Ansa
le dichiarazioni
Putin non ci ha spezzati. Il filmato di Zelensky
Quattro anni di resistenza ostinata che hanno ispirato il mondo: una lotta fatta di coraggio e dignità. Con gli occhi stanchi ma con la schiena dritta. Ma soprattutto con la consapevolezza di non essersi arresi
Cari ucraini, oggi ricorre esattamente il quarto anniversario da quando Vladimir Putin diede inizio alla sua “operazione di tre giorni” per prendere Kyiv. E questo, di per sé, dice molto della nostra resistenza, di come l’Ucraina abbia combattuto in tutto questo tempo. Dietro queste parole ci sono milioni di persone, un coraggio immenso, un lavoro incredibile, una resistenza ostinata e il lungo cammino che il nostro paese percorre dal 24 febbraio 2022. Questo ufficio – questa piccola stanza nel bunker di via Bankova – è il luogo dove ho tenuto le mie prime conversazioni con i leader mondiali all’inizio della guerra. Qui ho parlato con il presidente Joe Biden, e proprio qui ho sentito: “Volodymyr, c’è una minaccia. Devi lasciare subito l’Ucraina. Siamo pronti ad aiutarti”. E io risposi: “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio”. Non perché fossimo senza paura o fatti d’acciaio – siamo esseri umani, e quel giorno tutti noi, tutti gli ucraini, abbiamo provato paura e dolore; molti erano sotto choc, molti non sapevano cosa dire. Ma a un livello invisibile, tutti sapevamo che non abbiamo un’altra Ucraina, che questa è la nostra casa, e tutti capimmo cosa dovevamo fare. Quella fu la scelta. La scelta che milioni di ucraini fecero allora. Il nostro popolo non alzò bandiera bianca: difese quella blu e gialla. E gli occupanti, che pensavano di essere accolti da folle con fiori in mano, videro invece file ai centri di reclutamento. Il popolo scelse la resistenza. I nostri soldati resistettero, e i civili difesero città e villaggi, strade e cortili. Persone comuni, formando veri e propri muri umani, fermarono colonne di mezzi militari, e tutti insieme mostrarono alla Russia smarrita l’unica strada giusta. Tutti capirono che ogni domani andava conquistato. L’Ucraina doveva resistere – lo stato doveva rimanere in piedi a ogni costo. E nonostante tutto, il paese doveva continuare a funzionare. Molto venne fatto qui: non avevamo mai mostrato questo luogo prima – ora è vuoto, ma all’inizio della guerra c’erano centinaia di persone. Io lavoravo qui, poi salivo per parlare a voi, al popolo. Qui era la squadra, il governo, il coordinamento quotidiano con l’esercito, le telefonate, la ricerca di soluzioni – tutto ciò che serviva perché l’Ucraina potesse resistere. Dovevamo far arrivare le armi. Portare medicine e cibo nelle città assediate. Salvare la vita per cui l’Ucraina combatte con tanta ostinazione. E, per dire la verità, a volte i toni erano duri – ogni pacchetto di aiuti, ogni sanzione contro la Russia, ogni consegna di armi andava conquistata. Abbiamo dovuto lottare con le unghie e con i denti per la fiducia nell’Ucraina, per far sì che il mondo si schierasse al nostro fianco. Questo fu il messaggio chiave dei nostri appelli ai paesi europei, al Congresso degli Stati Uniti, ai parlamenti del mondo, e naturalmente alle persone comuni: siate con noi, credete in noi, restate con l’Ucraina, siate coraggiosi come l’Ucraina. Quegli appelli hanno funzionato, perché gli ucraini hanno combattuto in un modo che toglieva il respiro. La resistenza si vedeva persino dallo spazio, e ispirava il mondo intero. Ben presto si vide ovunque quel mare blu e giallo: migliaia di persone con le nostre bandiere nelle piazze d’Europa e del mondo.
E così – lentamente, con fatica, passo dopo passo, mattone dopo mattone – l’Ucraina ha costruito il sostegno che le ha permesso di resistere: il primo giorno di guerra, il più lungo delle nostre vite; poi un altro, e un altro ancora. Una settimana, due settimane, un mese. E abbiamo visto arrivare la primavera. L’abbiamo conquistata allora – quando sembrava che quel febbraio non sarebbe mai finito, abbiamo avuto la nostra prima primavera in mezzo a una grande guerra. E’ stato un punto di svolta, e per la prima volta abbiamo pensato: possiamo farcela. L’Ucraina può farcela. Ricordo una frase che circolava molto in quei giorni, come riassunto del primo periodo della guerra: “Credi che mi sia inginocchiata? Ho solo allacciato gli stivali tattici”. E davanti a noi si apriva una strada. Una strada lunga, in cui non basterebbe un tunnel per contenere un milionesimo del dolore che l’Ucraina ha sopportato. Il dolore che la Russia ha portato in ogni nostra famiglia, in ogni cuore ucraino. Bucha. Irpin. Borodyanka. Fosse comuni. Hostomel. Mriya. Kharkiv. Mykolaiv. Amministrazioni regionali distrutte. Diga di Kakhovka. Centrale di Zaporizhzhia. Kremenchuk. Kryvyj Rih. Ternopil. Leopoli. Olenivka. Chasiv Yar. Kyiv. Okhmatdyt. Kramatorsk. Una stazione. Un giocattolo. Mariupol. Teatro drammatico. La scritta: “Bambini”. Odessa. Un condominio. Una bambina di tre mesi. Vilnjansk. Un reparto maternità. Un neonato di due giorni. Gli uomini non combattono così. Le persone non agiscono così. Gli ucraini non lo dimenticheranno. Che queste immagini le vedano tutti coloro che non hanno rimorsi, tutti quelli che ancora stringono la mano al male russo o comprano il petrolio di Putin. Eppure, in tutto questo tempo, non abbiamo permesso alla rabbia di divorarci. Gli ucraini hanno trasformato la propria furia in energia per la lotta, e hanno dimostrato che si può essere costretti nei rifugi, ma non si può seppellire l’Ucraina sottoterra per sempre. Ci rialziamo, torniamo, continuiamo a combattere – perché combattiamo per la vita, per il diritto di stare sulla nostra terra e respirare la nostra aria. E l’Ucraina conosce bene questa sensazione: quando, dopo l’allarme, saliamo dal rifugio e insieme a noi risale la speranza, vola in cielo – ogni volta che la nostra bandiera si rialza, torna dove le spetta di diritto.
