, che lo porta da bambino a farlo visitare all’“isola dei matti”, San Servolo: “Fu papà a portarmi dallo psichiatra, non la mamma. Spesso mi chiudevo a chiave per ore nella mia stanzetta per studiare e preparare i miei esperimenti tratti da libri di magia nera, occultismo e spiritismo recuperati nelle bancarelle di libri usati. Certamente non adatti alla mia età. Papà pensò che qualche rotellina del mio cervello non funzionasse e mi portò da uno psichiatra suo amico, il Prof. Cappelletti di Venezia il quale, dopo avergli ricomposto una cordicella da lui stesso tagliata, rassicurò mio padre: ‘Tutto perfetto, il maghetto è bravo e intelligente’”. Ride compiaciuto Silvan, nonostante avrà raccontato l’aneddoto migliaia di volte, perché la sua vita è stata davvero straordinaria come raccontato nel libro: dalla Venezia ipnotica e misteriosa delle calli strette, delle maschere e degli angoli nascosti alla Parigi degli anni ‘50. Dai grandi club famosi ma che lo pagano poco agli spettacoli in Portogallo, Nizza, Cannes, Monte Carlo con star immortali come Juliette Greco, Charles Aznavour, la compianta Brigitte Bardot. A dodici anni incontra casualmente Orson Welles a Venezia, durante una pausa del film “Otello” e il giovane mago fa comparire una chiave in tasca al gigante del cinema, appassionato di illusionismo, che rimane così colpito dal gesto tanto da citarlo anni dopo in apertura del suo “F for Fake” del ‘73. 

  

A Parigi conosce uno dei più grandi illusionisti dell’epoca, Channing Pollock, che vede in lui un successore e gli suggerisce il numero con le colombe

  
Nel ‘57 Silvan a Parigi conosce uno dei più grandi illusionisti dell’epoca, il mitico Channing Pollock: famoso per il numero in cui candide colombe bianche compaiono dalle sue flessuose mani, vede nel giovane mago un possibile successore e gli suggerisce di introdurre nel suo repertorio il numero con le colombe, che diventa il pezzo forte di Silvan per anni. Nel ‘58 fa coppia con Carosone in Germania e nel ‘59 torna in scena a Parigi addirittura con Josephine Baker. Nel 1961 viene visto a Londra dall’impresario Mark Leddy che lo porta a New York all’Ed Sullivan Show, il programma televisivo più importante di tutti i tempi, da cui sono passate star come Dean Martin, Jerry Lewis, Beatles, Rolling Stones, Elvis, Bob Dylan, ed è la consacrazione internazionale.


“Mi perdoni questo eccesso di immodestia: non ho mai registrato un insuccesso”, dichiara quando gli chiedo delle difficoltà riscontrate nel costruire nei primi anni un personaggio credibile: “Non si sorprenda. Indipendentemente dalle forti emozioni dei debutti teatrali e televisivi in tutto il mondo ho praticato la mia professione interpretandola nel modo più affine e in sintonia con la mia persona. Mi ritengo un uomo fortunato. Sono me stesso anche fuori dal palcoscenico, come potrebbe essere un vescovo con i paramenti cattolici in chiesa e in borghese”. In realtà la fortuna, con la magia, c’entra poco, essendo questa antica disciplina fatta al cinquanta percento di esercizio e all’altro cinquanta di psicologia. “E’ uno studio continuo di ricerca creativa e psicologica. Creare emozioni e capire che non basta sapere come funziona il trucco ma anche come funziona la mente umana, utilizzando a proprio vantaggio gli errori di ragionamento dello spettatore” corregge lui.

   

In un programma di Piero Angela, Silvan mette in guardia milioni di spettatori da una truffa che fa leva sul falso potere delle pseudoscienze

