L'amore tra professore e studente è predatorio, l'Inghilterra lo vieta

Simonetta Sciandivasci

La policy dello Ucl di Londra contro molestie e abusi di potere

Roma. Ai professori converrà presto farsi asportare il cuore o – più sicuro – svegliarsi e non ritrovarsene più uno. E’ quello che capita al protagonista di “Il cuore non si vede” l’ultimo romanzo di Chiara Valerio: un professore di greco che, a un certo punto, comincia a scomparire, e inizia a farlo dal cuore. Provare dei sentimenti e, peggio, servirsene per istruire relazioni è un disastro evitabile con alcuni accorgimenti, e così lo University College London (UCL) ha deciso di salvare studenti e insegnanti dalle conseguenze dell’amore, arricchendo la policy dell’ateneo di alcune restrizioni.

 

Niente “relazioni strette, personali e intime fra docenti e studenti quando c’è una supervisione diretta”, ovvero niente baci, telefonate, cene, amori, amicizie particolari, confessioni, tra un professore e uno studente del suo corso. Diversamente, se lo studente di Fisica esce con la professoressa di Gender studies, la sola regola cui attenersi è avvisare le autorità accademiche. Bello, vero? Senta Rettore, vado a letto con questo ragazzo qui, le garantisco che è consenziente e gli insegno anche molte cose extracurricolari. Chissà che agio.

 

Nelle aziende anglosassoni e americane succede qualcosa di simile e ma più psichedelico: chi vive una office romance, una relazione con un collega, che sia sesso, chat, flirt, convivenza, genitorialità condivisa, matrimonio, separazione, è tenuto a denunciarla presso i vertici aziendali, garantendo che le sorti del rapporto non turberanno né i contraenti né coloro che ci lavorano insieme. Ogni azienda, poi, vincola i propri dipendenti a seguire le linee guida dei love contract, che stabiliscono quante volte un collega può invitare un altro a uscire, e come ci si può parlare, guardare, toccare in ufficio. Le aziende lo fanno per tutelare la produttività del personale, lo UCL invece dice di agire per il bene dei ragazzi, per evitare che finiscano in relazioni squilibrate, disfunzionali, ricattatorie, predatorie e per impedire ai professori di esercitare abusi di potere.

 

Tutti d’accordo, a parte qualche minoritaria voce che ha fatto notare, ehi, scusate, gentili autorità universitarie, non vi sembra di esagerare, voi siete adulti ma pure noi lo siamo, e come voi vorremmo sfilare le mutande a chi ci pare e piace, pure a quello che ci insegna cosa sono i buchi neri. Obiezione, naturalmente, respinta. Non c’è alcuna garanzia che i professori saranno così salvati da chi li ricatta (succede), sia per relazioni realmente accadute che per quelle frutto di autofiction finalizzata all’estorsione, perché in questo ragguardevole mondo che stiamo apparecchiando i soprusi avvengono sempre e solo da una parte, quella dei potenti, dei titolati, degli eccellenti, dei capi, dei maschi, e mai e poi mai dalla parte degli scarsi, dei sottoposti, delle femmine. E’ un classismo rovesciato, ma sempre classismo è.

 

Il punto, qui, però, è un altro ancora. Negare ai professori di poter avere contatti con i propri studenti significa tagliarli fuori dalle loro vite, privare i ragazzi non semplicemente di figure di riferimento, ma di chance di salvezza. Se Paolo Villaggio in “Io speriamo che me la cavo” avesse dovuto sottostare a un regolamento d’ateneo, sarebbe riuscito a togliere metà della sua classe dalla strada? Certo, quelli erano bambini di scuola elementare. E però, proprio per questo, ancora più esposti alla possibilità di venire predati. Abbiamo assistito per anni allo smantellamento dell’autorità, e poi dell’autorevolezza, in favore di relazioni tra maestro e discente che fossero più umane, umanistiche, in certi casi umanitarie (battuta, scusate), persino amicali, e adesso? Contrordine? Dobbiamo rimettere un argine perché i ragazzetti che prima si sentivano abusati dall’assenza di sentimento adesso si sentono sopraffatti dalla sovrabbondanza di sentimenti? E come potrebbe non essere così, visto che nelle università inglesi esistono stanze dove ci si può rifugiare per sfogarsi dallo stress di aver studiato testi molesti come quelli di Milton e Shakespeare, maledetti bianchi cinsgender privilegiati. Come si poteva pensare che dire a dei ventenni allevati da genitori paranoici che il loro imbarazzo nel leggere “Lost Paradise” non era ignoranza ma sensibilità, e vieni, ragazzo, fatti abbracciare, non avrebbe prodotto generazioni di stronzi pronti a ritenere che un professore che venga a cena con te non sia un privilegio ma un abuso sessuale? Dev’essere per forza “Diario di uno scandalo” la relazione intima tra un insegnante e un allievo? Dev’essere per forza un abisso? Beati coloro che vivranno in superficie.

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