L'appello per Gaza alla Biennale? "Una stronzata", dice Giannini. "Inutile", per Avati. "Scadente", per Virzì

Ginevra Leganza

Giancarlo Giannini, Pupi Avati, Paolo Virzì e Riccardo Scamarcio commentano l'appello alla Mostra del Cinema che ha boicottato la presenza di Gerard Butler e Gal Gadot

Roma. “Mai firmato nulla in vita mia”, dice Pupi Avati. “Se ho firmato l’appello? Non sono neanche a Venezia”, risponde Riccardo Scamarcio, che poi aggiunge: “Non sono mica uno del circoletto, io”. Paolo Virzì, sensibile all’impegno civile, nondimeno pone un paradosso: “Dovremmo fare un appello a Netanyahu perché cessi il fuoco subito, e poi un altro appello contro gli appelli scritti in modo scadente”. Arriva  infine Giancarlo Giannini, che al Foglio dice: “Sono tutte stronzate. E, per favore, lo scriva”. Lo scrivo, certo. Ma di preciso, cos’è che la irrita? “Un appello, in generale. E poi, in particolare, un appello per la Palestina che però estromette due attori israeliani o sionisti. Mi sembra una stronzata, ecco”. Perché in effetti i millecinquecento attori e registi che alla Biennale hanno chiesto più attenzione al massacro di Gaza, hanno altresì spinto Gerard Butler e Gal Gadot a non partecipare alla Mostra del Cinema. “Bella idiozia –  commenta  ancora Giannini – e però la pace non si fa così. E poi, soprattutto, io sono anarchico, perciò non mi interessa”.

 Ed ecco allora che nell’anarchia di Mimì metallurgico si coglie, dopo diversi giorni, un refolo d’indipendenza. Un sussulto dell’arte per l’arte, finalmente, svincolata da qualsivoglia scopo morale o, ancor peggio, etico (attitudine non tanto à la page in questo nostro secolo). 

“Io ho trascorso cinquantasette anni nel cinema non firmando mai nulla”, ribadisce il regista de Gli amici del Bar Margherita. “Alle opinioni collettive non credo. Non credo nelle masse. Io credo solo nell’individuo. E certo posso dire che sui conflitti in corso sono profondamente deluso dall’incapacità dei potenti. Ma, nel dirlo, parlo per me. Parlo a titolo personale”.

 Dell’appello non discutiamo difatti il merito, maestro Avati, quanto il metodo. Perché un artista, anzi millecinquecento artisti, firmano una lettera contro i mali del mondo? “Gli appelli sono un retaggio degli anni Sessanta, che non è mai servito”. Un riflesso condizionato? “Beh, se chi firma non sa neppure per cosa firma, la risposta mi sembra ovvia”.  Carlo Verdone, in effetti, ha firmato bendato. “In ogni caso l’arte non c’entra niente con la morte, con la distruzione, con la fame. Queste tragedie competono al potere, non agli artisti”. Artisti che forse sarebbe il caso facessero bene il proprio mestiere. E che, per dirla con il poeta, al primo accenno d’impegno morale si mettessero a letto.  

Rischio remoto per Riccardo Scamarcio:  “Questa polemica è inutile, è poco interessante, la propaganda è su tutti i fronti, solo i morti sono veri, ma con gli appelli io non c’entro, chiedetene conto a chi sta nel giro, non a me”. 

Lo chiediamo quindi  al meno misantropo Paolo Virzì. Convinto che  sia “sacrosanto, a Venezia, levare la propria voce, tanto più se autorevole, contro il massacro di deboli e di innocenti”.  E tuttavia, anche l’autore di Ovosodo, trova quantomeno “sciocco boicottare l’ospitalità a due attori per la loro storia personale”. Ma allora la domanda è: se  avvelenato è il frutto dev’essere avvelenato anche l’albero, o no? Non pensa, caro Virzì, che la stupidità sia un effetto (più o meno collaterale) del gregarismo? E quindi di un appello firmato in massa? “Come le dicevo,  bisognerebbe scrivere degli appelli contro questi appelli. Tra l’altro, Butler e Gadot forse non sarebbero neppure andati a Venezia. Perciò dico che è sciocco. E aggiungo  che è un vero peccato che si finisca a dover discutere di questioni tanto piccine e irrilevanti mentre muoiono dei bambini. Offuscando la limpidezza e debilitando la forza di un importante messaggio umanitario”. Non c’è dubbio. E forse anche per questo, come si suol dire, il ciabattino non dovrebbe andare oltre le scarpe. Né il cineasta oltre la cinepresa. 

Per Giancarlo Giannini, l’anarchica star di Lina Wertmüller, non sono questioni che competono all’arte. “E’ come quando boicottano i musicisti russi”, dice. “E’ una stronzata”, ripete. E poi si domanda: “Ma cosa gliene frega a loro, sul tappeto rosso, se quei due sono israeliani o sionisti?”. Cosa gliene importa? “Non lo so. L’artista è un artista. Ma che cazzo gliene frega?!”.

 

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