   
Sfogliando una qualsiasi pagina del libro si aprono sottotrame, intrecci, accadimenti davvero straordinari che un artista “normale” metterebbe insieme in almeno un paio di vite: al Moulin Rouge viene visto dall’impresario Lou Walter che lo porta a Las Vegas per un contratto di un anno al Tropicana Hotel per due spettacoli a sera per 365 giorni, l’anno dopo va a Hollywood in uno spettacolo con Duke Ellington condotto da Bing Crosby. Nel ‘64 è ingaggiato a Beirut, nel ‘67 al Palladium di Londra con il famoso comico Ken Dodd e viene scoperto da Marcello Mastroianni al quale Silvan presta poi le mani nel film “Diamonds for Breakfast”. Nello stesso periodo incontra in un parco il grande Robert Harbin, il geniale illusionista che aveva inventato il numero “Zig Zag Girl”, la ragazza tagliata a pezzi in una scatola, esperienza che Harbin aveva descritto in un rarissimo libro diffuso in sole 500 copie. Tra i due nasce una complice amicizia e anche Harbin, come in precedenza Pollock, suggerisce a Silvan di far suo il numero, che questi porta in tv a “Canzonissima” nel 1971 con una giovane e impaurita Loretta Goggi tagliata a pezzi ma sorridente. La sua popolarità è ormai inarrestabile, il suo volto elegante e la sua voce flautata diventano catalizzatori che catturano la fiducia del pubblico. Per questo nel 1978 viene chiamato da Piero Angela nel programma “Indagine sulla parapsicologia”, dove Silvan si presenta in studio indossando un camice da chirurgo per inscenare un’operazione a mani nude, con tanto di sangue che sgorga dall’intestino del finto malcapitato: ovviamente è tutta un’illusione, l’uomo sul lettino non ha alcuna malattia e Silvan non lo guarisce da nulla, se non dalla magnifica illusione. Con la sua voce vellutata e il sapiente uso delle mani mette in guardia in modo definitivo e senza possibilità di appello milioni di telespettatori da una truffa molto redditizia che fa leva su psicologia, paura e l’immaginario potere delle pseudoscienze. Sono gli anni di Uri Geller, l’illusionista famoso negli anni ‘70 per i suoi presunti poteri psichici che gli permettevano, tra le altre cose, di piegare i cucchiai, e dei fantomatici guaritori filippini a cui si rivolgono famiglie in difficoltà truffate clamorosamente dietro lauti compensi. Nel 1989 Piero Angela fonda il CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, di cui Silvan diventa Socio Emerito.

   

La magia “è uno studio continuo di ricerca creativa e psicologica”. Capire non solo come funziona il trucco, ma come funziona la mente umana

  
Qualche anno prima aveva smontato sempre in tv i presunti poteri di Gustavo Adolfo Rol, l’inavvicinabile e intrigante sensitivo torinese famoso per essere, tra le altre cose, consigliere di Agnelli, Fellini, Zeffirelli e una lunga sfilza di personaggi famosi. Nella trasmissione “Tg l’una”, reperibile nel suo canale YouTube, Silvan propone al giornalista Enzo Stinchelli di replicare la lettura di un libro chiuso, uno dei famosi “esperimenti” che Rol soleva proporre in casa solo agli amici. Nel video Silvan ingaggia con il giornalista Stinchelli un numero davvero sorprendente: “Rol è un paragnosta… io un prestigiatore”, gli dice con fare teatrale, “tra noi due ora si interpone una nebbia fittissima, giallastra, attraverso questa nebbia io cercherò di indovinare il concetto di quello che lei sta leggendo”. Con esperta arte da consumato attore Silvan sussurra, l’operatore lo inquadra in primissimo piano, gli occhi accesi, le mani grandi che fluttuano nel vuoto, ansima a un certo punto, chiede a Stinchelli di concentrarsi. E poi azzecca la frase scelta a caso, o forse no, che importa. In fondo l’esibizione è stata spettacolare e del resto Silvan lo dice prima di cominciare: lui è un mago e c’è un trucco. Un mago dichiara di mentire, un ciarlatano no. Per la cronaca, il sensitivo Rol, morto a Torino nel 1994, si è sempre sottratto a qualsiasi tipo di confronto, mentre Silvan continua instancabilmente a esibirsi, a studiare e sperimentare. Non a caso il giornalista e divulgatore scientifico Massimo Polidoro scrive nel libro: “Ci sono persone che, con la sola forza dell’eleganza e dell’onestà, riescono a fare luce anche tra le ombre più dense del mistero. Silvan è una di queste”.


Gli chiedo infine una riflessione sul significato profondo della magia, dopo una vita sul palco, e soprattutto in un mondo in cui il “fake”, la realtà illusoria, è all’ordine del giorno. Silvan sospira, deve aver visto e vissuto tante vite straordinarie: “Senza tirare in ballo il faraone e Mosè… Pensi che 3300 anni prima di Cristo in Mesopotamia esisteva un’entità’ superiore il cui nome è inciso in caratteri cuneiformi nelle tavolette di argilla…”, fa una pausa scenica, prende fiato, la voce quasi un sussurro impercettibile, “dai Druidi, ai Sumeri e agli Assiri... Da quando l’uomo ha cominciato a camminare eretto ha cercato di combattere i suoi simili servendosi non della clava o della forza fisica ma dell’astuzia, dell’intelligenza e della psicologia. E’ questo il senso profondo della magia. La vita sarebbe monotona e perderebbe parte del suo senso se non avessimo a qualsiasi età la possibilità di stupirci”.

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