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Il patriarcato ha i giorni contati, ma a Man’s world l’uomo può ancora divertirsi

Arriva in Italia la prima fiera maschile. Senza calcio né sesso

29 Marzo 2018 alle 13:00

Il patriarcato ha i giorni contati, ma a Man’s world l’uomo può ancora divertirsi

Un'immagine del Man’s World di Amburgo (foto Mile Stévic)

Mi hanno detto “vai ad Amburgo alla fiera dell’uomo e scrivine” ed io ho tremato, temuto, ghignato e fortissimamente sperato che un blitz del #metoo tedesco smantellasse tutto e mi levasse dall’impiccio. Invece, ho preso l’aereo e, a metà del volo, un cordiale tizio a due posti da me ha notato il mio volto contratto dalla disperazione (dietro di me stazionavano otto demoni minorenni) e mi ha allungato le sue bat-cuffie isolanti grigio metallizzato, che ho rifiutato perché buonsenso vuole che mai s’accettino utensili noise cancelling da sconosciuti di sesso maschile che, dopo poche ore, di certo sorprenderai a fare acrobazie machiste, in canottiera e mutande Ragno, davanti a un pubblico di ubriachi avviati alla molestia sessuale.

 


 

Il Man’s World di Amburgo (foto Mile Stévic)


 

La prima cosa bella di questo Man’s World è che se sei femmina ti costringe ad ammettere che non sai guardare gli uomini a occhio nudo, ma solo con la lente della commedia sexy all’italiana. Man’s World non è una fiera, ma “un parco giochi, un insieme di storie”: parola di Michele Budelli, AD di Fandango Club, che porterà per la prima volta l’evento in Italia (esiste dal 2015), a Milano, dall’11 al 13 maggio. Budelli non sembra preoccupato dal fatto che una donna qualsiasi che legge “Mondo degli uomini”, pensa prima all’Ignazio Jouer (ricordate senz’altro Fiorello che imitava La Russa inventariando gli attrezzi del vero uomo – “Cingolato! Autoblindo! Napalm! Anfibio! Acquaragia! Alabarda!”) e dopo che dovrà esserci una ragione se i soli a essersi irritati per gli stereotipi maschili sono i militanti del Men’s Right Activism, individui quasi tutti grassocci, tristi e parecchio soli.

  


In alto i fondatori di Man's World Daniel Rasumowsky (sx) e Karim Debabe (dx); in basso il team di Man's World Italia: Marco Moretti (sx) e Michele Budelli (dx) (Foto Mile Stévic) 


 

E se la cosa non lo turba è perché Man’s world non è stato creato per le donne (sollievo) ma per gli uomini. Un preciso tipo di uomini: placidi, paciosi, giocherelloni, gentili, non galanti, trenta-quarantenni ricchi abbastanza da alleviare la fine dei vent’anni iscrivendosi al circolo di assaggiatori di gin&giocatori di biliardo, spendendo non modiche cifre in abiti su misura e biliardini in ciliegio e bistecchiere in pietra lavica del Mauna Loa e computer artigianali ricavati da macchine da scrivere.

 

Possibile che, se non sono omosessuali, sono hipster? Attenzione a non pensare da italiani. Hanno ideato e confezionato Man’s World tre svizzeri, ragazzetti di quelli che a trent’anni hanno una carriera decennale alle spalle e sono esperti di settore (in questo caso: marketing, vendita al dettaglio, motori). Uno di loro, Daniel Rasumowski, ha detto: “Gli uomini sono spesso acquirenti pigri e compulsivi, per questo abbiamo voluto riunire in un unico luogo un target che proponesse una selezione accurata di prodotti, marchi e servizi di alta qualità”.

 

L’operazione è chiara: creiamo un luogo d’incontro, non di spesa. Io, al sesto minuto dall’ingresso – dove il biglietto mi è stato staccato non da una ombrellina, come temevo, ma da un tedesco né brutto né bello –, ho chiesto da bere tanto ero spiazzata: niente calcio, niente sesso, zero donnine, no adolescenti, no Britney Spears, neanche una spruzzata di quei devastanti deodoranti per ambiente al larice mescolati al dopobarba, come usa in certi outlet travestiti da boutique. Mi è stato servito un cocktail dall’aspetto salutare, l’odore di basilico e il sapore di spremuta di rosmarino e allora ho assaggiato un panino finger food, poi un altro, poi un altro ed erano tutti al salmone o al tonno e prima che potessi pensare “sono al funerale del patriarcato”, un belga-tedesco mi ha invitata a giocare a freccette e non voleva adescarmi, ma giocare, quindi sono scappata farfugliando una canzone di Al Bano.

 

  

Mi sono ritrovata immersa in ottimo jazz e odori neutri, tra schiere di raffinati quarantenni con la faccia da astemi e un boccale di birra in mano, platealmente disinteressati alla (non sparuta) presenza femminile tanto che a un certo punto ho meditato di avvicinarmi a qualcuno cantando quel pezzo di James Brown che fa “It’s a Man’s Man’s World but it wouldn’t be nothing without a woman”, ma poi mi sono concentrata su Budelli che mi ha corretta quando ho usato la parola stand. Meglio salottini, perché “è l’esperienza che conta, non il prodotto, che è sempre in secondo piano”, e io mi sono detta che in un Women’s World assai facilmente mi sarei ritrovata in un allestimento ispirato alle fantasie di Sophie Kinsella, a fare lo slalom tra banconi invasivi e gazebo a forma di VISA, mentre qua mi sento Wendy in mezzo a centinaia di Peter Pan. Vedo: modellini (di macchine, di moto, di elicotteri, di canoe), Harley Davidson ingentilite, sarti in tweed, artigiani del rame, barbieri (non quelli da paese meridionale, ma da barber shop) e mi diverto e faccio una partita a ping pong e poi parlo con un ragazzone che staziona sotto una scritta che fa “benvenute nelle terre selvagge” e prima mi spiega che lui e il suo sodale organizzano corsi di sopravvivenza nel bosco e poi che ha una fidanzata in Sicilia e quindi spera di venire a esporre a Milano. E io penso che anche i ragazzi, come le ragazze, finalmente, vogliono solo divertirsi. Quindi, amiche, evitate di accompagnarci il fidanzato: andateci da sole (se vi piace l’alcol, bevete prima).

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