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La penisola degli atenei online

Non solo Cambridge. Da nord a sud, il lockdown ha costretto tutte le università a scoprire l’e-learning. Metodi differenti, creatività, studenti e docenti. Una lezione aperta

31 Maggio 2020 alle 06:11

La penisola degli atenei online

foto LaPresse

“Strano dover parlare a uno schermo, ma quando poi lo schermo improvvisamente ti risponde, perché dall’altra parte c’è lo studente, capisci che il segreto di internet – permettere anche al timido di avere un volto, seppure in modo mediato – ha fatto accadere un piccolo miracolo, in un momento di grande difficoltà”. Così Paola Severino, vicepresidente della Luiss Guido Carli, già rettore dello stesso ateneo ed ex ministro della Giustizia, racconta la fatica ma anche la scoperta di un mondo nuovo (e di un modo nuovo) nell’insegnamento e dell’apprendimento, durante i primi, durissimi giorni di lockdown. Chiudere le università o riaprirle nella forma dell’insegnamento a distanza, “questa sì che è una bella botta”, ha scritto Giuliano Ferrara su questo giornale. Possono andare d’accordo didattica e distanza? C’è l’università di Cambridge che si annuncia “luogo chiuso” per il prossimo anno, ci sono gli atenei – tanti, in tutto il mondo – che si ripensano anche da remoto, e c’è il filosofo Giorgio Agamben “in guerra contro i professori che giurarono fedeltà al wi-fi”, come nota Francesco Cundari su Linkiesta (“i professori che accettano di sottoporsi alla nuova dittatura telematica”, scrive Agamben, “e di tenere i loro corsi solamente online”, sono “il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista”). La realtà, da nord a sud, racconta invece di un processo di adattamento faticoso, ma anche fantasioso, al capovolgimento di vita, abitudini e pensieri che l’emergenza ha portato.

 

Dice Severino: “Dopo i primissimi giorni di disorientamento – eravamo nel pieno dell’attività per i corsi del secondo semestre e per i master – abbiamo sperimentato la nostra piattaforma interattiva. Questo ci ha permesso di non interrompere l’anno accademico, e di far laureare chi doveva laurearsi. Gli studenti hanno cominciato a interagire come in aula. Addirittura alcuni genitori, passando davanti al computer, si sono fermati ad ascoltare le lezioni. E’ l’ateneo che entra nelle case in un momento di difficoltà, come compagnia qualificata. Siamo riusciti anche a mantenere vivo il progetto ‘Dialoghi italo-francesi’, con alcuni webinar molto seguiti: abbiamo avuto fino a novecento ascoltatori. Questo ci ha permesso anche di accorciare le distanze internazionali: ci chiedevano di partecipare dall’Armenia e dall’Azerbaijan. Da una crisi, come spesso accade, è nata un’opportunità”. Come gestirla, adesso? “Io credo”, dice Severino, “che, con grande equilibrio, ognuno con la propria identità, si possa mantenere il modello interattivo, da un lato, affiancandolo dall’altro con la presenza fisica. Il professore deve essere presente al momento della laurea. E’ stato duro, in questi mesi, per studenti, famiglie e docenti, rinunciare a un evento emozionante e simbolico. Per questo abbiamo promesso, quando sarà possibile, un ‘graduation day’. Intanto prendiamo il buono dalle cose nuove”.

 

