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Bellomo e quel feticismo tutto maschile per gli abiti delle donne

Quella noia mortale del dress code, quando invece basterebbe capire che per infilarsi nelle pieghe di una gonna femminile ci vogliono poesia e anche un po' di ironia

10 Luglio 2019 alle 15:41

Bellomo e quel feticismo tutto maschile per gli abiti delle donne

Jean-Louis Forain, Le client, 1878

Il punto è che nelle facoltà di Giurisprudenza non impongono studi di letteratura, altrimenti le studentesse circuite dal giudice Francesco Bellomo, ora agli arresti domiciliari per estorsione e maltrattamenti (volendo considerare come tali anche “l’imposizione della minigonna”, e resta da vedere) vi avrebbero riconosciuto le eterne ossessioni feticiste del maschio medio, il sempiterno tema del collegio e/o harem con le donne tutte disponibili e vestite uguali (modello "Centoventi giornate di Sodoma" o, versione soap, "Charlie's Angels") e si sarebbero fatte due risate. Per il cattivo gusto, anche: e il cappotto sopra il ginocchio, e il piumino rosso che dove mai li venderanno, e i pantaloni aderenti con i tacchi a spillo che, scusateci, solo da Roma in giù, e le scarpe con la punta ma non eccessiva che poi fa invidia del pene e infatti ecco il consiglio messo nero su bianco “punta tonda”, che indica sottomissione, punta spuntata, ecco.

 

Peccato che queste ragazze manipolate da Bellomo fossero così giovani e non avessero letto neppure le ridicole "Cinquanta Sfumature di Grigio" che lui, giacchino di pelle su t-shirt bianca, un classico del giovanilismo coatto, pare consigliasse, perché leggere de Sade in giovane età aiuta a immunizzarsi contro questi astrusi dress code a sfondo sessuale che solo i maschi riescono a immaginare. Una legge due pagine di descrizione sul tipo di tunica che deve indossare Justine, tela pesante, allacciata dietro per poter essere abbrancata e penetrata senza l’imbarazzo della mutanda (che comunque all’epoca portavano solo le prostitute), la ritrova pari pari su Histoire d’O, che era scritto da una donna ma per lungo tempo, e proprio per via di queste minuziosità vestimentarie, si è creduto fosse un uomo, e sa anche come inquadrare il “consigliere di stato Bellomo”. Un pallido e ridicolo sottoprodotto di Restif de la Bretonne, un cascame di Henry Miller e della sua ossessione per le calze (Bellomo le richiedeva “velate”, mai “con i pizzi”) apparentabile al “Silvano/non valevole Ciccioli” di Enzo Jannacci e benché quella fosse una storia gaya: “Amami, stringimi, sgonfiami/spostami tutte le efelidi”. Oè oè.

 

Il tono del dress code che il giudice consegnava alle sue borsiste, la minuziosità delle misure della gonna per le occasioni “estreme” (1/3 della lunghezza tra giro vita e ginocchio), quella per i momenti “intermedi” (da 1/3 a 1/2 della lunghezza tra giro vita e ginocchio) e via così, di centimetro da sartoria, sono di una noia mortale, esattamente come le pagine di de Sade o Flaubert quando (aiuto, un po’ pure lui) dedica venti righe al punto di giallo dell’abito di Emma per il ballo alla Vaubyessard o si sofferma per una pagina sui gioielli baluginanti sul petto di Salammbô. 

 

Eppure, vogliamo dirla tutta? Quanto impone Bellomo non è troppo distante da quello che, prima o poi, tutte noi donne ci siamo sentite chiedere dal fidanzato, dal marito, dall’amante: e la gonna con lo spacco così; dimmi che sei uscita senza mutande (anzi, dicono “mutandine” sia che portiamo la 38 sia che ci infiliamo a fatica nella 50: gli uomini sono esseri auditivi, si eccitano con la fonetica); stasera ti voglio in raso rosso ma che ti scivoli la spallina a tavola come per caso, falla scivolare eh? E tu a dirgli certo e poi col cavolo che lo fai, tanto alla fine si sa che all’uomo basta l’idea, averla cullata per qualche ora e va bene lo stesso. Per infilarsi nelle pieghe di una gonna femminile ci vuole poesia (e infatti questo genere di excursus funziona solo a Baudelaire, un po’ anche a Penna sul fronte omo). Ci vuole anche un po’ di senso del ridicolo, un filo di ironia. Noi donne, che ce l’abbiamo, non vi abbiamo mai chiesto di presentarvi a cena con la camicia pulita e senza i piedi infilati nei fantasmini. Eppure, sapete quanto ci farebbe godere.   

