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Quando la Befana era fascista

Dalla leggenda che la identificava con la nonna di Erode alla scelta di Mussolini che decise di istituzionalizzare la festa. Storia di una tradizione

6 Gennaio 2019 alle 06:00

Quando la Befana era fascista

Foto LaPresse

“Chista sera la Bifana / scinni giù pi lu caminu / all’onore a Gisù Bambine / la Bifana scennerà”, è una delle strofe del Canto della Pasquetta (tradizionale canto che viene eseguito alla vigilia dell'Epifania) che Giovanna Marini ha inserito nel suo La Lega vincerà e che venne selezionato negli anni ’60 per la scaletta del famoso spettacolo “Bella Ciao”.

 

 

“Un accicí ccor dente / Sor ricacchio de brutta matriciana / Lo mettete ar cammino a la bbefana”, recitava un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli del 27 settembre 1831, ricordando l’uso “di esporre al camino della casa i denti che cadono ai bambini, onde la Befana vi sostituisca qualche moneta”.

 

“Sulla Befana di Piazza Navona / la vecchia Befana si mette a ballar”, cantava su un’aria di Nino Rota, chiaramente ispirata a Ottorino Respighi, Rita Pavone in trasferta a Roma, nel memorabile “Giornalino di Gian Burrasca” presentato dalla Rai nel 1964 per la regia di Lina Wertmüller.

 

“E poi c’è lui che non sopporto. Lui viaggia comodo in slitta, ha un costume favoloso, è testimonial della bibita più famosa del mondo, e a me non hanno proposto nemmeno la pubblicità del lassativo. Maschilisti!”, impreca stracciando una cartolina di Babbo Natale la Befana interpretata da Paola Cortellesi nel film appena uscito. Una Befana femminista in tempi di #MeToo, che arranca ma ancora sostiene la sfida del più potente concorrente made in Usa.

 

 

“Raccomandato dalla Coca Cola”, si lamenta. Ma in realtà anche lei, la Befana, ai suoi tempi qualche “raccomandazione” l'ha avuta. A partire da quegli astrologi medio-orientali secondo i quali proprio il sesto giorno dell’anno doveva essere una data magica per eccellenza. All’inizio del Cristianesimo, anche il Natale veniva celebrato infatti nella stessa data. Mentre di Epifanie, “manifestazioni” della divinità di Gesù, se ne celebravano altre: dal battesimo al miracolo delle nozze di Cana.

 

È più o meno dal V secolo che il Natale viene a coincidere definitivamente con la festa pagana del Sol Invictus (e qua è materia di dibattito se sia stato il cristianesimo a sovrapporsi alla festa pagana, oppure se Aureliano nel 274 avesse istituito quell’evento proprio per togliere spazio a un sempre più importante appuntamento cristiano). E l’unica Epifania resta la commemorazione della visita dei Magi a Gesù. Una celebrazione religiosa che il folklore ben presto trasforma nella festa della Befana. Un personaggio buono che ai bambini cattivi porta “aglio, cenere e carbone” e con strani attributi, dall'aspetto fisico al volo sulla scopa, sovrapponibili a quelli di personaggi malefici come le streghe. 

 

Secondo diverse leggende la Befana viene identificata con personaggi condannati a fare buone azioni per espiare le colpe dei propri congiunti. In particolare la nonna di Erode autore della strage degli innocenti, o la moglie di Ponzio Pilato che aveva condannato a morte Gesù, o la zia di Barabba, scelto dal popolo al posto di Gesù per essere salvato dalla croce.

 

Una tradizione molto radicata a Roma, come testimoniano appunto i sonetti di Belli o gli scritti del folklorista Zanazzo, ma conosciuta anche altrove come in Abruzzo o in Toscana il “Befano” (un pupazzo di stracci) veniva appeso presso la casa di chi si voleva deridere per comportamenti sconvenienti.

 

 

In tutta l’Italia Centrale, poi, si rappresentavano le Befanate: combinazione tra canto di questua e teatro, ispirate alla storia di una “vecchia befana” che vuole sposare un giovane.

 

Ricco era alche il folklore relativo ai preparativi per l’arrivo della Befana: dalla calza da lasciare appesa al camino perché venga riempita di doni, al cibo per permetterle di rifocillarsi che doveva essere rigorosamente a base di ricotta, vista la sua proverbiale mancanza di denti. Tradizioni che, in parte, sono comuni ad altri “portatori di regali”: dai “morti” del primo e 2 novembre alla Santa Lucia del 13 dicembre, ricordata nei racconti di Guareschi, fino a Gesù Bambino. Fu il regime a decidere di unire tutte queste tradizioni nella Befana Fascista, pensata per dare visibilità fasci femminili e all'opera nazionale del dopolavoro che, per l'occasione, raccoglievano doni per le famiglie più povere. Prima edizione, nel 1928.

 

 

Così in qualche modo la tradizione divenne nazionale, anche perché continuata da varie “Befane dopolavoristiche” anche dopo la caduta del fascismo. Babbo Natale iniziò a sovrapporsi alla Befana, senza mai del tutto cancellarla, dagli anni ’70 in poi. Probabilmente favorito, più ancora che dall’impatto della globalizzazione, dal fatto che i regali dati il 25 dicembre invece che il 6 gennaio danno tempo ai bambini di giocarci per un po’ durante le vacanze scolastiche.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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