Ditemi che sono bella

Fabiana Giacomotti

Vedo nudo. Instagram e Facebook hanno portato all’ossessione per il selfie vanitoso e in cerca di approvazione

Il post è poetico. “La luce del sole sull’acqua del mare”. Il mare, però, si vede quasi per niente perché in primo piano, fra le onde, spuntano invece le cosce dell’autrice, roride di impertinenti goccioline d’acqua. Infatti, nessuno si inganna: “Quanto sei bella!”, “splendida”; “wow”; i più maliziosi: “Che bel panorama…”. Segue cascata di cuoricini emoj in risposta, ovviamente senza ulteriori accenni al mare. “Grazie per la bella festa di ieri sera”, scrive un’altra, pubblicando una foto taglio mise en abime sul décolleté, esibito come si conviene per un party estivo di cui, però, sembra essere l’unica partecipante. Siamo stati esclusi da ogni narrazione visiva se non da quella di un paio di tette strabordanti, di cui la proprietaria accoglie il tripudio di pollici alzati e lingue penzoloni a commento con il sussiego di un’attrice consumata e lo sviamento di prammatica: “Grazie per la simpatia”. Una terza conoscente posa a sirena in costume intero sgambatissimo su un muretto. La didascalia a corredo avrebbe entusiasmato i Surrealisti: “La gioia di una domenica dai nonni”.

     

Vogliamo sentirci sexy. Non solo tutti cercano il loro profilo migliore, che sarebbe anche naturale. Posano, e c’è una bella differenza

Potremmo continuare fino alla battuta dodicimila di questa pagina che tante, più o meno, ne accoglie, ma sarebbe inutile perché sappiamo tutti di che cosa stiamo parlando e tutti, in veste di protagonisti o di claque, siamo caduti nella trappola del selfie vanitosamente incongruo, cioè della richiesta di approvazione o, per meglio dire, di conferma. “Ditemi che sono bella”. “Ditemi che vi piaccio e quanto”. La società può raccontarsi inclusiva quanto vuole e il populismo disprezzare differenze e competenze, ma la verità è che la gente, cioè voi, tu, io, continuiamo a sentirci incerti della nostra apparenza e del nostro potere d’attrazione (sì, certo, sessuale) come ai tempi di Paride, con la differenza che i social ci hanno esposto a un pubblico potenziale stratosfericamente più numeroso rispetto a quello della nostra famiglia sulle pendici dell’Olimpo o dei residenti del villaggio di Saumur (che caso, quello in cui sarebbe nata Coco Chanel) in cui l’eroina balzacchiana Eugénie Grandet consuma la sua giovinezza di bruttina ricca nell’attesa di un fidanzato che non tornerà mai, consegnandola così a una serie di pretendenti vedovi con figli a carico.

   

La bellezza, qualità elitaria distribuita secondo criteri insondabili e poco manipolabili nonostante gli infiniti tentativi, anche criminali, se ne infischia del politicamente corretto e del mantra dell’attrattiva individuale, sei-bella-come-sei e tu-sì-che-vali. Il suo tentativo di soggiogarla è un istituto sociale, e anche relativamente recente, perché fino all’avvento della società dei consumi e della vendita di cosmetici, guaine e sogni alla portata di tutti, l’apparenza era un fatto dirimente e apodittico. Belli. Brutti, senza via di scampo. Da quando il selfie o la fotografia scattata dal marito/moglie/amante /amico paziente sono diventati un metro di verifica della nostra popolarità, e questa direttamente collegabile alla nostra autostima, abbiamo imparato a risucchiare l’ombelico fino alle costole come non erano riusciti a fare tre anni di sessioni di Pilates. Vogliamo tributi pubblici alla nostra bellezza, nessuno escluso e a ogni età. Vogliamo sentirci sexy, desiderabili, irresistibili come Beyoncé, che dopotutto sarà mica una silfide. Non dovendo più ingaggiare un fotografo professionista per imitarne le pose, ci sembra improvvisamente un obiettivo alla nostra portata, e piazzarci a gambe aperte su un trespolo del tutto giustificabile anche se la mattina insegniamo latino al ginnasio. Basta scorrere Instagram o Facebook per avere la prova che anni di battaglia contro gli stereotipi della bellezza occidentale sono falliti e che la forza riproduttrice della natura ha vinto. Non solo tutti cercano il loro profilo migliore, che sarebbe anche naturale e ci mancherebbe. Posano, e c’è una bella differenza.

