il colloquio

Ridere del nonsense con David Sedaris

Antonio Monda

Quattro chiacchiere con il comico americano che ci assolve dai nostri peccati e ci assicura che il mondo lì fuori è molto più raccapricciante dei nostri difetti. Tanto vale scherzarci su

Ritengo che Federico Fellini avesse ragione quando affermava che i comici sono benefattori dell’umanità, e ho sempre giudicato un segno di miopia e ottusità il fatto che non siano mai adeguatamente apprezzati dalle giurie dei premi letterari e cinematografici. Con poche eccezioni, il mondo intellettuale tende a relegarne le opere nel ghetto dei generi, attribuendo importanza solo quando si tratta di qualcosa che abbia rilevanza sociale o politica. Non voglio tediarvi stilando la lunghissima lista di grandi artisti che hanno realizzato capolavori attraverso l’umorismo, a cominciare da Aristofane, Molière e Mark Twain, tre personalità di epoca e realtà culturali assolutamente diverse, e per quanto mi riguarda, prediligo coloro che raggiungono gli effetti comici attraverso il nonsense, insomma quelli maggiormente svincolati da ogni possibile messaggio: i fratelli Marx, ad esempio, o Woody Allen quando scrive: “La Rivoluzione russa scoppiò quando i servi della gleba capiscono che lo czar e lo Tsar erano la stessa persona”. O Mel Brooks che in quel film geniale che è “Frankenstein Junior” fa danzare il tip tap all’erede dello scienziato insieme alla sua creatura.

 

 

Di questi argomenti ho parlato spesso con David Sedaris, che ho conosciuto dopo aver letto e amato i suoi pezzi umoristici sul New Yorker. In quella prima occasione, rimasi colpito dalla sua altezza decisamente modesta e la voce estremamente nasale, caratteristiche che ha saputo trasformare in strumenti della sua comicità, che mescola quello che gli americani chiamano self deprecating, la presa in giro di se stessi, con lo sguardo sgomento sulle assurdità del mondo: per David, il nonsense non è tanto nel suo umorismo, ma nel mondo stesso. Quando abbiamo cominciato a frequentarci mi sono reso conto che non pensa affatto di rappresentare la normalità, ma ritiene che quanto vede attorno a sé è costantemente più inquietante rispetto ai difetti, le ossessioni e le debolezze che esibisce in pubblico: credo che sia questo il motivo per cui ci tiene a essere sempre gentile, persino formale. Da quando è diventato un autore di best seller, passa gran parte dell’anno in tournée in ogni parte del mondo, dove propone uno spettacolo al quale spesso invita a partecipare membri del pubblico. Insieme al compagno Hugh Hamrick, apprezzato scenografo, ha vissuto a lungo in Europa, ma poi ha deciso di tornare a New York: “Amo profondamente Parigi e Londra”, mi ha spiegato, “ma a New York c’è la Statua della Libertà”.

 

 

Di origine greca, è cresciuto a Raleigh, capitale della North Carolina, insieme a un fratello e quattro sorelle, una delle quali, Amy è a sua volta un’umorista di successo che spesso costruisce insieme a lui sketch esilaranti nei quali David scherza sulla propria omosessualità, il vizio del fumo e l’uso di droghe. In questo gioco di specchi e sfottò partecipa a volte come personaggio anche Hugh, mentre è più complicato il rapporto con il resto della famiglia: quando “Me talk pretty one day” divenne un caso editoriale, Wayne Wang l’opzionò per realizzarne un film, ma poco prima dell’inizio della lavorazione David e Amy decisero di ritirarsi dal progetto, preoccupati per come sarebbe stata rappresentata la famiglia sullo schermo. Nonostante la delusione, il regista reagì, per usare le parole di David, “come un principe”, ma la vicenda rivela un atteggiamento di assoluta protezione nei confronti di un’istituzione che è il primo a fustigare ripetutamente. Quando gli ho chiesto se ritiene che nella famiglia ci sia sempre qualcosa di sacro, mi ha dato una risposta che lasciava aperta ogni possibile interpretazione: “Devo alla mia famiglia se sono diventato David Sedaris”. In occasione del suicidio della sorella Tiffany, ha pubblicato un testo toccante intitolato “And now we are five” e a un anno di distanza dalla morte del padre Lou ha dato alle stampe “Happy-Go-Lucky”, nel quale ha affrontato senza remore i loro rapporti.

