La polio, storia di una vittoria

Maurizio Crippa

Il virus che storpiava i bambini fu una grande paura del Novecento, ma fu sconfitto da due vaccini. Il grande rito collettivo di crescita sociale e di fiducia nella medicina nell’Italia del boom economico

“Una terribile malattia cala dal cielo e da un giorno all’altro una persona muore. Un bambino, addirittura”. Non sono molti i romanzi che hanno avuto il coraggio di raccontare la poliomielite, una delle più gravi epidemie che hanno segnato il Novecento. Nell’Ottocento andava di moda la tisi, malattia assai romantica, e del resto il secolo breve ha avuto sciagure più grandi. C’è un romanzo australiano scritto nel 2014 dalla scrittrice Joan London, si intitola L’età d’oro e racconta un amore adolescenziale in un vecchio edificio nell’Australia occidentale, trasformato in ospedale per bambini malati di polio all’inizio degli anni Cinquanta dopo un grave epidemia. Una storia di crescita che volge in positivo la tragedia. Sul poco fascino letterario della poliomielite c’entrano probabilmente i bambini, erano soprattutto loro le vittime, e un filo ininterrotto di spavento che correva nelle menti degli adulti. Era una minaccia sempre presente. Persino Klara, l’amica di Heidi in un romanzo per l’infanzia di fine Ottocento, è su una sedia a rotelle per colpa della polio. Il più tragico romanzo sulla poliomielite è Nemesi, ma per Philip Roth il morbo non è riscatto, è castigo di un Dio punitivo. Eppure la storia della poliomielite, e di come fu sconfitta da due vaccini, è una delle migliori storie di riscatto del secolo scorso, conclusa solo pochi decenni fa. Una lezione di come la mentalità scientifica e una cultura di medicina sociale coraggiosa possono produrre frutti durevoli, salti evolutivi nella nostra capacità di cura e prevenzione.

  


L’ultima epidemia negli Stati Uniti nel 1952. In Italia nel 1958 provocò oltre 8.000 paralisi. Il libro di Roth, i dribbling di Garrincha. Di solito si faceva a scuola, in un atrio o in palestra, a volte un pullman portava all’ufficio di igiene. Un gioco, con lo zuccherino di Sabin


 

Nell’estate del 1944, è l’epidemia a Newark raccontata da Roth, l’America stava vincendo la guerra ed era la nazione più progredita del mondo. Ma lontano dal fronte, nella vita quotidiana delle famiglie e dei campi scout, il terrore di quella malattia che colpiva gli innocenti, li ammazzava e li storpiava per sempre era peggiore delle bombe e lo sarebbe stato ancora a lungo, fino al 1952, quando l’ultimo grande picco epidemico fece registrare negli Stati Uniti 58 mila casi con 21 mila paralisi. Il vaccino del dottor Jonas Salk sarebbe arrivato soltanto nel 1955. Non c’erano (e non ci sono ancora) altre cure. “Ragazzi – diceva l’allenatore Bucky Cantor – La polio è una malattia con cui dobbiamo convivere ogni estate. E’ una malattia grave, in circolazione fin da prima che io nascessi. Il modo migliore per affrontare la minaccia della polio è essere forti e in salute. Cercate di lavarvi bene tutti i giorni, di mangiare correttamente, di non farvi mancare le vostre otto ore di sonno e di bere i vostri otto bicchieri di acqua al giorno, e di non cedere alle preoccupazioni e alle paure”. Era una malattia di cui tutta la nazione portava lo stigma. Franklin Delano Roosevelt, il presidente che aveva messo in sicurezza il popolo degli Stati Uniti dopo la Depressione, era stato costretto alle stampelle e alla sedia a rotelle dopo aver contratto il male all’età di trentanove anni, e da presidente aveva creato, a sue spese, la Fondazione nazionale per la paralisi infantile che porta il suo nome. Una malattia ad alto impatto sociale e con testimonial celebri in tutto il mondo. Era una condanna a vita, più che a morte, ma anche possibilità di riscatto. Nella restante parte del mondo che non giocava a baseball, i dribbling caracollanti di Garrincha, frutto dell’adattamento del genio ai postumi della polio, brillavano irraggiungibili negli occhi di ragazzi più sfortunati, quelli che dovevano guardare le partire dal bordo del campo. O i più fortunati in porta, zoppicanti (da bambino me ne ricordo uno).