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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  • luigi.desa

    11 Luglio 2019 - 10:10

    Il maschio impone la femmina dispone. ( Confucio 1.5)

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  • joepelikan

    10 Luglio 2019 - 19:07

    A me la domanda che in questi casi lascia sempre perplesso è: ma le donne hanno, ritengono di avere, "agency", ovvero piena capacità? Questa facilità con cui tante donne si fanno soggiogare, manipolare, dominare sarà per me sempre un mistero insolubile del femminile. Quanto all'abbigliamento femminile, bisogna dire che tutta la letteratura del Diciannovesimo secolo ne fa un mirabile affresco. E a ragione. Il XIX è stato il vero secolo della donna, quello in cui più di tutti il femminile, non solo l'Ewig-Weibliche di Goethe ma il femminile nella concretezza delle donne reali, è stato il centro ordinatore della società. Oggi una tale centralità del femminile non sarebbe più possibile. Anche lo spossessamento che le donne hanno subito della moda è sintomatico di questo fatto.

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  • carlo.trinchi

    10 Luglio 2019 - 16:04

    Tutta fuffa, tutte allusioni. Bellomo ne uscirà alla grande perché le accuse non reggono. Solo lo si doveva fare. La magistratura lo impone. Ma dov’è il reato, nella fantasia di ipocriti che calunniano senza prove provate? Bellomo un gaudente? Forse, almeno non un banale. Già, la materia, quella si che deve deve essere preservata e gestita sempre da orsoline, ma poi vediamo dell’altro che fa scandalo, perché serve. Dimissioni, pensionamenti poi tutto si ricompone. Serviva un Bellomo e l’hanno trovato. Le allieve non sono mai maggiorenni, mai, e sempre fanno le santarelline. Le spalline, le mutande dimenticate. Me lo ha detto lui. Poverine, sempre indifese e sempre pronte per la giugulare. Bellomo se ne freghi e continui ad essere libero. Le patologie le rispedisca al mittente, è li che albergano in mancanza di libertà di pensiero e quindi di azione alla luce del sole.

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    • Fabiana Giacomotti

      10 Luglio 2019 - 17:05

      Io non accuso Bellomo di alcunché (anzi, rilegga bene il testo). Lo trovo solo ridicolo, come il suo dress code ragionieristico. Un poverino

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      • carlo.trinchi

        11 Luglio 2019 - 12:12

        Bellomo fa un percorso, chi vuole lo segua, chi non vuole arrivederci e via. Poverino io vedo chi va, cerca Bellomo e poi non condivide e denuncia fuffa, punti di vista banali, di basso livello intellettivo prima che intellettuale. Ascoltai Bellomo da Vespa e ne usci un personaggio con una marcia in più. Vespa cercò di trovarci dello “strano” ma di strano non ce ne era se non il fatto che si parlava di magistratura che tanto ha da rinnovarsi sia di dentro che fuori. Nel dress code non vi è nulla di ragioneristico, semmai di metodo fuori dai soliti schemi. Che ben vengano persone che creano approcci diversi che fosse pure in magistratura. Anzi. Nessuno accusa nessuno ma ben venga chi spazia il pensiero senza nascondersi e accettando fino in fondo le miserie di una società ferma che fa patire quello che, sotto molti aspetti tutti patiamo. La condanna è il punto di rottura che deve far riflettere. Il condannato è l’ennesimo Giordano Bruno.

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      • carlo.trinchi

        10 Luglio 2019 - 21:09

        Bellomo fa un percorso, chi vuole lo segua, chi non vuole arrivederci e via. Poverino io vedo chi va e poi non condivide e denuncia fuffa, punti di vista banali di basso livello intellettivo. Ascoltai Bellomo da Vespa e ne usci un personaggio con una marcia in più. Vespa cerco’ di trovare dello “strano” ma di strano non ce nera. Nel dress code non vi è nulla di ragioneristico ma semmai di metodo fuori dagli schemi. Che ben vengano persone che creano approcci diversi, che fosse pure in magistratura. Anzi.

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      • miozzif

        10 Luglio 2019 - 17:05

        Il numero farà ragioniere però anche la sostanza di molto Baudelaire e, perché no, il sublime matematico di Valéry. A prescindere naturalmente dal piccolo inquisitore che resta un pretesto. Perfino la Dama del Foglio e della moda ci ripete che Sade è 'noioso', come tutti i riti del resto, che incatenano le brutte sorprese, morte compresa, quantomeno le tengono a freno, e non è detto poi che la poesia 'di infilarsi nella gonna' sia tanto atttraente per un uom

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