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Scuole di politica

Se la chiesa vuole impegnarsi in questo campo deve pensare in modo strategico. Attenzione ai pericoli

26 Settembre 2018 alle 10:12

Scuole di politica

Un manoscritto del 1350 mostra Enrico di Germania che tiene una lezione agli studenti universitari di Bologna. Di Laurentius de Voltolina

Difficile pensare che non sia giusto l’appello del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, affinché si promuovano scuole di politica di ideale o di ispirazione cattolica. Avendone fondate due, prima la Winter School – dal 2007 al 2016 – e ora PolitiCall, entrambe a Torino, con modelli diversi (e anche con tanti errori) mi permetto di formulare alcune considerazioni in dialogo con quelle del cardinale.

    

La prima considerazione riguarda il giudizio di valore sull’esperienza politica. In perfetta continuità, gli ultimi quattro pontificati hanno richiamato il valore della politica come carità, ma il giudizio strisciante delle comunità è stato spesso che la politica è un terreno minato, se non sporco, in cui vi è una tale possibilità di corruzione morale o materiale che alla fine è meglio non infilarcisi. Spesso sono stati proprio i preti e gli educatori cattolici a proporre il giudizio che i politici siano “tutti uguali” e che è meglio “starne alla larga”. Il richiamo di Papa Francesco a non temere di “sporcarsi le mani”, come i tanti precedenti e nello stesso senso di altri Papi, non è mai passato al popolo cattolico in questi ultimi decenni. Al contrario, il giudizio sulla politica in chiave morale, e molte volte moralistica, è stato portato avanti nelle comunità cattoliche prima che da gruppi e partiti che ne hanno poi fatto una bandiera. Se si vuole fare sul serio, occorre innanzi tutto un cambiamento di paradigma profondo non tanto nella dottrina – che è sempre stata precisa su questo punto – ma nella quotidiana pratica di giudizio. Chi fa politica fa davvero un servizio e pertanto bisogna incoraggiare tutti a farla, sostenerli quando la fanno, e giudicarli poi per il servizio reso al famoso bene comune e non per gli errori personali fatti.

     

La seconda considerazione è che i pochi tentativi di scuole di politica nelle varie parti d’Italia hanno spesso un limite che si rivela in maniere uguali e contrarie. Il limite, tentazione sempre presente nella mente umana, è quello di essere ideologici senza accorgersene. Così, tra le poche esperienze che si possono incontrare e acuì va comunque il merito del tentativo, alcune sono confessionali, insegnando top-down la dottrina cattolica applicata alla politica; altre sono un semplice affidare la platea alle élite culturali che già si trovano in altri luoghi formativi, pensando che l’insegnamento sia neutro. Così ci si ritrova a ripetere schemi clericali o mondani, senza un affronto realista dei problemi e, di conseguenza, senza proposte originali. Sono schemi che hanno il difetto di tutte le ideologie, prima ancora di essere sbagliate, annoiano, soprattutto i giovani. Un bel modello deve cercare di essere residenziale o comunque comunitario – come ogni esperienza educativa che non voglia essere un mero convegno – deve far incontrare personalità cristiane che abbiano a che fare con la vita pubblica e deve proporre soluzioni nuove o originali, possibilmente con un impegno pratico serio, anche elettorale. Sì, chiaramente si rischia di sbagliare proposta, partito e persona, ma senza impegno pratico la scuola di politica non funziona perché la politica è decisione, rischio e impegno e, togliendole questi caratteri, diventa stantia e poco affascinante per i giovani.

      

La terza e ultima considerazione, ovvia, è che per funzionare le scuole hanno bisogno di soldi, di contatti con persone di alto livello internazionale, di strutture. Se la chiesa vuole impegnarsi davvero in questa avventura, deve pensare un po’ strategicamente e sistematicamente. Al proposito, l’idea sussidiaria e non clericale di aiutare i laici che già operano in questa realtà, sarebbe la soluzione più semplice che eviterebbe piani progettuali troppo centralizzati che non riescono ad arrivare al popolo, ma in ogni caso non c’è giudizio di valore effettivo fino a quando non si mettono in campo soldi e programmi. Quando padre Gemelli aveva pensato che la ricerca universitaria fosse importante, aveva fondato un Centro universitario cattolico che desse ai giovani cattolici impegnati nella carriera universitaria un sostegno economico e un tutoraggio accademico sui contenuti. Ma, di nuovo, è innanzi tutto un problema di giudizio di valore. Per mettere i soldi in una scuola di politica invece che nella costruzione di una chiesa o in un’opera caritativa bisogna essere davvero sicuri che si tratti di una carità più grande. Fino a quando tale giudizio non sarà patrimonio comune del clero e del popolo cristiano in Italia, gli appelli pur giusti cadranno nel vuoto.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    27 Settembre 2018 - 12:12

    Bah,la chiesa come istituzione religiosa a livello planetario ha sempre fatto solo politica lasciando a qualche buonanima di prete o frate la missione di carità. Il Primo fu s.Pietro che si mise a fare l'opposizione nel tentativo fallito di sfasciare l'impero romano. Senza spendere tempo a ricordare la storia della chiesa di Roma basta seguire su giornali e tv le affermazioni dichiarazioni solleciti intimazioni e pure incessanti di Bergoglio. Solo aria fritta ,eppure i suoi predecessori dicevano le stesse cose ma con tanta umiltà quanta è la supponenza e la arroganza dell'argentino.

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