 

 

Col tempo ho imparato che alcune espressioni che usa in privato sono diventate parte della sua routine teatrale, come ad esempio rats, intercalare che usa abitualmente per esprimere il disappunto. Lo stesso vale per gli abiti, sfacciati e divertenti, o per usare un termine che ama, flamboyant: la realtà è che per David non esiste un confine tra la vita e la messa in scena, e anzi la seconda rende possibile la prima. “Da piccolo – racconta – ritenevo che una volta raggiunta la maturità avrei avuto un pensiero da adulto”. E’ una battuta che ripete spesso e che rivela allo stesso tempo compiacimento, impotenza e malinconia. E’ fiero di essere rimasto un bambino, David, ma pure ne soffre, e sull’idea di maturità e cambiamento torna spesso con battute fulminanti: “Non ho la più pallida idea di come cambiare la gente, tuttavia tengo con me una lunga lista di possibili candidati, nel caso dovessi impararlo”. Il suo umorismo nasce da una profonda, incontenibile curiosità: quando ha incontrato Daniel Libeskind ha voluto sapere come nascessero i suoi progetti architettonici, come lavorava con le amministrazioni pubbliche e poi ha cominciato a fargli domande specifiche sulle costruzioni di palazzi, musei e grattacieli. Era affascinato da un mondo del quale non sapeva quasi nulla, e si cibava di ogni dettaglio come se avesse dovuto costruire a sua volta un edificio: si tratta di una curiosità venata dal timore di scoprire qualcosa di nefasto che cancelli il privilegio del mistero, ed è illuminante in tal senso un’altra sua battuta: “Se leggi il diario di qualcun altro ti accadrà quello che ti meriti”. Per David la vita ci costringe a scegliere fra il mistero e le rivelazioni sempre sconcertanti che possono essere combattute soltanto con l’ironia, e a questo riguardo mi colpisce l’elemento di forte malinconia in un’altra sua battuta che riassume il suo percorso esistenziale: “A volte i peccati che non hai commesso sono tutto ciò che ti è rimasto a cui aggrapparti”.

 

 

Lo sguardo si addolcisce in un sorriso quando gli chiedo come abbia iniziato a scrivere, poi mi risponde: “Ho iniziato un giorno a vent’anni, senza che ci fosse nulla che me lo facesse prevedere. Stavo facendo un viaggio in autostop con un amico nelle regioni pacifiche nordoccidentali. Scrivevo lettere alla famiglia e agli amici e non sapevo quale indirizzo indicare come mittente. I miei cari non potevano rispondermi così ho cominciato a scrivere a me stesso sotto forma di diario. Per qualche strano motivo qualcosa è rimasto dentro di me: ho scritto un primo giorno, poi il successivo, quindi ho continuato e ora ho superato i cinquant’anni di scrittura. Il mio diario è dove ho trovato la mia voce e ho scoperto cosa mi interessava”. Ma cosa significa la scrittura per Sedaris? “Rappresenta una compulsione – risponde –, qualcosa che per qualche misteriosa ragione devo fare. Non che abbia un messaggio importante da consegnare. Tuttavia non posso non consegnarlo”.

 

 

Per lui, essere cresciuto nei sobborghi ha una notevole importanza: “All’inizio mi sembrava un handicap, e con questo intendo che mi sembrava di essere una persona troppo comune, una persona qualsiasi. ‘Come vorrei essere povero’, pensavo. Poi ho abbracciato la mia realtà e questo mi ha liberato”. Sedaris prende spesso spunto da episodi reali della sua vita: ma è corretto definirlo fiction? “Scrivo fiction e testi per il teatro ma anche saggi. Per qualche motivo i miei testi di fiction tendono a essere esagerati, non bisogna mai prenderli per la vita reale”. Intanto gira il mondo in tournée tutto l’anno. “Il pubblico più difficile è quello dell’entroterra cinese. Parlano durante tutto lo spettacolo, come se io fossi invisibile. Quello più disponibile invece è senza dubbio quello americano, probabilmente perché coglie più facilmente tutti i riferimenti dei miei spettacoli”. Il suo racconto “Now we are five” racconta un evento tragico della sua vita: quanto è stato difficile scrivere un testo del genere? “Stranamente non è stato affatto difficile. Il suicidio di mia sorella Tiffany sembrava che fosse inevitabile e quando è successo è stato come se avessi già scritto quel saggio nella mia mente”. Sedaris è comunque attento alle reazioni della famiglia: “Mostro sempre i miei testi in famiglia prima di pubblicarli, per verificare che non vogliano che lasci fuori qualcosa. Non mi interessa attaccare nessuno alle spalle”.