  


Goma, Congo 2008. In molti paesi con basso tasso di vaccinazione la poliomielite è ancora una malattia endemica. In Italia l’ultimo caso nel 1982 (foto di Finbarr O’Reilly, Reuters)


 

Perché anche nel resto del mondo, e a lungo in Italia, la poliomielite fu una minaccia pronta a materializzarsi. Chiunque sia cresciuto prima che il virus fosse dichiarato eradicato in Italia – l’ultimo caso endemico risale al 1982, ma l’Italia è stata definita regione polio free sono nel 2001, perché tanto ci vuole nei protocolli internazionali – si ricorda la paura, si ricorda di aver visto ragazzi storpiati, con i tutori alle gambe o magari con vecchie grucce di legno, in campagna. La polio racconta però anche una grande storia di vittoria. L’ultima grande epidemia fu nell’estate del 1958 (il Poliovirus preferisce il caldo) mentre l’Italia cantava Nel blu dipinto di blu e Diana di Paul Anka nelle prime euforie del boom, il grande balzo in avanti della vita di un intero popolo. “Potrai lavarti in casa senza andar giù nel cortile” è una canzone di qualche anno dopo, e già allora si sapeva che le cattive condizioni igieniche erano il vettore del virus. Quell’estate l’epidemia provocò 8.377 paralizzati (ma i malati reali secondo gli studiosi sarebbero diecimila). Nel cinque o dieci per cento dei casi la paralisi provocata da questa malattia con più facce anziché le gambe colpì i muscoli del torace, impedendo di respirare. Molti finirono nel polmone di acciaio. Il polmone d’acciaio, questa sorta di antenato dei ventilatori polmonari, fu inventato proprio per loro e nella fantasia dei bambini che non ne avevano mai visto uno era più pauroso ancora del virus invisibile. La poliomielite, se si escludono la Sars o altre influenze asiatiche, fu l’ultima malattia epidemica che terrorizzò l’occidente, senza distinzione di nazioni e di classi sociali. E fu l’ultima, in ordine di tempo, grande vittoria della scienza e dei sistemi di Sanità pubblica che imposero l’obbligo vaccinale alle famiglie e la consapevolezza che vaccinarsi tutti era una sicurezza anche per gli altri. In Italia le vaccinazioni si praticavano da decenni, ma negli anni in cui la nazione esplodeva e si moltiplicava fu una sorta di battesimo sociale, gli italiani si affacciavano con fiducia al nuovo mondo della sicurezza sanitaria. Il vaccino di Salk fu introdotto nel 1957, ma non era ancora obbligatorio in quella terribile estate del ’58. La prima campagna di vaccinazione di massa, per sette milioni di bambini, fu nel 1964, ma con un diverso vaccino, quello creato dal virologo di origine polacca Alfred Sabin, che veniva somministrato per via orale e non per iniezione, sulle leggendarie zollette di zucchero. L’obbligo arrivò nel 1966. Le vaccinazioni di massa negli anni Cinquanta e Sessanta sono state anche un’educazione sociale della popolazione a cui spesso, soprattutto nelle aree più arretrate, si dovevano spiegare i motivi per vincere le diffidenze. All’interno della scuola pubblica erano anche un piccolo rito di iniziazione, testimoniato da tante fotografie d’epoca. Di solito le si faceva a scuola, in un atrio o in palestra, a volte un pullman portava all’ufficio di igiene comunale. Un gioco con lo zuccherino, invece l’antivaiolosa era diversa. Quella pungeva, a qualcuno poi veniva sempre, misteriosamente, la febbre. Si stava col braccio scoperto, in attesa di ricevere le stimmate della famosa cicatrice, ed era anche un inconsapevole rito per misurare il distanziamento sociale. Chi aveva la maglia di lana della salute contadina, chi candidi underwear in filo di Scozia, chi canotte ricevute in eredità dai fratelli maggiori. Ma era il rito che ci rendeva tutti bambini italiani, e inoculava l’idea che certe brutte malattie non ci avrebbero mai più fatto del male. Poi il virus fu eradicato e l’obbligo abolito per alcuni anni, per tornare più tardi: oggi l’antipolio è compreso nella vaccinazione esavalente, con un vaccino Salk.

   


Quando gli chiesero perché non intendesse brevettare il suo vaccino, Jonas Salk rispose senza esitazioni: “Si può forse brevettare il sole?”. La limitata “pericolosità” del vaccino Sabin è al centro delle campagne antiscientifiche no vax. Ma il virus è ancora presente


 

Il vaccino fu scoperto perché l’America, il paese più progredito, era stato anche il più colpito. Nella mente degli americani della Great Generation e dei loro figli è una memoria viva, sono decine le persone famose, attori, scrittori, che ne hanno sofferto. Da Mia Farrow che passò otto mesi nel polmone d’acciaio a Francis Ford Coppola (e lassù in Canada, nei primi anni Cinquanta, Neil Young e la sua futura gemella diversa Joni Mitchell) e moltissimi altri che nel seguito della loro vita si sono impegnati in campagne per sostenere le vaccinazioni in tutto il mondo. Tra i testimonial celebri ci fu anche Elvis Presley.

