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Tre miseri comunicati
Eccola qui tutta la “protesta” delle università italiane per il massacro in corso in Iran
Nessuna azione accademica contro il regime iraniano, e non si registra una sola iniziativa del corpo docente. Nel frattempo sono 93 gli accordi attualmente in vigore tra le accademie italiane e quelle della Repubblica islamica
La Human Rights Group Activists News Agency annuncia che il numero delle vittime confermate in Iran ha raggiunto quota 4.029, con oltre novemila decessi in corso di revisione e gli arresti superano i 26 mila. Eppure, il bilancio tragico e ancora provvisorio della protesta contro la Repubblica islamica è scemato via dai notiziari e dagli hashtag, proprio come speravano gli ayatollah. E non è mai entrato nelle nostre università. Sono 93 gli accordi attualmente in vigore tra le accademie italiane e quelle della Repubblica islamica. Un singolo accordo è previsto dalle Università di Siena, Trieste, Pisa, L’Aquila e da Ca’ Foscari, tre sono in vigore all’Università del Sannio e Perugia, sette all’Università della Basilicata e altrettanti a Ferrara, nove a Bari, quattro a Camerino, cinque all’Università di Firenze, tre a Modena, due alla Federico II e a Padova, nove all’Università di Torino, ventidue solo alla Sapienza di Roma. Patti non astratti: implicano scambi di studenti, ricerche congiunte, fondi condivisi. Revocarli significherebbe un gesto concreto contro il regime.
Tutto tace invece dalle parti della Sapienza: neanche un comunicato o un sospiro retorico per gli iraniani ammazzati. Nessuno che faccia il nome di Robina Aminian, la studentessa a cui hanno sparato alla testa da distanza ravvicinata durante le proteste. L’Università di Siena, attraverso il rettore Roberto Di Pietra, esprime “piena solidarietà nei confronti degli studenti dell’Iran”, ma nient’altro. Zero da Bari. “Esprimo preoccupazione e grande sconcerto per quanto sta avvenendo in Iran”: così il rettore dell’Università di Parma Paolo Martelli. Simile il commento del rettore di Bologna, Giovanni Molari. Su un altro fronte, l’Università di Pisa ha interrotto due accordi quadro con le Università israeliane Reichman e Hebrew. L’Università di Bari ha sospeso i suoi accordi e deciso di istituire un sistema di verifica sui progetti scientifici con Israele.
L’Università di Torino ha votato di non partecipare al bando Maeci per la cooperazione tra istituzioni italiane e israeliane. Così ha fatto l’ateneo di Firenze. E dove non hanno deciso di cancellare gli accordi, le università si sono rese protagoniste di continui appelli e manifestazioni del corpo docente per mettere fine ai rapporti con Israele. Sull’Iran, nessuna azione accademica contro il regime e non si registra una sola iniziativa del corpo docente. Non una parola dalla Conferenza dei rettori, che invece un anno fa si era espressa su Gaza.
Nel 2008, al tempo di altre proteste in Iran, uscì un video girato all’Università di Shiraz. Uno studente prende la parola di fronte allo speaker del Parlamento iraniano, Ali Larijani (che ha una figlia impiegata alla Emory University negli Stati Uniti): “Io non le farò una domanda, in quanto non la riconosco come legittimo”. Non si sa che fine abbia fatto quello studente, mentre sappiamo che fine ha fatto la dignità di università che rompono con il paese al 39esimo posto nella classifica mondiale della libertà accademica (Israele è avanti a molti paesi occidentali come Svizzera, Finlandia, Regno Unito e Olanda) e flirtano con il paese al 154esimo posto, l’Iran. Ma c’è chi ha fatto peggio, come Firenze, Bari e Trieste: accordi con gli ultimi in classifica, l’Afghanistan e la Corea del nord.