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I MOMENTI CRUCIALI DELLA STORIA

La lotta, fattore vitale della natura umana che in Europa abbiamo scordato

Michele Silenzi

La lotta, qui, sta a significare l’unica autentica forma di partecipazione alla vicenda umana. Esserci è lottare, e lottare è produrre: innovazione, grandezza, e certo talvolta anche tragedia. Ma dà senso perchè in essa di avverte sempre "lo scopo"

Gli europei, in questo momento cruciale della loro storia millenaria, dovrebbero restringere i concetti con cui si confrontano. Nel profluvio di discorsi, crisi, eventi storici ed emergenze permanenti, bisogna fare in modo di individuare un punto attorno a cui provare a riorganizzare la propria identità culturale. In fin dei conti basterebbe trovare un singolo concetto forte di cui riappropriarsi, un punto di leva fondamentale attraverso cui tentare di risollevare i nostri destini (o almeno da cui iniziare a parlarne). E questo concetto potrebbe essere, molto semplicemente, quello di “lotta”. La lotta è l’unica componente umana che “conferisce senso” a ciascun individuo e che, allo stesso tempo “fa muovere la macchina” sociale. La lotta dà senso perché in essa si avverte sempre “lo scopo”. Perché nella lotta, come minimo, lo scopo è la lotta stessa. La lotta è di per sé attività, ci toglie dall’immobilità, è un fare, ci sottrae dalla percezione di stasi mortifera, ed è la forma più radicale di confronto con l’altro. Allo stesso tempo, fa muovere la macchina sociale, nel senso che quel meccanismo che sta alla base di ogni società sana, la competizione, cos’è se non una pacifica sublimazione della lotta?

 

Allo stesso tempo, perché giochiamo? Perché anche su un campetto di periferia, quando non c’è niente in palio, ce le diamo di santa ragione giocando a calcio? Perché sotto un umido tendone di plastica giochiamo a tennis come se quella terra rossa fosse l’ultima ridotta da difendere? Nella lotta, nell’agonismo, che è appunto un derivato della parola greca agon, troviamo sempre un senso. E se manchiamo di agonismo, beh, significa che iniziamo a mancare di vitalità. Inutile stare qui a fare discorsi su quanto lo spirito “dell’importante è partecipare” ha portato danni irrimediabili dall’istruzione in su, in ogni settore della nostra società. Bisognerebbe riformulare la cosa in maniera più sensata: “l’importante è lottare”, non vincere (roba da film americani anni Ottanta in cui si chiamano i figli “campione”, per carità!), ma lottare, quello sì è vitale. Per tornare alla componente più politica dell’agonismo, la smania di “nuovi riconoscimenti” da cui siamo stati afflitti nell’ultimo decennio abbondante di cultura woke è stata, paradossalmente, vivificante perché ha generato lotte e contrasti. Evidentemente, in un’epoca di apparente fine della storia e pace semi-universale, c’era bisogno di auto-generarci, di auto-indurci cause di lotta interna, per tenerci svegli, per non farci rammollire del tutto nella convinzione che fossimo giunti veramente a un punto in cui tutto era risolto. Questo ha fatto muovere la macchina della storia, spesso più male che bene, ma ha permesso una forma di “avanzamento” a cui in qualche modo si è chiamati a rispondere con nuove formule, con nuove modalità. Non si può rimanere immobili dinanzi alla lotta che si scatena, pena la sconfitta o, peggio, la rassegnazione.

 

Per dirla con esempi pedestri: woke e Trump sono stati, e sono ancora, parte della lotta, forse due facce della medesima medaglia. Ma dove sta l’alternativa? Nel brodino tiepido dell’unione europea? Nel suo paternalismo regolatorio di cui si auto-alimentano i suoi burocrati? Non credo proprio. Nell’Europa piuttosto, nella sua colossale storia culturale che si è forgiata sempre nella lotta! Ricordate la canzonatoria e geniale frase di Orson Welles nel film Il terzo uomo? “In Italia sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento, in Svizzera non ci fu che amore fraterno. Ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucu’!”. La lotta, qui, sta a significare l’unica autentica forma di partecipazione alla vicenda umana. Esserci è lottare, e lottare è produrre: innovazione, grandezza, e certo talvolta anche tragedia.

 

La lotta, per il nostro discorso, non sta a significare guerra, sebbene la guerra sia certo una lotta, se non la lotta per eccellenza. E, certo, lo sappiamo fin troppo bene, i cannoni della guerra rombano ai nostri confini. Ma è evidente che non è la nostra partita. Altrimenti, per molto meno, in altri decenni, ci saremmo gettati nella carneficina da un pezzo (e i motivi “razionali” o “geostrategici” c’entrano ben poco, abbiamo fatto guerre nella nostra storia per molto meno rispetto a quello che sta avvenendo). Non ci buttiamo nella mischia vera e propria, nella guerra guerreggiata, semplicemente perché non siamo pronti, perché non siamo più allevati alla lotta, non siamo abituati. Può essere un bene? Forse, ma allora dobbiamo dare il benvenuto alla rassegnazione. Non si può essere attivi senza lottare. Non riusciamo più a cogliere il fatto che la lotta sia un bene in sé perché sta alla base della capacità stessa di ogni singolo uomo di volersi attivare e stare nel mondo confrontandosi con gli altri. Quindi, qui in Europa, prima di fare programmi di riarmo faraonici, con quelle armi che altrimenti rischierebbero di essere niente altro che una sorta di mazzetta versata alla nostra cattiva coscienza, sarebbe il caso di iniziare a raccogliere le idee attorno alla lotta. Capire se ne siamo ancora all’altezza, se conserviamo sufficiente vitalità per confrontarci con questa componente essenziale della natura umana. O se invece siamo diventati troppo vecchi, per storia e demografia, per pensare di poter ancora lottare.

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