 

La storia del poliovirus merita di essere conosciuta, perché è indicativa di quanto ancora oggi non siamo mai al sicuro, con gli agenti epidemici. Riconosciuta come malattia da Jakob Heine nel 1840, mentre il patogeno è stato identificato nel 1908, la polio ha sempre accompagnato l’umanità: il rimando canonico è a una stele egizia di millecinquecento anni prima di Cristo che mostra uno uomo con una gamba tipicamente storpiata. Ma la malattia, endemica, non era mai stata epidemica fino al XIX secolo. Che cosa sia avvenuto poi, è stato un punto di interesse per gli scienziati. Il virus era diffuso, ma nel 90 per cento dei casi produce nessun sintomo o sintomi blandi. I bambini, soprattutto nei primi mesi di vita, bevendo o toccando cibi contaminati si ammalavano e divenivano immunizzati. Per secoli è esistita insomma una naturale immunità di gregge. Ma in epoche più recenti, migliorando le condizioni igieniche, la possibilità di contrarre il virus da acque infettate diminuì di molto e nel corso di generazioni l’immunità diffusa si ridusse fino a sparire, aprendo al poliovirus la strada del contagio epidemico. Uno dei tanti paradossi del progresso. Le epidemie divennero regolari dal 1900 e con esse l’input a cercare un vaccino. I reparti di terapia intensiva, coi loro polmoni d’acciaio, sono un altro frutto della battaglia antipolio. Fino all’avvento del vaccino.

 

Anche la storia del vaccino, anzi dei due vaccini, è importante e significativa perché ci dà la misura dei progressi, sempre relativi, della scienza – dice un personaggio di Roth: “Però tu hai preso la polio undici anni prima del vaccino. L’hai presa come tutti noialtri così sfortunati. La medicina del ventesimo secolo ha fatto progressi fenomenali, ma un po’ troppo lenti per noi. Al giorno d’oggi per i bambini l’estate è meravigliosamente priva di preoccupazioni, come è giusto che sia” – e anche della necessità di avere una consapevolezza sociale della loro utilità e della loro pianificazione. Il vaccino del virologo Salk, iniettato intramuscolo, era un virus inattivato. Pochi anni dopo il suo impiego si capì che aveva una pecca: conferiva l’immunità individuale ma non impediva al virus di continuare a essere trasmesso con le feci dai portatori sani. Pochi anni dopo (le prime sperimentazioni sono del 1957, l’approvazione del 1962) Albert Sabin produsse un vaccino con virus vivo attenuato. Che risultò più efficace, più facile da usare per via orale e fu quello usato per le grandi campagne vaccinali in Italia. Si deve al vaccino Sabin e alla sua diffusione con campagne mondiali, sostenute spesso da associazioni umanitarie private, se il poliovirus è stato eradicato da quasi tutti i paesi del mondo. Ma si sa, oggi, che anche il vaccino Sabin aveva un limite, e un margine di pericolosità: la possibilità del virus depotenziato iniettato di tornare a una forma che può procurare la malattia e la paralisi. E anche se l’occorrenza è stata calcolata in un caso su 750 mila, nei paesi, come l’Italia, in cui il virus è virtualmente debellato si è preferito tornare al vaccino Salk. Ma la “rischiosità” del Sabin è diventata in anni recenti anche uno degli argomenti sempre sbandierati dai no vax: ovviamente senza sapere che, in una situazione in cui il virus circolasse in forma selvaggia, la possibilità di ammalarsi a causa del vaccino è infinitamente più bassa della possibilità di ammalarsi e basta. La storia insegna che nessuna rivoluzione è gratis, nemmeno quelle dei progressi della medicina. Ma la polio finì, rimane nei ricordi di una generazione cresciuta nei decenni del Dopoguerra, nelle fotografie d’archivio, in immagini in bianco e nero che raccontano la fiducia di una società che andava trasformandosi. Non sparì del tutto, in verità: la polio è ancora presente in modo endemico in paesi che hanno sempre avuto diffidenza per i vaccini, come il Pakistan o l’Afghanistan, e in altri che per congiunture particolari hanno visto diminuire negli ultimi anni le campagne vaccinali, come il Tagikistan o l’Ucraina. Quando i giornalisti gli chiesero perché non intendesse brevettare il suo vaccino appena scoperto, Jonas Salk rispose senza esitazioni: “Si può forse brevettare il sole?”. Meglio di Bill Gates.

Di più su questi argomenti:
  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"