I veri comici che salveranno l'Italia

Claudio Cerasa

In questo 2019 di comicità politica è esplosa la stand up comedy all’italiana che invece di prendersela con il potente di turno diventa specchio delle contraddizioni degli elettori. La serie Netflix sui pionieri e i formidabili progetti della nuova generazione

E se fossero loro i veri comici capaci di salvare l’Italia? Tra i fenomeni culturali più interessanti registrati nell’anno che si chiude ce n’è uno intrigante e interessante che non riguarda il mondo della politica, che non riguarda il mondo della letteratura, che non riguarda il mondo dell’informazione ma che riguarda un mondo particolare legato allo spettacolo che fino a oggi è stato dominato da figure che hanno spesso educato gli spettatori a fagocitare i peggiori rigurgiti della cultura anti casta. Il mondo a cui facciamo riferimento è quello meraviglioso della comicità e tra le notizie più gustose di questo 2019 quella forse più sfiziosa riguarda la progressiva esplosione di una nuova giovane, folgorante, provocatoria e innovativa generazione di comici legati alla così detta stand up comedy che in modo progressivo seppur discreto ha cominciato a rivoltare come un calzino la comicità italiana mettendo in atto un proprio particolarissimo vaffa rivolto alla generazione di comici modello Beppe Grillo.

 

La comicità costruita sul modello Beppe Grillo è una comicità al centro della quale vi è un costante tentativo di far ridere il pubblico ridicolizzando il potente di turno – con un messaggio che più rassicurante non si può: voi, caro pubblico, non valete meno di quei babbei al potere, e in fondo ricordatevi sempre che uno vale uno – e in modo più o meno involontario il comico che costruisce la sua carriera utilizzando il codice della macchiettizzazione del potente è un comico destinato ad avere sempre di più una connotazione prettamente politica (in Italia, il partito di maggioranza relativa in Parlamento è stato fondato da un comico; in Guatemala, il nuovo presidente si chiama James Ernesto Morales Cabrera, detto Jimmy, ed è un attore comico; in Brasile, alle ultime elezioni parlamentari, il secondo deputato più votato del paese si chiama Francisco Everaldo Oliveira Silva, detto Tiririca, ed è anche lui un attore comico; in Ucraina il comico Volodymyr Zelensky è diventato presidente della sua nazione). La novità formidabile della comicità veicolata dalla stand up comedy è quella di essere una comicità che per la prima volta sceglie in modo capillare di ridicolizzare non tanto l’eletto ma direttamente l’elettore compiendo così una rivoluzione dai tratti maieutici al centro della quale vi è un’idea che suona grosso modo così: se il paese in cui vivete non è il paese dei vostri sogni forse più che prendervela con chi va il potere (gli eletti) sarebbe il caso di prendervela con chi (gli elettori) ha concesso potere a politici ai quale sarebbe stato preferibile non dare potere. La stand up comedy diventa così una specie di laboratorio culturale all’interno del quale i comici non tentano di fingere una propria verginità politica (la neutralità meglio lasciarla ad alcuni conduttori tv) ma si limitano a ribaltare la logica della comicità anti casta mostrando finalmente al pubblico quello che nessuno aveva mai avuto il coraggio di mostrare: non una lente di ingrandimento spalancata sui difetti del potere ma uno specchio diabolico indirizzato verso l’irresponsabilità degli elettori.

  

Nel corso dell’ultimo anno, in Italia, il fenomeno della stand up comedy ha catturato molto interesse anche grazie al fatto che Netflix – chissà se per rimediare al flop di uno spettacolo di Beppe Grillo spacciato per comico pur essendo politico mandato in onda proprio da Netflix – ha deciso di produrre, distribuendoli in 190 paesi, i primi tre special di stand up comedians italiani: Edoardo Ferrario (classe 1987), Francesco De Carlo (classe 1979), Saverio Raimondo (classe 1984). Ferrario, De Carlo e Raimondo sono i precursori della nuova stand up comedy all’italiana. Emergono nel 2011 quando scelsero di trasformare a Roma il Cocktail Comedy Club, gestendolo personalmente, nel laboratorio della stand up comedy italiana e da lì a poco tempo – grazie anche all’investimento fatto sul fenomeno dal canale tv di Comedy Central – con sfumature diverse portarono tre nuovi stili in Italia: Raimondo appassionandosi al linguaggio del late show, De Carlo avviando una fortunata carriera di comico in Inghilterra e Ferrario producendo una serie web sull’università italiana che lo ha fatto conoscere da un folto pubblico di giovani che oggi continua a seguirlo negli spettacoli in giro per l’Europa.

 

 

Dopo di loro – i tre comici prima di arrivare su Netflix sono stati valorizzati anche da diversi canali, da Sky alla Rai, ma la loro comicità spudorata ha bisogno di minuti, non di secondi, e prima o poi qualcuno si renderà conto che avere a disposizione una generazione di piccoli Fiorello e non sfruttarla è come si dice un peccato di Dio – sono emersi altri volti di seconda generazione molto conosciuti in Italia, alcuni dei quali rilanciati anche da una bella trasmissione andata in onda in autunno su Rai 2, “Battute”, e i loro nomi li avrete probabilmente letti anche sulle pagine di questo giornale: Luca Ravenna, Daniele Tinti, Stefano Rapone, Niccoló Falcone, Valerio Lundini, Martina Catuzzi, Michela Giraud.

 

  

Inoltre, in giro per il paese, nell’ultimo anno, sono state molte le città che hanno scelto di ospitare con cadenza regolare serate di comicità dal vivo: a Roma ogni martedì alla libreria Altroquando (organizzata da Daniele Fabbri) e ogni due lunedì al Pierrot Le Fou al Pigneto (organizzata da Luca Ravenna, Daniele Tinti e Stefano Rapone), mentre a Milano il più importante appuntamento è considerato il Santeria comedy club, il locale dove tra l’altro sono stati girati gli special per Netflix, che ospita anche serate in lingua inglese con artisti di fama internazionale. In un anno in cui l’Italia ha riso più per la comicità mostrata dalla politica che per la politica messa a nudo dalla comicità (due come Toninelli e Fioramonti non hanno neppure bisogno di imitazioni) l’esplosione della stand up comedy è uno di quei fatti a metà tra la cultura, il costume e la politica che non può che metterci di buon umore e che ci permette di ricordare che l’Italia dopo aver creduto alla possibilità di essere salvata da un comico non più di successo forse ha finalmente trovato dei comici che a modo loro possono salvare l’Italia in un modo semplice: ricordando agli elettori che quando un paese si ritrova con degli incapaci al governo la colpa non è degli incapaci che arrivano al governo ma degli elettori che a quegli incapaci scelgono di dare fiducia. Meno grillismo, più stand up. E prima lo capirà la nostra tv meglio sarà per l’Italia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.