Google creative commons
Sostanze a scopo cultuale
C'è il rifiuto del cartesianesimo dietro al boom delle Chiese psichedeliche
Il trionfo di questi riti non testimonia soltanto l’allontanamento delle masse dalle cosiddette religioni tradizionali. Deriva da una più sottile tendenza a far coincidere la spiritualità con l’individualità, al punto da rinnegare l’esistenza esterna, quella che il corpo percepisce e la coscienza razionalizza
Qualche settimana fa gli Swat – le unità speciali della polizia che siamo abituati a veder irrompere nei telefilm – hanno arrestato un leader religioso dello Utah, reo di somministrare sostanze psicotrope durante le funzioni. La setta denominata Singularism, infatti, distribuisce ai fedeli dei funghi allucinogeni per garantire loro esperienze mistiche; facendo leva sulla libertà di culto, il leader di Singularism ha ottenuto un permesso temporaneo per proseguire nella pratica e attende una sentenza federale che, da più parti, si prevede favorevole. In Italia non siamo abituati a scene così spettacolari (al massimo c’è stata l’irruzione dei carabinieri in provincia di Cremona, località Gallignano, per sgominare un sacerdote che si ostinava a dire messa durante il Covid), ma negli Usa il contenzioso fra forze dell’ordine e chiese psichedeliche è all’ordine del giorno. La novità è che, sempre più spesso, sono le chiese a ottenere ragione in tribunale, vedendosi riconosciuta la liceità di utilizzare a scopo cultuale sostanze che, fuori dal sacro recinto, sarebbero proibite.
La più diffusa a questo scopo è l’ayahuasca, alla lettera “tè della morte”, che causa ai fedeli visioni spesso accompagnate da un cospicuo quantitativo di vomito – forse perché, durante queste miraçoes, entrano in contatto con la parte più profonda di sé stessi. Convinzione comune a tutte le chiese psichedeliche è che l’uomo sia una specie di cipolla, il cui strato più esterno è il corpo, quello intermedio la coscienza e quello intimo lo spirito, raggiungibile soltanto attraverso esperienze extracorporee e in stato di incoscienza. E’ una convinzione le cui radici risalgono alla più elegante antichità. Ancor oggi fior di studiosi dibattono su quale fosse la natura delle sostanze allucinogene assorbite, durante i misteri eleusini, tramite l’assunzione di bevande come il ciceone: una mistura di acqua, vino, orzo e menta cui gli iniziati aggiungevano probabilmente l’ergot, il fungo della segale cornuta (è la tizzonara che a inizio Novecento aveva causato un’epidemia di visioni ad Alicudi, storia vera raccontata in un bel romanzo di Marta Lamalfa per Neri Pozza, L’isola dove volano le femmine).
Chi è invece abituato a fare la comunione sa bene che i benefici dell’ostia non contemplano le allucinazioni, caso mai una migliore disposizione d’animo in piena coscienza. Nel corso dei secoli, il cristianesimo ha abbandonato l’idea che l’esperienza religiosa acquisisca valore attraverso la perdita del sé, valorizzando progressivamente la devozione consapevole, se non razionale. E’ interessante notare come i grandi mistici cristiani – da Ildegarda di Bingen a Teresa d’Avila, da Francesco d’Assisi a Giovanni della Croce – si collochino tutti prima di Cartesio; quelli successivi, tipo Padre Pio, vengono osservati con scetticismo o sopportazione dalla stessa dottrina. Cosa c’entra Cartesio, si potrà obiettare. C’entra: perché al padre del razionalismo dobbiamo l’aggiornamento di due questioni chiave su cui verte il misticismo. La prima è la distinzione fra materia e pensiero, ossia corpo e coscienza, che oggi viene sensatamente rifiutata dalla comunità scientifica; l’altra, fondamentale, è la rilevanza di Dio come garante della realtà, non come ente a essa contrapposto. Basta aver fatto il liceo per ricordare come, secondo Cartesio, ad assicurarci che quanto percepiamo non è un’allucinazione, è l’esistenza di Dio, in quanto essere trascendente infinitamente buono e (gnoseologicamente) orizzonte veritativo assoluto su cui fondare qualsiasi certezza razionale e sperimentale.
Il trionfo delle chiese psichedeliche d’oltreoceano non testimonia soltanto l’allontanamento delle masse dalle cosiddette religioni tradizionali. Deriva da una più sottile tendenza a far coincidere la spiritualità con l’individualità (mica per niente Singularism si chiama così), al punto da rinnegare l’esistenza esterna – quella che il corpo percepisce e la coscienza razionalizza. Quel nucleo che viene chiamato spirito, da raggiungere con l’aiutino delle sostanze psicotrope, non è solo l’estremo rifugio degli strafatti; è il tentativo di mettersi sulle orme di un Dio trascendente inattingibile, un Dio nemico della realtà.