Di fronte a quello che appare come un cambiamento profondo, e soltanto in alcuni casi un percorso accelerato per qualcosa che era già in atto all’interno di una modalità del sapere invariata da secoli, si assiste, pur nelle differenze, a un simile sforzo di proiettarsi oltre l’asfittico sbarramento delle porte in quella che è sempre stata considerata una “comunità”. Non a caso la comunità universitaria, racconta Remo Pellegrini, rettore dell’Università degli studi di Bergamo e coordinatore dei rettori della Lombardia, “si è stretta virtualmente attorno alla città assalita dalla pandemia”. A fine febbraio, quando il resto del paese ancora faticava a rendersi conto dell’incubo imminente (Lombardia compresa), con il cinquanta per cento di studenti fuorisede, Pellegrini decide di sospendere l’attività dal vivo. “Abbiamo preso la decisione di ‘trasferirci’ subito online, anche se simbolicamente ho voluto presiedere la prima sessione di tesi a distanza, il 10 marzo, in piena tempesta. Volevamo dare un segnale di vicinanza agli studenti e ai colleghi. E da quel momento il dialogo con gli studenti è cresciuto. Ma resto convinto che l’università a distanza sia un mezzo e non un fine, e che spetti all’operatore rendere normale quel che normale non è”. Pur nella difficoltà, gli aneddoti dalla vita universitaria a distanza – dai professori che devono cercare di capire, durante gli esami, se davvero lo studente non abbia suggeritori in stanza, ai nonni che cercano di parlare con lo schermo durante la laurea del nipote – restituiscono la suggestione di una maieutica inattesa: la difficoltà che “tira fuori” capacità che non sai di avere. “Vivo in Val Seriana, centro dell’emergenza”, dice Pellegrini, “e ho imparato la lezione: l’emergenza ci ha comunque cambiati. E paradossalmente, nella distanza, ci ha avvicinati”. Gli studenti, anche stranieri, scrivevano al rettore mail come: “Quando torneremo avremo ben presente il privilegio di conoscere e imparare”. Ci sono stati i giorni orribili della perdita dei colleghi e del ricovero di altri, e la mattina in cui una studentessa, a cui era appena morto il padre, ha chiesto al rettore di poterlo ricordare pubblicamente. “Ma ora l’importante è tenere a mente che la parte maggiore devono continuare a farla le persone, non le piattaforme”, dice Pellegrini. Sempre al Nord, nel Piemonte colpito dal virus, la dimensione virtuale è stata anche pratica, racconta il professor Antonio Amoroso, docente di Genetica Medica a Torino: “Abbiamo dovuto rapidamente pensare a un sistema che permettesse agli studenti di seguire a distanza, ma, vista la materia, abbiamo creato camere virtuali per i medici tirocinanti, con manichini, simulazioni e cabine di regia. Però, dice Amoroso, da medico, “chi studia Medicina sa che non può non esserci il rapporto diretto con il paziente, e come professore ho cercato di mantenerlo, anche se via mail, con gli studenti. Si dovrà andare verso un sistema misto, e però allora dobbiamo riuscire a piegare i nostri computer alle modalità irrinunciabili della relazione umana”.

 

Altro dubbio: come fare a mantenersi “comunità” con la perdita di tutto quello che ruota attorno a una città universitaria, dai riti ai luoghi ai momenti di aggregazione? Da Perugia, città universitaria per antonomasia, il rettore Maurizio Oliviero parla di un ateneo che si è messo al servizio dell’emergenza, a livello teorico e a livello pratico, per esempio “con la produzione di reagenti per tamponi”. Ma quello che preme a Oliviero è far sentire, oggi, “la fiducia e la stima agli studenti, giovani che dovrebbero essere l’orgoglio del paese, in un momento in cui vengono meno le loro certezze e le loro abitudini. Non vorrei mai che qualcuno, viste le difficoltà economiche che hanno investito tante famiglie, rischiasse di perdersi per strada. Vorrei proporre quindi un patto: caro studente, non so che reddito abbia la tua famiglia, tu sai quanto può pagare come retta quest’anno. Bene, paga quella cifra. Vorrei che si investisse sulla responsabilità di questi giovani che durante il lockdown hanno frequentato virtualmente le loro facoltà, con compostezza. Nessuno si è tirato indietro: studenti, docenti e personale tecnico amministrativo. Spero che tra qualche mese scopriremo che le università italiane sono state in grado di riprendersi il posto in prima fila che meritano per impegno e competenza”. Ci sono realtà universitarie, in Italia, che si erano preparate a un futuro più digitale, ma, dice il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, “gli atenei sono stati travolti da una situazione inaspettata e imprevedibile che non ha precedenti nella storia”. E però la risposta, dice Gaudio, è stata “sorprendentemente positiva, dalle piccole cose – il docente anziano e non nativo digitale che fa in pochi giorni il balzo telematico, per così dire, e comincia a usare davvero lo smartphone che prima usava soltanto per chiamare la moglie – fino allo sforzo organizzativo per insegnare su piattaforma. Può essere un patrimonio per il futuro, questa risposta, vista anche la necessità, per ora, di adottare un sistema misto. Ma io non credo che la didattica a distanza possa sostituire l’università vera, che è fatta di scambio di idee estemporaneo e incontri che ci cambiano la vita”. Il ponte verso le fasi tre e quattro si intravede, ma con contorni sfumati. Può l’università dare un suggerimento per un futuro ansiogeno? Le università, dice l’ex rettore di Tor Vergata e docente di Genetica Giuseppe Novelli, “possono aiutare la crescita economica e sostenere, ora, la ripresa della società, oltre a migliorare quella di ripresa delle piccole e medie imprese, lavorando insieme”. “Bisogna favorire”, suggerisce Novelli, “lo ‘spin-in’: gli atenei aiutano le imprese a innovare i loro prodotti, se sono buoni vanno sul mercato, con vantaggio per tutti. E poi dovrebbero essere subito aperti i laboratori, pur con tutti i sistemi di sicurezza e garanzia, e dovrebbe essere facilitato lo scambio di dati su piattaforme scientifiche, rafforzando nel contempo l’internazionalizzazione: sta già avvenendo, nel grande campus virtuale di università europee”.

