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estate con ester
L'estate volge al termine e urge un campionario di contro-anatemi e intenti minimi ma possibili. Eccolo
Settembre non ha niente di nuovo ma pretende tutto: ordine, obiettivi, entusiasmo. È il mese dei propositi a breve scadenza, delle promesse a vuoto. Sappiamo che non cambierà nulla, ma ripetiamo il rito per abitudine. Ci tocca fare pace con il disordine, la stanchezza, l’incoerenza. Restare calmi è già un traguardo
Settembre non ha in mano nessuna promessa eppure pretende. Si finge quello che non è, un portatore di nuovi inizi, speranze, chissà che idee di riaggiornamenti. Ma non siamo capaci, non è per noi fissare la linea e poi seguirla. L’umano è per sua natura incoerente e abitudinario, e per niente intraprendente. Agosto passa (su Instagram) tra anatemi di Pavese e Ginzburg, precisi a odiarlo, ma settembre? Chi si occupa della carogna dei mesi, quello che ti toglie tutto, l’aria, la luce, il sonno e i capelli dalla testa. Che fare contro la perfidia di settembre? Come difendersi? E’ il mese che illude i timidi e i distratti, e bisogna, come ogni volta, procedere a vergare (qualcuno ha proprio il suo bravo quaderno) i propositi di vita nuova. Questa vita nuova contempla però caratteri vecchi, il che vanifica lo sforzo. Ci prende per fortuna questo complesso di avere anche noi cose nuove e belle. Ci si dà un ordine virtuoso con queste ambizioni a raggio corto, queste stradine che dovrebbero portarci al sé migliore – ma se fossimo capaci tutti di un noi migliore, aspettavamo settembre? Non cambierà una virgola, lo sappiamo, ma la celebrazione va rispettata. Il santo va portato in processione, il rito in fondo fa bene alla salute, e consola. Ecco un campionario di contro-anatemi e intenti minimi ma possibili – visto che è tempo di migrare, migriamo.
Riconoscersi in questa nuova vita con l’AI. Chissà se tra un po’ di tempo il mondo in cui abitiamo avrà gli stessi connotati. Ci accopperà, forse, la macchina informatica ma intanto ci toccano due o tre anni in cui ancora è l’umano rottame – noi – a comandare. Conviene avvantaggiarsi. Non è rimasto più qualcosa di eccellente nel raggio di chilometri. Fare pace col pressapochismo diffuso fermandolo a un certo limite, ancora accettabile. Adattarsi a questo fare tutto insieme, e tutto malino. Non degenerare oltre il punto (già basso) in cui siamo precipitati. Ricordare Flaiano: “Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità, altrettanto valida, e l’errore un altro errore”. (“Il diario degli errori”, Adelphi). I pochi buoni contemporanei riconosciamoli. Diamo credito agli intelligenti. Superare il vizio della tifoseria che ci è venuto, la malattia dei social. Accettare che il buonsenso arrivi da fonti sgradite. Scendere a patti con il telefono. Non c’è scampo, la dipendenza è irreversibile, dobbiamo sforzarci di trovare una convivenza accettabile.
Rifiutarsi di far passare Cesare Pavese come il signore degli aforismi depressogeni su Instagram, l’avrebbe odiato. Non moltiplicare la diffusione di pensieri scritti per sé nei cinque minuti di sconforto, di sera tardi.
Dire “ci vediamo presto” e poi vedersi, anche non presto va bene.
Scordarsi di quelli che ci dicono che abbiamo le fatigue e i burn out. Non abbiamo niente, abbiamo solo troppo internet.
Coltivare la distrazione come forma superiore di difesa: vince chi non si accorge di tutto.
Appuntarsi che la felicità raramente compare piena, unica e rotonda: ti toccano le fettine, molto sottili.
Segnarsi anche che non tutto il malumore richiede diagnosi.
Nel dubbio, la cosa migliore da fare è dire sì.
L’unico proposito che servirà a qualcosa è il solito di sempre, la descrizione è minima e lo sforzo è massimo: restare calmi.