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cattivi scienziati

L'ingresso della pseudomedicina nelle aule universitarie

Enrico Bucci

In un master dell’Università degli Studi del Molise spuntano lezioni, materiali didattici e prove d’esame che ruotano attorno a tecniche manuali e a interpretazioni biomeccaniche costruite su ipotesi mai dimostrate. La lettera degli studenti

Tre professionisti sanitari laureati mi hanno scritto per raccontare una vicenda avvenuta all’interno di un Master universitario IFOMPT di primo livello dell’Università degli Studi del Molise. Sono fisioterapisti che hanno frequentato un percorso di alta formazione universitaria e hanno deciso di rendere pubblica la loro esperienza perché ciò che hanno incontrato durante quel corso riguarda direttamente la qualità scientifica della formazione sanitaria nel nostro paese.

Nella lettera che mi hanno inviato, descrivono come durante il master siano stati utilizzati materiali didattici nei quali venivano presentate come manovre fondate su meccanismi biomeccanici reali il “riposizionamento delle vertebre” o il “riposizionamento del cuboide” mediante tecniche manuali.

Chiunque abbia familiarità anche minima con l’anatomia umana sa che queste spiegazioni sono fantasie cliniche. L’idea che una manipolazione manuale possa rimettere “in posizione” vertebre o ossa del piede appartiene alla mitologia di alcune scuole terapeutiche, non alla fisiologia umana. Le manipolazioni producono effetti osservabili, ma riguardano la modulazione del dolore e altri meccanismi neurofisiologici; non consistono nello spostamento delle ossa come se il corpo fosse un mobile da raddrizzare.

I tre professionisti che mi hanno scritto hanno fatto ciò che ci si aspetta quando si segue un corso di un’università: hanno sollevato la questione e hanno chiesto che quelle affermazioni venissero discusse alla luce delle evidenze scientifiche.

La risposta, secondo la loro testimonianza, è arrivata durante una lezione davanti a circa sessanta studenti. "Il coordinatore didattico ha reagito con toni alterati e con espressioni offensive rivolte alla classe, ripetendo più volte l’espressione 'pecore' e definendo uno studente 'coglione'".

Il quadro che emerge da questa segnalazione trova riscontro in un resoconto più ampio pubblicato su un blog internazionale di fisioterapia, nel quale uno degli studenti descrive il contenuto del programma formativo seguito per oltre un anno. Il corso, presentato come formazione avanzata in fisioterapia muscoloscheletrica, richiedeva un investimento rilevante di tempo e di denaro: migliaia di euro di iscrizione, numerosi finesettimana di lezione e un carico significativo di studio individuale.

Le aspettative degli studenti erano quelle naturali di chi intraprende un master universitario: approfondire il ragionamento clinico, confrontarsi con la letteratura scientifica più recente e acquisire strumenti per affrontare la complessità della pratica clinica. Alcuni moduli del corso, secondo il resoconto pubblicato, effettivamente affrontavano temi aggiornati, come le neuroscienze del dolore e l’importanza dei fattori psicologici e sociali nei disturbi muscoloscheletrici.

Accanto a questi contenuti compariva però una parte consistente del programma dedicata a modelli teorici che la ricerca scientifica ha da tempo abbandonato. Lezioni, materiali didattici e prove d’esame ruotavano attorno a tecniche manuali e a interpretazioni biomeccaniche costruite su ipotesi mai dimostrate: strane rotazioni, disfunzioni costali, linee di forza immaginarie, palpazioni segmentarie estremamente specifiche e altre costruzioni teoriche prive di validazione empirica.

Secondo il resoconto degli studenti queste panzane comparivano anche nelle prove scritte degli esami, dove la memorizzazione delle classificazioni tecniche e dei protocolli manuali costituiva una parte rilevante della valutazione.

                                  

La questione, a questo punto, riguarda direttamente l’istituzione universitaria che organizza e certifica quel percorso formativo. Un master universitario non è un corso privato: porta il nome dell’università, attribuisce crediti formativi e rilascia un titolo accademico che entrerà nel curriculum dei professionisti sanitari.

All’Università degli Studi del Molise occorre quindi chiedere con chiarezza quali criteri scientifici vengano utilizzati per valutare i contenuti didattici dei propri master sanitari. Nei materiali didattici di un corso universitario possono comparire affermazioni come il “riposizionamento delle vertebre”? È considerato accettabile che in un programma formativo universitario vengano insegnati modelli biomeccanici che la ricerca scientifica considera infondati? Chi verifica la qualità scientifica delle slide utilizzate nelle lezioni e il contenuto delle prove d’esame? Quale procedura esiste per esaminare le segnalazioni degli studenti quando riguardano l’affidabilità scientifica di ciò che viene insegnato?

Un’università non può limitarsi a certificare percorsi formativi senza assumersi la responsabilità dei contenuti che vi vengono trasmessi. Quando all’interno di un master universitario compaiono teorie pseudoscientifiche — e quando studenti che lo fanno notare vengono insultati davanti a un’aula di studenti — il problema riguarda la credibilità scientifica dell’istituzione che firma quel titolo.

Gli autori della lettera ricordano anche un aspetto che riguarda direttamente i pazienti. Nella riabilitazione muscoloscheletrica l’idea che il corpo sia “fuori posto” e debba essere rimesso in posizione da un terapeuta costruisce una rappresentazione fragile e minacciosa del corpo stesso. La letteratura scientifica descrive sempre più spesso gli effetti di queste narrative come iatrogeni: paura del movimento, dipendenza dal trattamento, aumento della disabilità.

Chi mi ha scritto non chiede vendette personali, ma solo che la questione – più generale del singolo episodio – sia discussa pubblicamente.

All’Università del Molise spetta ora fornire una risposta altrettanto pubblica: chiarire se i contenuti insegnati nei suoi master sanitari siano sottoposti a un controllo scientifico reale oppure se la pseudomedicina possa trovare spazio nelle aule universitarie semplicemente presentandosi come “alta formazione”.

 

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