  

L’intensità del battimani, cioè il numero dei like, è direttamente proporzionale al potere di chi pubblica la propria immagine

Neghiamo a parole l’imperio della bellezza giovane e tonica a cui continuiamo ad aspirare anche a novant’anni. Facebook e Instagram tolgono ogni giorno, ogni minuto, la patina di correttezza che ci eravamo dati. Vogliamo sentirci fighi, punto: c’è nulla di male in questo, ma dovremmo anche piantarla con la lagna dell’inclusione estetica. Nel momento stesso in cui ci sdraiamo sul muretto inarcando la schiena per appiattire la pancia dichiariamo che i rotoli e la pelle flaccida non ci fanno allegria; ci fanno schifo. “Nessuno legge il mio profilo, tutti guardano la foto e basta. Vogliamo essere onesti, una volta tanto? Ci dicono che l’esteriorità non conta, e invece sappiamo che il mondo ci giudica per quella”, osserva Amy Schumer nelle prime battute della sua nuova commedia, che prende lo spunto e il titolo da una canzone di “West Side Story”, “I feel pretty”, per analizzare, purtroppo senza la cattiveria necessaria ma siamo per l’appunto in tempi di correttezza e non poteva che cascarci anche la più irriverente delle comédiennes mondiali, il desiderio nascosto di essere “considerati innegabilmente belli” almeno una volta nella vita.

  

Fino a un minuto prima che Facebook e Instagram prendessero possesso delle nostre vite insieme con il bastone da selfie, ci limitavamo a scattarci un paio di foto in vacanza d’estate e l’immaginetta natalizia sotto l’albero con figli e nipoti a imitazione della regina Elisabetta a scopo augurale. Ora, anche se non postiamo immagini di noi stessi per lavoro come Chiara Ferragni o come Paola Turani che ha appena calcato il tappeto rosso di Venezia nelle vesti dell’attrice che non è e indossando l’abito così così dello sponsor che ce l’ha mandata, abbiamo fatto tutti l’abitudine ai tre-quattro selfie di “prova”, come le Polaroid ai tempi di “Sotto il vestito niente”. Verifichiamo i contatti con puntiglio professionale (“dici che è troppo esposta?”; “dài rifacciamola”) e, quando ci riteniamo soddisfatti, postiamo, in attesa della stessa rassicurazione che, da piccoli, cercavamo nella mamma, titubanti come Calimero, e che oggi chiediamo anche a chi non abbiamo mai incontrato, perfino a costo di filtrare l’immagine in cinque fasi successive o di sottoporci a tre cambi d’abito al nostro stesso funerale come Aretha Franklin, il Signore l’abbia in gloria con la sua bara placcata oro, le sue Loubutin in raso rosso e il titolo che le ha dedicato il New York Post in prima pagina: “Going in style”, sopra l’immagine di lei nella camera ardente fra i pizzi mentre sullo sfondo, in prospettiva, appare un muro di cellulari accesi.

    

Anche se vincenti, affermati, anzi soprattutto se tali, all’omaggio al nostro aspetto teniamo sopra ogni cosa (un vecchio manuale di bon ton lo consigliava ai mariti che volessero far carriera: fate sempre complimenti ai vostri superiori per il loro aspetto, non per la loro bravura), usandolo perfino come controprova del nostro potere e della nostra presa sui destini altrui. Vogliamo i nostri ragioner Fantozzi a batterci le mani e a scappellarsi al nostro passaggio: “Che bel direttore è lei”. Collaboratori, debitori, questuanti, aspiranti amanti, o dipendenti, o amici: verifichiamo chi abbia cliccato un like e che tipo di commento abbia eventualmente postato. Avrete certamente notato che l’intensità del battimani, cioè il numero dei like, è direttamente proporzionale al potere di chi pubblica la propria immagine: d’altronde, l’imperatore ha sempre vestiti nuovi, e un’apparenza divina. Ce l’hanno, in gradiente minore, anche i suoi protetti, i famigli e gli animali di casa: la cagnetta birichina, la nipotina grassottella, la nonna con la permanente a ricciolini color pervinca, anche lei salutata da un tripudio di pollici alzati ed espressioni di meraviglia da parte di gente che la sua, di nonna, andrà a trovarla forse due volte all’anno. I social sono il nuovo specchio di Grimilde; di certo, sono più acquiescenti di lui che ogni tanto storceva la bocca e che comunque finiva per mettere la piccina dai capelli neri come l’ebano sulla strada della matrigna in declino.

