Senza investire sulla scuola la gaffe di Immuni resterà semplice realtà

Alessia Mosca e Francesco Luccisano

La preoccupante indifferenza per le lezioni che non ripartono

L’icona imbarazzante della mamma a casa col bambino è stata prontamente rimossa dalla app Immuni, ma ci rimane un simbolo più grande e più eloquente delle disparità del nostro paese: sono le porte delle 41 mila scuole italiane, che resteranno chiuse ancora per mesi. In Italia questa sarà l’ultima settimana di scuola da casa per 8 milioni di studentesse e studenti, mentre negli altri paesi europei, con poche eccezioni, le scuole hanno riaperto: la Francia gradualmente dall’11 maggio, partendo dai più piccoli; la Germania dal 4 maggio con approcci diversi nei vari Lander. In Grecia e in Portogallo dall’11 maggio si è iniziato con gli alunni più grandi, mentre la Danimarca già dal 15 aprile ha riaperto i nidi, le scuole materne, elementari e medie.

 

Niente da fare per l’Italia: mentre aprono ristoranti, cinema, palestre, perfino i centri estivi, studenti e famiglie restano in attesa di avere delle indicazioni su come sarà la riapertura a settembre. Eppure, numeri alla mano, la situazione dell’affollamento non è così diversa dal resto d’Europa: secondo l’OCSE la dimensione media di una classe di scuola primaria in Italia è di 19 bimbi (24 in Francia, 21 in Germania) e alle superiori l'Italia ha 10 studenti per docente (la Francia 13, la Germania 11). Il danno formativo per i nostri giovani è incalcolabile, e sarà ancora più alto per i più vulnerabili: i poveri, i disabili, i più piccoli per cui la didattica a distanza è quasi impraticabile.Ma c’è un’altra perdita per la società con le scuole chiuse, e sono le donne e la loro partecipazione al mercato del lavoro, che in Italia è drammaticamente bassa nei numeri e nel riconoscimento in termini di retribuzione e carriera.

I bambini che dalla prossima settimana rimarranno a casa cosa faranno? Perlopiù se ne occuperanno le madri, perché nel nostro paese la suddivisione dei compiti in famiglia segue ancora modelli tradizionali. Secondo una ricerca di Episteme, il 65 per cento degli uomini dichiara che sarà la partner a stare a casa ad occuparsi dei figli a fronte del 27 per cento delle donne, e infatti il 72 per cento delle persone rientrate al lavoro all’inizio della fase 2 erano uomini (dati Casarico-Lattanzio). Nulla di male a scegliere, come donne, l’accudimento dei figli come propria unica vocazione. Ma per quelle che vorrebbero fare scelte diverse o sono obbligate, per ragioni di sussistenza, a farle? Gli stessi strumenti messi in campo per ovviare alla chiusura delle scuole rischiano di ritorcersi contro le donne nel medio periodo: lo smart working, se non sarà accompagnato da una evoluzione dell’organizzazione aziendale che non sempre è possibile, si ridurrà a mera forma di conciliazione, e alla lunga le donne lo sceglieranno come “lavoro di seconda categoria”, mentre gli uomini resteranno sul posto di lavoro a fare carriera più velocemente, allargando ulteriormente il gap delle retribuzioni. E i congedi consentiti dai recenti decreti di emergenza saranno scelti, spesso per necessità prima che per limiti culturali, dal genitore con la paga più bassa. Che statisticamente è ahinoi più spesso la madre. Dire tutto questo non significa far passare la scuola per una mera “baby sitter”, ma riconoscere all’istruzione obbligatoria un valore storico di emancipazione che riguarda sia i bambini e le bambine sia le famiglie. Non riconoscere questo ruolo significa scordare che senza la scuola nel ‘900 le donne, specie quelle delle fasce sociali più disagiate, sarebbero rimaste in larghissima parte a casa a accudire i figli. Significa ignorare che tutta la società di una Repubblica costituzionalmente “fondata sul lavoro” necessita anche un’organizzazione del tempo che la renda possibile. E la scuola è parte di questa organizzazione. Sappiamo che su questi temi si scatenano le divisioni più accanite e profonde. Nessuno ha le soluzioni pronte in tasca. Sappiamo però che se questi due temi, scuola e donne, non sono al centro del dibattito non si potranno fare mai passi avanti e si perpetueranno sempre le stesse dinamiche. Anzi, in un momento come questo in cui si stanno ridefinendo tanti aspetti della nostra vita, non è pensabile che il tema non sia più che centrale. Arriveranno tanti soldi dal recovery fund. Quanti di questi andranno alla riorganizzazione della scuola in termini di infrastrutture, agli asili nido carenti, al tempo pieno che ancora manca, a modificare un calendario scolastico non più adeguato ai tempi, a creare una carriera per i docenti che selezioni i migliori all’ingresso e faccia crescere quelli che più si impegnano per gli studenti? Quanta attenzione politica sarà dedicata alle misure di condivisione delle responsabilità di cura, e a una organizzazione del lavoro davvero smart, che significa anche opportunità di carriere indipendenti dal genere? Se non c’è un dibattito, anche duro e serrato, si resterà indietro e si creeranno voragini di diseguaglianze. Un dibattito che sia aperto e senza preconcetti, senza tabù, che coinvolga proprio tutti, non solo gli addetti alla scuola o delle istituzioni culturali o le organizzazioni femminili. Le stesse imprese e il sistema economico e sociale in generale dovrebbero non solo essere coinvolti, ma essere essi stessi i primi ad avanzare questa necessità. Un Paese che non includa appieno le donne e che non investa primariamente nella scuola non è un Paese che può farcela.

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