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in classe
Processo ai voti in una scuola tutta calcolo e registro elettronico
Una burocrazia insostenibile e la necessità di una riforma: una sola valutazione pubblica, a fine anno scolastico, divisa in quattro fasce. Dialogo tra due insegnanti
Due insegnati dialogano senza filtri dopo aver concluso gli scrutini del primo quadrimestre.
Mario Leone: E’ tempo di scrutini, hai fatto medie, inserito voti, calcolato assenze?
Antonio Gurrado: Ossessivamente. In questo periodo la scuola si rivela come libro scritto in caratteri matematici; tutto quanto è avvenuto nei mesi precedenti viene tradotto in numeri, percentuali, quozienti, coefficienti, medie, crediti o debiti. Credo sia l’unica realizzazione concreta dell’auspicio utopistico di Leibniz, quando vagheggiava una società in cui fosse sufficiente dire “calculemus”.
ML: Lo facevano anche Milton Babbitt e Iannis Xenakis, usando modelli matematici per generare strutture musicali. Alla fine, quando si parla di valutazione, si creano due poli: negativo, con la valutazione ridotta a selezione, repressione, sanzione; positivo, con la valutazione elevata a progresso, stimolo, adattamento. Tanta teoria della valutazione, ma nei fatti poca roba.
AG: Si tratta di una pseudoscienza, per almeno tre motivi. Anzitutto, come a ragione sosteneva Luciano Canfora, la didattica è una disciplina comparabile alla teoria del nuovo. Poi, la pretesa scientifica di una valutazione capillarmente oggettiva nega il principio stesso su cui si fonda la scuola, ossia l’incontro fra persone – docenti e allievi – che, come tutti gli incontri, è poroso e avviene su un terreno instabile, che muta condizione giorno dopo giorno. Infine, la valutazione è inutile poiché accanirsi sui decimali dei voti contraddice (o forse compensa) il fatto che la scuola italiana non sia selettiva: tutti si diplomano prima o poi, mentre manca un criterio oggettivo, uniforme e nazionale per stabilire quali alunni o quali istituti siano migliori degli altri.
ML: Detto fra noi, spesso la valutazione è espressione di autorità e non di autorevolezza. Il voto dovrebbe essere l’espressione di un docente competente, mentre spesso è un’arma per punire l’alunno mascherando una propria inadeguatezza. Tutti cercano di oggettivare la valutazione (non è un errore, entro certi limiti) moltiplicando strumenti quali griglie, indicatori, descrittori. Una burocrazia insostenibile, un intricarsi di procedure senza poi comprendere bene se stiamo ponendo un argine all’arbitrarietà o la stiamo solo mascherando.
AG: Faccio un esempio concreto. Uno studente del triennio del liceo viene valutato ogni anno fra le quattro e le otto volte per materia, da moltiplicarsi per una decina di esse, così da conseguire a fine anno circa dieci voti, con l’aggiunta delle più blande valutazioni in educazione civica e in condotta, onde ottenere una media arrotondata al secondo decimale, che dà diritto a un credito utile per il punteggio dell’esame di maturità. I voti sono tantissimi, ma le fasce di credito molto appiattite. Significa che questo studente può essere valutato anche duecentocinquanta volte per ottenere, in sede d’esame, magari quattro o cinque centesimi di differenza rispetto a chi è andato sempre bene o sempre male.
ML: Poi, se permetti, i docenti sono la categoria più chiamata a valutare ma anche quella che più rifiuta di essere valutata: partono subito i sindacati.
AG: Non è un caso, infatti, che si siano sindacalizzati anche gli studenti: da un lato imperniando l’intero senso dell’apprendimento sull’ansiogeno accumulo di valutazioni, dall’altro contestando minuzie con un’acribia che, se solo la impiegassero nello studio, garantirebbe tutti dieci in pagella. Se gli insegnanti rifiutano con sdegno l’ipotesi che il proprio lavoro venga valutato, perché gli alunni non dovrebbero imitarli?
ML: Concordo. Alla fine, poi, sai cosa fanno? Alzano i voti, tolgono le insufficienze per raggiungere una sorta di pace sociale: i genitori non rompono, cala il rischio di ricorsi e tutti sono più felici.
AG: Ti svelo un segreto: sono fra i pochissimi ad aver bocciato un candidato ammesso all’esame di maturità. Ha presentato l’immancabile ricorso e ha ottenuto di sostenerlo a settembre con un’altra commissione. È stato bocciato di nuovo.
ML: Eppure, tra le nuove mode della didattica, c’è l’ideale di una scuola senza voti. Abbiamo creato la scuola senza libri, senza banchi, senza voti… Manca solo la scuola senza insegnanti. Alla fine cosa resta?
AG: Niente, nemmeno gli studenti: sono tutti impegnati in attività extracurricolari.
ML: Nel saggio Storia critica del voto scolastico, Matteo Morandi parla anche di come il registro elettronico abbia cambiato il rapporto scuola-famiglie, nonché la relazione docente-studente in classe. Tutto è verificabile in tempo reale (spesso mi capita di inserire per sbaglio un’assenza e di ricevere dopo pochi minuti la visita della bidella, che chiede: “Professore, la mamma di Caio chiede se suo figlio è in classe”. Peccato che il figlio lo ha accompagnato a scuola la stessa mamma). Questi poveri ragazzi non possono più bigiare, far filone, far sega, che subito sono scoperti. Per non parlare dei voti, sempre visibili in tempo reale. Mi fa venire in mente dei versi di T. S. Eliot: “Cercano sempre di evadere / dal buio esteriore e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.
AG: Ma è in linea col grande registro elettronico a cui tutti noi adulti ci sottoponiamo quotidianamente! Il numero di like sui social, il minaccioso novero di mail inevasi, i flussi di denaro sulle app di home banking, i contatori automatici di passi o battiti cardiaci che portiamo al polso… Perciò ai genitori consiglio di non compulsare il registro elettronico, almeno durante l’orario scolastico, come esercizio spirituale per dimenticare di avere dei figli. Ringiovanirebbero.
ML: Si stava meglio nel Medioevo, quando esisteva il voto sì/no, approvato/respinto. Scrive Morandi che sono stati i gesuiti a introdurre, a fine Cinquecento, “il voto come dispositivo conformante basato sulla competizione. Il loro insegnamento prevedeva la centralità della disputa, o meglio di una gara perenne con tanto di accumulo di punti, cui erano sottoposti gli alunni allo scopo di stuzzicarne l’istinto e la crescente ambizione”. Una scuola competitiva, che ora genera ansia negli studenti. Per quanto sia riduttivo e semplicistico confinare i problemi di ansia dei ragazzi alle sole prestazioni scolastiche.
AG: Io auspico una riforma rilassante: una sola valutazione pubblica, a fine anno scolastico, divisa in quattro fasce. Eccellente per chi si è dimostrato naturalmente portato per la materia, buono per chi si è impegnato con profitto, sufficiente per chi sa le cose fondamentali, insufficiente, con obbligo di ripetere il programma, per chi non ha raggiunto gli obiettivi minimi. Interrogazioni e verifiche durante l’anno si trasformerebbero, da ordalie che sono, in laboratori congiunti per migliorare il risultato finale. Qualsiasi insegnante vuole che tutti i suoi alunni vadano bene a scuola.
ML: E gli scrutini durerebbero molto meno.