    

Chiediamo consensi anche con la foto postata di prima mattina davanti allo specchio del bagno. La prova estrema di essere amati

Nei recessi delle foto postate da schiere di milf su Instagram, ci saranno sicuramente migliaia di Biancaneve, figlie e figliastre di gentile aspetto; nessuna di loro compare però nell’orizzonte visivo e mentale della regina dei salotti milanesi con misteriosa figlia adolescente o dell’amico pluridivorziato che invita invece l’universo mondo social a “tirargli su il morale” a suon di complimenti, per ragioni misteriose ma sulle quali schiere di donne si buttano a corpo morto (i maschi sono vanitosissimi, benché una delle solite ricerche americane dica che le donne scattino più selfie degli uomini “perché più disposte a condividere i propri sentimenti con gli altri”). Il potere arbitrario della bellezza, o del suo sembiante iconico che un post sapientemente usato può favorire, ha un ascendente talmente forte da annullare perfino il senso del ridicolo. Se ne cerca, anzi, il limite, in una sfida con se stessi e con gli altri. Fino a che punto potremo spingerci per provare, come diceva il solito Balzac, che “una donna bella può tranquillamente esser sé stessa, (e) il mondo ne tollera sempre una sciocchezza o una goffaggine”? Vogliamo poter ridere con gli altri delle nostre sciocchezze e della nostra civetteria, certi del loro perdono. Oltre quel limite, ed è sempre la “Commedia umana” a spiegarcelo, c’è il giudizio degli altri, quello “sguardo che spegne anche la più meravigliosa delle espressioni sulle labbra di una donna brutta, le intimidisce gli occhi, aumenta la malagrazia dei suoi gesti, imbarazza il suo compagno”.

    

Credevamo di esserci liberati dalla dittatura della bellezza. E’ vero il contrario. Chiediamo approvazione anche dalla foto postata di prima mattina davanti allo specchio del bagno, ancora con la faccia lucida. Il limite estremo è quello: se mi dicono che sono bella anche così, non ci sono più dubbi che lo sia davvero, e che io sia davvero amata. Ci vuole una gran forza per non cedere alla malia del filtro Perpetua, l’equivalente della calza di nylon sull’obiettivo di cui si diceva facesse grande uso Silvio Berlusconi, in un mondo che ricompensa il post dei belli e famosi a suon di milioni, una grandissima personalità per accettare la propria “mancanza di grazia” come Rahel Varnhagen, la madame de Stael dell’illuminismo tedesco, che una mattina del 1815 accolse l’idolo del momento che bussava al suo attico per conoscerla, Johann von Goethe, senza nemmeno pettinarsi “per non farlo aspettare”, certa che un toupet non ne avrebbe migliorato l’aspetto.

   

Più siamo insicuri, più postiamo selfie, più ce la leghiamo al dito se non otteniamo risposta. Mentire, per quieto vivere e buona educazione

“Non essendo una modella, punto sulla simpatia”, mi confidava qualche settimana fa un’amica di mia figlia, moderatamente graziosa, che ormai da tempo si accompagna con un attore bello e molto famoso, mentre gli occhi cercavano con insistenza una smentita. Non la vedrete mai fotografata con lui: non lo fa per naturale ritrosia, per amore della privacy, ma anche per timore del confronto e dell’esposizione alla cattiveria altrui e soprattutto delle centinaia, migliaia di deluse che non sarebbero clementi o affettuose come la cerchia dei conoscenti che la protegge. Il crinale che separa il plauso cortigianesco da quello reale e quello affettuoso è il vero grande quesito che questi post generano in chi li fa. Sotto la maschera del selfie vanitoso affiora sempre un filo d’ansia. D’altronde, che cosa vuoi dire alla collega con il doppio mento che ti chiede pubblicamente conto del suo nuovo taglio a paggetto? Sorvolare sarebbe peggio di un insulto. Dunque, si mente, per quieto vivere e per quel minimo di sapienza di mondo che si chiama buona educazione; si mente come le mamme delle bambine brutte, e con lo stesso affetto indulgente, pietoso. Una ricerca condotta dall’Università di Buffalo ha evidenziato che chi basa la propria autostima sull’opinione degli altri è più portato a pubblicare selfie. Cioè, più siamo insicuri, più postiamo, più ce la leghiamo al dito se non otteniamo risposta. Alle prossime cosciotte in bella vista, non abbiate esitazioni: cliccate subito entusiasti. Non costa niente, e si è tutti più felici.