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cattivi scienziati

Così la vite ci spiega la coevoluzione di specie

Enrico Bucci

Il processo di domesticazione è sempre meglio riconosciuto come dominato dall’intrecciarsi di fattori culturali e di selezione genetica bidirezionale. Uno studio

La domesticazione delle piante e degli animali è alla base della rivoluzione del neolitico, ovvero di quel processo che ha portato sia alla prima esplosione demografica della nostra specie, sia alla fioritura delle prime civiltà storicamente documentate come legate a territori ben definiti, a tecnologie e a produzioni più culturali avanzate e, in definitiva, al modo di vita che ancora oggi ci caratterizza. Il processo di domesticazione è sempre meglio riconosciuto come dominato dall’intrecciarsi di fattori culturali e di selezione genetica bidirezionale, motivo per il quale esso è ormai comunemente riconosciuto come parte della coevoluzione darwiniana di specie fra loro connesse.

     

Una bellissima dimostrazione di questa complessità, congiuntamente a quella del potere dei più moderni metodi di indagine, è riscontrabile in un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Science, dedicato al processo di domesticazione della vite. Incorporando gli effetti delle oscillazioni glaciali sulle distribuzioni biogeografiche in tutta l'Eurasia del progenitore selvatico della nostra vite domestica, cioè Vitis vinifera ssp. sylvestris, i ricercatori hanno identificato su basi genomiche due processi separati di domesticazione a partire da due distinte popolazioni di vite selvatica nel Vicino Oriente e nel Caucaso meridionale, regioni fra loro isolate durante l'ultimo periodo glaciale.

     

Sebbene l'addomesticamento del Caucaso meridionale sia associato alla prima vinificazione, l'origine del vino nell'Europa occidentale è associata alla fecondazione incrociata (introgressione) tra le popolazioni selvatiche dell'Europa occidentale e le uve domestiche originarie del Vicino Oriente che erano inizialmente utilizzate come fonte alimentare. In particolare, utilizzando 2.448 genomi da campioni di vite raccolti in 23 istituzioni in 16 nazioni, i ricercatori hanno potuto stabilire che le glaciazioni devono aver diviso le popolazioni di vite selvatica orientali e occidentali - varietà distinte e adattate localmente - intorno a mezzo milione di anni fa. L'ultima avanzata glaciale ha visto l’ulteriore scissione dell'ecotipo orientale in due gruppi, ciascuno dei quali ha dato luogo a un diverso processo di addomesticamento, nel Caucaso meridionale e nel Vicino Oriente. Nonostante siano separati da più di 1.000 chilometri, i due processi di addomesticamento sembrano essere avvenuti contemporaneamente circa 11,5 ka, contemporaneamente all'emergere iniziale dei cereali. Questo è coerente con un modello in cui le reti di comunicazione e scambio umano su distanze paragonabili, che sono state documentate a partire da 20.000 anni fa, abbiano diffuso rapidamente le capacità di domesticazione della vite in ambienti favorevoli, anche molto lontani fra loro.

   

L'addomesticamento del Caucaso meridionale ebbe una diffusione limitata e un'influenza molto ridotta, contrariamente a quanto avvenne nel Vicino Oriente, da cui furono stabiliti quattro principali linee di vite coltivate in Europa; le date della formazione di queste quattro varietà europee originali corrispondono proprio alla diffusione della cultura e delle popolazioni del Neolitico in Europa. Siccome poi in entrambi i due processi di domesticazione si osservano effetti selettivi sugli stessi geni, è possibile tanto che gli umani abbiano favorito il trasporto a distanza di semi e piante di un certo tipo con le caratteristiche desiderate, tanto che quei tratti fossero ovunque presenti in tipi diversi e selezionati equivalentemente in luoghi lontani.

   

Vi è poi un altro, affascinante aspetto emerso dalle ultime ricerche.

    

Nella vite, dopo la domesticazione e probabilmente grazie a continuo reincrocio con varietà selvatiche, sono stati acquisiti adattamenti all'ambiente associati allo stress idrico e alla resistenza alle malattie. Tuttavia, questi adattamenti, utili per i coltivatori in zone più aride come in Medio Oriente e sulle coste del Mediterraneo, corrispondono anche a tratti che compromettono la commestibilità dell’uva. Rispetto all'uva da tavola, l'uva da vino è più piccola e dalla buccia spessa e ha un contenuto zuccherino inferiore: si tratta di caratteristiche più simili a quelli dell'uva selvatica, che rendono il frutto più adatto alla vinificazione e meno appetibile al consumo diretto.

   

Così, è possibile che, durante l’espansione causata dall’uomo in zone costiere, o comunque più asciutte e più aride rispetto a quelle in cui le viti selvatiche prosperano meglio, che sono proprio quelle tipiche delle prime grandi civilizzazioni umane ove si è diffusa l’agricoltura, siano stati naturalmente selezionati tratti che tendevano a favorire la produzione di vino rispetto al consumo della frutta fresca; la produzione del vino, cioè, potrebbe avere acquisito via via più rilevanza perché nelle zone di espansione umana le viti migliori erano quelle a frutto piccolo, buccia spessa e maggior tolleranza dello stress idrico.

   

Ed è proprio in questo che si vede bene quell’elemento del processo di domesticazione che ho introdotto in apertura: le migrazioni umane e il cambio delle abitudini di vita associato al neolitico hanno favorito un tipo di pianta domesticata rispetto ad altri, perché gli ambienti in cui questi fenomeni avvenivano erano tali da accoppiare un fattore di selezione naturale alla selezione colturale operata dai primi agricoltori.

   

Ancora una volta, la ricostruzione della doppia domesticazione della vita rappresenta uno splendido esempio di quelle antichissime storie che il Dna può raccontarci, in una nuova epoca per l’archeologia e la paleontologia in cui tecniche modernissime possono essere finalmente rivolte all’interrogazione del passato.

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