Liceo breve, paese grillino

Salvatore Merlo

Valeria Fedeli, ovvero come fare di tutto per non essere all’altezza

Sigla protocolli con Maria Elena Boschi per eliminare con un tratto di penna droga e alcol dalle scuole, protocolla sigle per portare il cinema tra gli studenti, elabora inafferrabili piani di “educazione alla sostenibilità”, regola qui e regola là, si dà un tono giovanile invitando un comico turpiloquente a dare lezioni contro il bullismo, propone leggi per vietare le pubblicità con i corpi scoperti delle donne, rimprovera i giornalisti che non la chiamano ministra, e a Donnarumma, il diciottenne portiere del Milan, dice di studiare, che deve fare l’esame di maturità – lei che la maturità non l’ha nemmeno data. E insomma Valeria Fedeli, ministro (pardon, ministra) dell’Istruzione dai capelli rosso Cgil, scrive, decreta, regola, pasticcia, gaffeggia, corregge, e paternalisticamente – pardon, maternalisticamente – ora s’impegna in una lotta burocratica contro le fake news su internet, vorrebbe cioè cancellare per legge l’analfabetismo funzionale degli italiani, mentre per decreto studia anche il modo di accorciare di un anno il liceo, come se la gente che crede alle bufale del web si educasse con le leggi e non con la grammatica italiana, la storia e le tabelline. E insomma questa ministra che pasticcia con l’ideologia e la tintura dei capelli, con i titoli di studio e i diritti, ha firmato un decreto che introduce un’avveniristica sperimentazione: l’idea di fare il liceo di cinque anni in soli quattro anni nel paese che, secondo i parametri dell’Ocse, è – tra gli altri non ragguardevoli primati scolastici – al ventiseiesimo posto nella categoria “lettura”, visto che gli italiani, dicono tutti i test Invalsi e Pisa, spesso non capiscono nemmeno il senso di quello che leggono. Il che spiega parecchie cose, anche in politica.

 

E questa riforma sperimentale, questa idea geniale, non è stata preparata al bar sotto casa come la schedina del SuperEnalotto. Stuoli di esperti ci hanno lavorato per settimane e per mesi, hanno fatto le ore piccole riuniti attorno a lunghi tavoli, hanno discusso e vagliato tutte le possibilità di spremitura e dimagrimento. Certo, gli ottimisti diranno che questo liceo breve, da velocisti più che da maratoneti, dura comunque un anno in più del diploma di assistente sociale che lei, la ministra della Pubblica istruzione, ha spacciato per laurea nel suo curriculum. Dunque è un progresso. D’altra parte, deve aver pensato la signora Fedeli, se io con tre anni di diploma da maestra sono al vertice “della scuola della università e della ricerca”, allora quattro anni per tutti gli altri saranno sufficienti. E non c’è dubbio.

 

Tuttavia questo cinque compresso nel quattro, questo voler infilare per forza il tondo dentro il quadrato, questo liceo paghi due prendi tre, inevitabilmente, oltre a rimandare alla pubblicità del supermercato (e a un noto film con Carlo Verdone e Renato Pozzetto, “Sette chili in sette giorni”), oltre a farci avvertire il confuso risveglio di un’associazione, cioè il ricordo bizzarro di quel tale che aveva inventato un’ora che dura mezzora, è una di quelle notizie che getta un brivido lungo la nostra malferma spina dorsale di riformisti. E insomma nel paese che pullula di antivaccinisti, di persone convinte che i terremoti li provochi la Cia, nel paese che vota al 30 per cento per un comico che urla “vaffanculo!” accompagnandosi a un ragazzotto incravattato che confonde il Cile con il Venezuela e non conosce la differenza tra congiuntivo e condizionale (ma comunque potrebbe diventare presidente del Consiglio), in un paese siffatto accorciare la durata del liceo e promuovere allo stesso tempo leggi e regolamenti contro le fake news, cioè contro l’analfabetismo funzionale, è una contraddizione. Per così dire. Basta una notizia come questa, basta un ministro come la Fedeli, che in Italia uno finisce per preferire che nulla venga mai toccato, mai modificato, mai sfiorato da una qualsiasi riforma. State fermi, se potete.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.