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la discussione

Si fa presto a parlare di conservatorismo

Carlo Marsonet

Un po' di luce su una tradizione di pensiero commendevole prendendo spunto dal dibattito sollevato sulla rivista online Lisander. La faccenda non è semplice

Conservatorismo: sogno o realtà? Più che altro un incubo, a dar retta alla maggior parte degli intellettuali e di chi si occupa, con più o meno serietà, di storia delle idee. Si sa, infatti, che il lemma viene associato immediatamente a fascismo, estrema destra, reazione: insomma, a una tradizione di pensiero plurale e commendevole. Eppure, guardando alla storia del concetto, la faccenda è un po’ più complessa. Sì, perché la parola assume contorni diversi, talvolta anche irreconciliabili, a seconda delle epoche e dei luoghi, è bene tenerlo a mente. Dopo tutto, ciò che in Europa viene presentato come liberalismo, è noto che nel mondo anglosassone assume ben altro significato già a partire dalla fine dell’Ottocento: una forma più o meno attenuata di socialismo. Giova dunque prendere contromisure per capire, prima di giudicare. L’occasione viene offerta dalla discussione sulla rivista online Lisander – peraltro diretta da una colonna portante di questo giornale, Sergio Belardinelli – iniziata dall’articolo di Danilo Breschi. A muovere le riflessioni di Breschi è soprattutto un’intuizione, quella di un sentimento di perdita. In un mondo che si muove sempre più velocemente, argomenta lo storico del pensiero politico pistoiese, il conservatore è preoccupato non tanto del movimento, ma della sua velocità senza limiti. Ecco dunque uno, se non il più importante elemento del conservatorismo, secondo l’autore: il limite. Non è allora il progresso in quanto tale il problema, ma il suo ergersi a “ismo”, cioè a ideologia: il progressismo. Sorge dunque la domanda: che cosa conservare?

 

Se lo chiede anche, nel suo commento, Flavio Felice. Essere conservatore, in un mondo in cui poco o nulla merita davvero di essere conservato, è un bel problema – d’altro canto, si domanda Dario Caroniti, possiamo davvero equiparare esperienze storiche così differenti come quella europea e quella americana? Cosa tramandare quindi alle future generazioni? Forse qualcosa c’è, in fondo: un certo scetticismo nei confronti di chi si arroga la presunzione di indicare non una via tra le tante possibili, ma la via da seguire. In tal senso, possiamo parlare di una certa attitudine o predisposizione frenante: rispetto a cosa? Del potere, è ovvio; e per quale fine? Il rispetto assoluto della libertà della persona umana di scegliere cosa fare della propria vita. Secondo questo preciso aspetto, si potrebbe anche dire che un certo conservatorismo e un certo liberalismo si possono trovare a combattere una battaglia comune: quella contro il costruttivismo. Si tratta, scrive Antonio Allegra, di una sfiducia condivisa. E cioè quella nei confronti dei poteri taumaturgici della Ragione.

 

Quando l’uomo pensa infatti di aver trovato il segreto della perfezione sociale, ecco che lì si annidano i germi dell’incubo totalitario: si può usare qualsiasi pretesto si voglia, per qualunque fine si scelga e titillando ogni gruppo “eletto” si preferisca. Ma il risultato sarà sempre il medesimo, e a pagarne le conseguenze è comunque la libertà delle persone in carne e ossa di vivere con dignità secondo un proprio piano di vita. Ecco, scrive Allegra, che un certo conservatorismo e un certo liberalismo possono incontrarsi, senza per questo fondersi, all’insegna dell’educazione al conflitto. “Imparare a considerare la pluralità di valori non come minaccia ma come fisiologia delle società libere” può essere davvero il punto di partenza per riconoscere nell’altro qualcuno di cui avere rispetto: senza per questo condividerne la visione sociale ma, nemmeno, avere la presunzione di potergli imporre la propria.

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