 

Né c’è divario Nord-Sud nella reazione universitaria all’auto-reclusione da virus. Racconta Arturo De Vivo, rettore dell’Università Federico II di Napoli: “Torno con il pensiero al 10 marzo, il giorno in cui, con lo svuotamento dell’ateneo, abbiamo capito di avere un’unica alternativa: attivare subito le lezioni a distanza, anche avvalendoci dell’esperienza fatta con la sperimentazione dell’e-learning con il progetto ‘Federica’, già presente. A quel punto, e in prospettiva, abbiamo potenziato l’offerta, su varie piattaforme, prevedendo l’erogazione di 3.500 corsi, e ci siamo attivati per esami e lauree da remoto”. Come garantire i diritti di tutti i 75 mila studenti nell’emergenza, questa era la priorità, dice De Vivo: “Il rapporto interpersonale è fondamentale, e quello dovrà essere ristabilito, pur mantenendo un sistema ibrido. Ma questa esperienza ci ha mostrato una via per essere più inclusivi: l’insegnamento a distanza potrà essere utile agli studenti con disabilità, agli studenti lavoratori, a chi ha difficoltà a frequentare. E’ come se avessimo fatto un salto in avanti di dieci anni, anche verso una maggiore integrazione”. Giuseppe Paolisso, rettore dell’Università della Campania Vanvitelli, ricorda la settimana da “regime di guerra” in cui l’ateneo “ha convertito i corsi online e bloccato gli esami scritti, meno controllabili a distanza, per mantenere solo quelli orali”. Però l’emergenza, per definizione, dice Paolisso, “non può farsi routine, specie per quanto riguarda l’attività di ricerca, che dovrà riprendere in sicurezza. Il ritorno al concetto di comunità accademica non sarà rapido, sarà complesso, ma speriamo di farcela per primavera del 2021. Più bravi di Cambridge, è l’auspicio”, scherza Paolisso. “L’università sta reagendo bene, tanto più dove rappresenta l’ambiente che rende possibile un salto di qualità nella vita di chi proviene da famiglie che non hanno potuto fornire strumenti di formazione”, dice il professor Pasquale Catanoso, prorettore vicario dell’Università Mediterranea a Reggio Calabria. Poi c’è lo scambio con l’esterno, anche sotto forma di aiuto pratico: “Nella facoltà di Ingegneria chimica abbiamo prodotto un disinfettante alle essenza di bergamotto e l’abbiamo mandata al nord. E se, per il sud, il problema delle università telematiche come scorciatoia era molto sentito, oggi possiamo dimostrare che la tecnologia, usata dalle università statali, con garanzie, può essere una grande opportunità”.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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