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È esistito davvero il “potere gay” mondiale?

“Homintern”. Storia e complotti, un libro serio arriva da Yale

24 Marzo 2019 alle 06:00

“Homintern”

Foto LaPresse

Persa com’è nelle brume medievali, non si chiarirà di certo mai l’origine della teoria del complotto ebraico, sebbene se ne vedano tuttora con dolore le conseguenze. Perfino nei migliori circoli cittadini nazionali succede quasi sempre che qualcuno se ne venga fuori con la storia della “lobby dei banchieri ebrei” fra il dessert e la tisana, quando è ormai tardi per spiegare che se per secoli l’unico mestiere che ti sia stato consentito dalla chiesa cattolica è stato quello dello straccivendolo o del prestatore di denaro, hai voglia a non maneggiare lo sterco del diavolo come fosse mirra o a non diventare un bravo sarto.

  

Della presunta cospirazione intellettuale omosessuale si conoscono invece i padri, due uomini guarda caso, e rispondono ai nomi di Friedrich Engels e Karl Marx. “I pederasti hanno iniziato a contarsi, scoprendo di essere uno stato nello stato”, scrive il primo al secondo in una lettera del 1869. “Manca loro solo un po’ di organizzazione ma, secondo Karl Heinrich Ulrichs, sottotraccia esiste già”. L’Ulrichs evocato, grandioso latinista che sarebbe morto pochi anni dopo all’Aquila, ospite del marchese Niccolò Persichetti, era l’antesignano dell’emancipazionismo omosessuale e anche il primo gay dichiarato della storia moderna. Sul tema aveva scritto un trattato scientifico, “Amore omosessuale fra uomini come enigma della natura”, anticipato da un libello che, come intuibile dal titolo, era finito all’indice: “Incubus”.

  

E da questa presunta minaccia, questi “politicanti” che Engels immaginava scaldarsi i muscoli e pure altro nell’ombra, è partito il poeta inglese Gregory Woods, ordinario di Studi sociali e cultura gay e lesbica alla Nottingham Trent University fino al 2013, per l’analisi più completa della profonda influenza esercitata dall’omosessualità sulla cultura del Ventesimo secolo. Il testo, da poco uscito in paperback, è massiccio (426 pagine di cui circa cento di note) ma di godibilissima lettura: ignoravamo il lato tenero di Diaghilev, non sapevamo che razza di maneggiona fosse Tamara de Lempicka e ci eravamo dimenticati della battuta di apertura dell’Oro di Napoli (1960, Melville Shavelson) su voce over di Clark Gable: “Ecco Capri, dove coabitano tutte le nazionalità e tutti i sessi, inclusi certi di cui non ho mai sentito parlare”.

  

L’analisi di Woods (che no, non è tradotta, sorry), parte da una piccola grande sfida, anche questa intuibile fin dal titolo: Homintern (“How gay culture liberated the modern world”, Yale University Press, cioè smontare la teoria del Comintern omosessuale, fantasia paranoide che permea gli ambienti eterosessuali almeno quanto la teoria cospirazionista ebraica ma che, se ci pensate bene provando a prenderla seriamente come ha fatto l’autore, immaginando un network transnazionale di intelligenze con una “coesione di intenti”, racconta la storia della cultura moderna come non sarebbe possibile fare sotto nessun’altra prospettiva.

  

Come gli ebrei nel campo lasciato ignominiosamente libero del prestito a usura o della raccolta di abiti usati che oggi definiamo pomposamente “vintage”, gli omosessuali hanno trovato (anche nell’epoca precedente a quella di Oscar Wilde da cui parte l’autore) un terreno fertile per esercitare la propria intelligenza nelle arti liberali e fare “un uso strategico della produzione culturale, per scopi al tempo stesso difensivi e creativi”. Riuscireste a immaginare la letteratura contemporanea senza Marcel Proust, la poesia contemporanea senza, andiamo random e veloci, Louis Aragon, Federico Garcia Lorca, Walt Whitman, Wystan Auden o Sandro Penna, il balletto senza la musica di Tchaikovsky e le coreografie di Balanchine e i passi di Nureyev (e mettiamoci pure Don Lurio che nel libro non è citato ma che ha costruito l’estetica della Rai insieme con un gruppo di costumisti e scenografi omosessuali, dunque la nostra storia e il nostro metro di paragone nello spettacolo popolare), l’arte senza Romaine Brooks, Andy Warhol o Leigh Bowery, il cinema senza Visconti e Pasolini. Quanto l’omosessualità sia stata la misura della loro opera si vede solo per contrasto, cioè nell’“internazionalizzazione” opposta alle “leggi e ai costumi nazionalistici” che per secoli hanno inteso colpire “l’identità sociale queer” e, naturalmente, nelle querule rimostranze dei mediocri: “Qui tutti sono gay, io sono solo normale, la mia musica non ce la farà mai” se la prendeva William Walton (ops) contro Benjamin Britton.

  

Per l’edizione paperback di Homintern, il momento è particolarmente favorevole: il 9 maggio prossimo aprirà infatti al Metropolitan Museum a New York la prima grande esposizione dedicata all’estetica queer, “Camp: notes on fashion”. Dove nessuno si scalderà i muscoli nell’ombra, potendo indossare tacchi e volant alla luce del sole in caso desiderasse farlo. A dispetto di quel che cerchino di farvi credere, non sono poi tanti i gay che vogliano farlo.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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