 

 

Esiste un argomento che l’umorismo non può permettersi di toccare? “Sinceramente non credo che esista nulla – mi risponde –, al massimo in alcuni casi si deve aspettare un po’ di tempo”. Quali sono i suoi comici e umoristi preferiti? “Non so praticamente nulla degli stand up comedians. Ho cercato di seguirne alcuni su Hbo e Netflix, ma l’entusiasmo si raffredda di fronte all’energia aggressiva del tipo: ‘Hey! Come va stasera, tutto bene?’. Amo però scrittori satirici come Jincey Willett, George Saunders, Lorrie Moore, Alan Bennett e Andrew Greer”. C’è un comico che non la fa ridere affatto? “Non credo di essere avaro con le mie risate. Anche in questo caso, tutto è legato all’energia. Come molti altri mi piace decidere per conto mio cosa sia divertente, senza che nessuno ammicchi dandomi di gomito”. E poi ci sono i libri che hanno formato Sedaris: “Probabilmente quelli che ho letto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando ho iniziato a scrivere. Certamente Raymond Carver ha rappresentato una grande influenza, perché mi ha dato la sensazione che scrivere potesse essere semplice, come anche Joy Williams. E’ in quel periodo che ho scoperto Lorrie More, la quale mi ha fatto capire invece che va perfettamente bene essere divertenti, non è poco serio. Leggevo sempre “I migliori racconti americani” e le raccolte di O’Henry. Si tratta di libri mi hanno fatto conoscere molti grandi scrittori”. Si dice che passi ore ripulendo le strade di Rackham e in città è soprannominato Pig Pen. E’ vero che c’è un camion della spazzatura intitolata a suo nome? “Si, è vero. In genere passo tra le tre e le sei ore al giorno raccogliendo i rifiuti nel West Sussex, dove vivo parte dell’anno. Mi dà il tempo di pensare: è l’unico modo nel quale sento che sto realmente distaccandomi”.

 

 

Sulle sue esperienze in Francia e Regno Unito, Sedaris dice di avere appreso alcune lezioni: “A Parigi ho imparato che quando il governo francese richiede la tua dichiarazione delle tasse, non devi consegnargliela ma affidarti a un avvocato. E in Gran Bretagna che parlare la stessa lingua non comporta necessariamente una grande conoscenza di un’altra cultura. Potrei vivere nel Regno Unito per il resto della mia vita senza riuscire a comprendere il concetto dei titoli di studio conosciuti come livelli A-”. Ma ciononostante, Sedaris non disdegnerebbe l’idea di prendere la cittadinanza britannica. “Lo potrei fare domani, se volessi, ma il problema è che dovrei consegnare il passaporto per alcuni mesi. Io sono sempre in tournée e il trucco è trovare una finestra sufficientemente grande nella mia agenda”. Segue una routine, quando scrive? Quante ore al giorno scrive e dove? E lo fa ogni giorno? “Seguo questa regola: mi metto a scrivere appena mi sveglio e continuo sino all’ora di pranzo. Poi ritorno al mio tavolo di lavoro per un’ora prima di cena. Quando sono in tournée scrivo in aereo o anche in macchina: uso qualunque tempo ho a disposizione”. Quando scrive di Hugh lo preavverte? “Hugh preferisce leggere i racconti quando sono pubblicati. Si fida che non rivelo i suoi segreti, non è sciocco da parte sua?”. E come reagisce? “Una volta è andato su tutte le furie, ma è durato pochi minuti. Ma se gli chiedi perché era infuriato non è in grado di dirtelo, è come se avesse un Alzheimer emotivo”.

 

 

Come ha visto cambiare il paese con la seconda amministrazione Trump? “Su un piano puramente personale le vendite dei biglietti sono scese molto, e questo è valido anche per i miei colleghi: la gente è preoccupata di perdere il lavoro ed è nervosa per i propri soldi. Ma, rispondendo in maniera meno egoista, si è insediata una grande vergogna insieme a un senso di impotenza. Stiamo tutti trattenendo il respiro”. Ritiene che l’idea della terra degli uomini liberi di cui parla l’inno americano sia a rischio? “Per me e per chi la pensa come me, assolutamente. Sul fronte opposto, le persone di destra non si sono mai sentite così libere. Quindi è soggettivo, solo che loro hanno torto e io ragione”. Mark Twain ha detto: “Tutto ciò che riguarda gli esseri umani è patetico. La fonte segreta dell’umorismo non è la gioia, ma il dolore. Non esiste umorismo in paradiso”. E Sedaris che ne pensa? “Condivido quando dice che tutto è patetico e quello che afferma sul dolore, non sono così sicuro riguardo al paradiso: qualcosa mi dice che le battute sporche lì non sono permesse, e le battute sporche sono le migliori”. Christopher Hitchens invece ha dichiarato: non credo sia possibile avere un senso della tragedia senza avere anche senso dell’umorismo. “Su questo sono assolutamente d’accordo”. E Jonathan Swift diceva che “gli esseri umani sono felici che si rida del loro umorismo, ma non della loro follia”. “Ha assolutamente ragione. A nessuno piace essere preso in giro”.

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