La pandemia s'accanisce sulla rivoluzione incompiuta dei media digitali

Mattia Ferraresi

I tagli di BuzzFeed, Condé Nast e il terrore dell’estinzione

Roma. Mercoledì Condé Nast e BuzzFeed hanno annunciato licenziamenti fra i giornalisti e nuovi tagli al personale per far fronte al crollo dei ricavi pubblicitari, segnale particolarmente inquietante dal momento che i due gruppi avevano già messo in atto severi piani di contenimento dei costi nella prima fase della pandemia. Speravano fossero misure sufficienti per attraversare la tempesta, e invece. A fine marzo BuzzFeed aveva annunciato un piano di riduzione di salari, con tagli fra il 5 e il 25 per cento, e l’amministratore delegato, Jonah Peretti, aveva detto che non avrebbe ricevuto un dollaro di stipendio “finché non saremo dall’altro lato della tempesta”; ma il raggio della tempesta era molto più ampio del previsto.

 

All’inizio di maggio Peretti ha comunicato ai dipendenti che le perdite erano più pesanti delle già pesanti stime, e per contenere le perdite entro la soglia dei 20 milioni di dollari erano necessari più dolorosi tagli, fra cui 68 dipendenti messi forzatamente in aspettativa non retribuita. A questi si sono poi aggiunti altri tagli fra i giornalisti nella redazione inglese e australiana, ultimo indizio del ritiro definitivo di BuzzFeed da quei mercati. Per la piattaforma digitale nata nel 2006, il simbolo di un’èra in cui sembrava che nuovi modelli giornalistici avrebbero rapidamente spolpato le vecchie corazzate dell’informazione ormai in declino, si tratta dell’ennesimo ridimensionamento: la generale devastazione economica della pandemia, e in particolare quella della pubblicità, sta accelerando processi che erano già in atto. BuzzFeed doveva contribuire a ribaltare i rapporti di potere nel mondo dei media, ma nel giro di pochi anni si è consumata la controrivoluzione di quelli che gli anglosassoni chiamano “legacy media”, con il New York Times a troneggiare ancora una volta dopo gli anni in cui non si parlava d’altro che della sua dismissione. Oggi i numeri della Gray Lady sono impietosi (per gli altri): sei milioni di abbonati digitali, una redazione di 1.700 giornalisti, un modello di business che dipende per meno del 25 per cento dalla pubblicità. Sembrano lontanissimi i tempi in cui il giornale doveva tagliare su tutto e vendere la mobilia pur di trattenere la qualità professionale sulla quale poi è rinata.

 

In contemporanea a BuzzFeed, Condé Nast, il gruppo internazionale che pubblica fra gli altri Vanity Fair, Vogue, Wired e il New Yorker, ha annunciato cento licenziamenti e altre cento persone in aspettativa, a un mese esatto di distanza dalla presentazione di un piano emergenziale di tagli che avrebbe dovuto, in teoria, evitare più dolorose decisioni. L’azienda aveva decurtato gli stipendi superiori a 100 mila dollari di una fetta variabile fra il 10 e il 20 per cento. “Purtroppo oggi siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo prendere misure ulteriori”, ha scritto in una nota l’amministratore delegato, Roger Lynch.

 

Negli Stati Uniti il numero di disoccupati ha raggiunto i 36 milioni, e il Covid-19 è un flagello che colpisce direttamente o indirettamente un po’ tutti i segmenti dell’economia, ma per il già fragile business dei media, così dipendente dalla prima voce di costo che le aziende tendono a tagliare in tempi di crisi, il momento è particolarmente doloroso. Le notizie di licenziamenti e tagli arrivano tanto dai grandi conglomerati tradizionali come Tribune e Meredith, quanto dalle compagnie a trazione digitale che hanno animato la rivoluzione incompiuta degli anni Dieci, come Vox Media. L’impatto poi sul giornalismo locale e sui magazine indipendenti è devastante. Fra gli osservatori del settore il termine che circola di più è: “estinzione”. Ken Doctor, un analista dell’industria mediatica dell’agenzia Newonomics, dice che a oggi l’impatto negativo del Covid-19 è peggiore di quello portato complessivamente dalla crisi finanziaria del 2008, quando i giornali hanno perso circa il 20 per cento delle revenue totali. Che due player importanti come BuzzFeed e Condé Nast abbiano annunciato nello stesso giorni misure dolorose è una coincidenza a questo punto inevitabile: non passa giorno senza che qualche azienda del settore dia comunicazioni di questo tenore.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.