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Il bivio della scuola

“Una cosa sì e una no” per Renzi. Due idee: non smontare l’autonomia, non trasformare tutto in “inclusione”

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

31 Marzo 2017 alle 06:00

Il bivio della scuola

La mobilitazione di professori precari a Montecitorio (foto LaPresse)

Milano. Matteo Renzi ha deciso di chiedere a tutti gli italiani-utenti, non solo ai lavoratori della scuola, ma a studenti e famiglie, di indicare a lui e al Pd-forza di governo che va costruendo (del resto la ministra Valeria Fedeli è una dem, dopo l’esperienza tecnico-civica di Stefania Giannini) di “indicare un punto positivo e uno negativo tra quelli della riforma della scuola”. Tra le ragioni di una richiesta che fa molto bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, c’è l’ammissione di “avere sbagliato approccio”. Ma non è il punto essenziale. L’occasione da prendere al balzo per rilanciare sulla Buona scuola (Legge 107/2015) l’hanno fornita i dati dell’Ocse che hanno (avrebbero) “promosso” il sistema d’istruzione italiano per la sua capacità di creare uguaglianza, cioè di integrare e “ridurre lo svantaggio”, come si dice, degli alunni che provengono da famiglie poco istruite e socialmente disagiate. Che non sia questo – per quanto meritorio e soprattutto consustanziale all’esistenza stessa di un sistema di istruzione pubblico – l’unico obiettivo di una scuola che dovrebbe premiare e favorire il merito di studenti e docenti, lo ha scritto un editoriale del Foglio. Va solo precisato, senza entrare nel dettaglio, che lo studio Ocse-Pisa specifica che questa capacità di promozione, migliore che in altre nazioni, vale in sostanza solo per il ciclo dell’obbligo, che chiude a 16 anni. Gli svantaggi socio-culturali, se non colmati, riemergono e anzi si acuiscono con i livelli di istruzione superiori. Quelli che tra le altre cose influiscono maggiormente nel funzionamento dell’ascensore sociale, che infatti in Italia è da decenni assai frenato.

 

Cosa ci sia positivo o di negativo nella riforma del 2015, ancora in fase di attuazione, si giudicherà quando sarà a pieno regime, non dobbiamo essere noi a dirlo a Matteo Renzi. L’ex premier ha indicato tra i plus “il merito, l’alternanza scuola lavoro, la fine del precariato, il potenziamento degli insegnanti, la formazione, l’edilizia scolastica, il diritto allo studio”. In realtà anche qui ci sono luci e ombre (basterebbe considerare come si intende gestire, dopo i molti buoni propositi, l’assorbimento lavorativo delle liste dei precari).

 

Ma volendo indicare sinteticamente qualche linea interpretativa, ci sono alcuni aspetti che il Pd, il ministro e soprattutto l’onnipotente buro-struttura che governa il mondo della pubblica istruzione dovrebbero tener presente nell’infinito lavoro di “rilancio” dell’iniziativa riformista.

 

La prima cosa su cui riflettere è questa. L’ambizioso progetto della Buona scuola ha voluto tenere insieme un cambio “strutturale” – reclutamento, autonomia, edilizia, merito – e un impulso a un regime change del modo di insegnare e del modo di imparare – su programmi, orari e nuove materie, si è intervenuti meno. Dopo due anni, è sotto gli occhi di tutti che la prima parte della riforma è stata, o rischia di essere, smontata. Basti il dato sull’inserimento sindacalizzato dei precari e il rallentamento dei concorsi, e le zoppìe della famosa invenzione del “preside manager”. Qualcosa ovviamente s’è fatto, basti pensare che si sono riaperti ai giovani canali professionali ostruiti da decenni. Ma il “merito” docente è ancora al palo. Se il governo non riprenderà il timone di questa rotta, resistendo anche alle pressioni sindacal-populiste, tutto il resto si arenerà.

 

Sul secondo aspetto, il progetto della Buona scuola è “insegnare meglio e studiare meglio” (“una scuola non più novecentesca”, Giannini). Ma il progetto implicito è trasformare l’istruzione in una sommatoria di crediti, “competenze” il cui obiettivo è una non meglio specificata “inclusione” (che non è il “merito”). E “inclusione” è infatti la parola-mantra assoluta della scuola di oggi. Gli studenti devono essere “inclusi”, non indirizzati e premiati al merito. I docenti saranno i funzionari di pratiche tecno-pedagogiche per lo più astratte, ma saranno valutati su questo: dai “risultati” tabellari alle materie opzionali, alla frequentazione di aggiornamenti sulla “classe capovolta”, quella in cui, ma perché?, insegnano i ragazzi. Questo processo, al momento, non pare pensato né governato, se non da quella buro-struttura pedagogista che, in forza di una impostazione funzionalista (schede, tabelle, auto-valutazioni), ha tenuto in scacco e desertificato la scuola italiana per decenni. Il rischio di quid proprio della scuola, trasmettere cultura e assimilarla in un rapporto tra adulto e giovane, rischia di divenire un residuato del passato.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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