Poi è arrivata la fase successiva della nostra lotta: quando l’Ucraina non solo resisteva, ma cominciava a contrattaccare. Città intere hanno fatto la storia. Città eroine. Le prime offensive, i primi successi, e soprattutto i primi sguardi – quelli di chi ci aspettava. Balaklija, Izjum, Kupjansk, Kherson. Tutti hanno visto gli occupanti respinti da Kyiv, da Sumy, da CČernihiv. Tutti hanno conosciuto la “teleportazione” ucraina verso l’altro mondo: ČCornobajivka. Abbiamo visto gli “ultimatum” russi trasformarsi in “gesti di buona volontà”. L’isola dei Serpenti tornata nostra. E come la parola “bavovna” – “cotone” – ha preso un nuovo significato: il suono della giustizia ucraina. E’ il suono di Stugna, Vilkha, Neptune, e del boato con cui affondò l’incrociatore Moskvà. Allora fu un grande momento; poi è diventato una tradizione. Poche cose sollevano il morale ucraino come vedere le immagini dei depositi e delle raffinerie nemiche in fiamme. La prima volta fu una grande notizia. Oggi è quasi quotidiano. Ciò che un tempo sembrava impensabile è diventato normale: Patriot, Iris-T, Nasams, F-16 – e, soprattutto, le nostre armi, la nostra capacità di colpire a lunga distanza. Pensateci: l’Ucraina ha fatto un cammino enorme – da quando ci consegnavano giubbotti antiproiettile a quando produciamo oltre tre milioni di droni Fpv all’anno. Dai giorni in cui ammiravamo i Javelin e i Bayraktar a oggi, in cui abbiamo i nostri Sich, Hor, Vampir, Palianytsia, Peklo, Ruta, Flamingo. Da quando chiedevamo di “chiudere il cielo” a oggi, che abbattiamo centinaia di Shahed in una sola notte. Ma non basta ancora. Faremo di più, perché la Russia non si ferma, e continua a combattere in ogni modo – contro la pace, contro di noi, contro la vita. Putin sa di non poter vincere sul campo, e così la “seconda armata del mondo” combatte contro palazzi e centrali elettriche. Ora gli ucraini affrontano l’inverno più duro della storia. E quasi ogni notte c’è terrore. Non so chi altro potrebbe sopportarlo senza cedere. Gli ucraini lo fanno. E’ una stanchezza enorme, certo. Ma quale altro popolo saprebbe resistere così? Superare il male, la disperazione, la mancanza di speranza. E restare unito.
E in mezzo a tutto questo – ottenere risultati. Riprendersi dopo ogni attacco. Ogni volta ricostruire la difesa aerea. Andare a lavorare ogni mattina. Mantenere la linea. Parlare al mondo da pari. Ottenere lo status di candidato all’Ue. Riportare a casa migliaia di prigionieri. Fare di ogni tribuna internazionale – da Davos all’Onu – una tribuna pro Ucraina. Far risuonare forte la nostra voce nel mondo. Vincere l’Eurovision, portare a casa l’Oscar e il Bafta, essere campioni del mondo di boxe, e dimostrare che l’onore degli ucraini vale più di qualsiasi oro di un Cio senza spina dorsale. Da ogni gesto, da ogni passo, da ogni piccola vittoria nasce la grande Ucraina. Grande – perché ci siete voi. Persone che ispirano il pianeta. Ricordiamo i primi leader stranieri arrivati qui all’inizio della guerra. “Visita ufficiale” non rende neppure lontanamente ciò che significarono quegli incontri. Capimmo chi era davvero nostro fratello e amico, chi non ebbe paura, chi non esitò, chi non macchiò il proprio nome per timore di irritare Putin. Ringrazio ogni leader che ha scelto la parte della luce nella storia – ha scelto l’Ucraina. In Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone, in Australia. Tutti quelli che sono con noi. E un giorno, davvero, voglio venire qui insieme al presidente degli Stati Uniti. So che solo venendo in Ucraina, vedendo con i propri occhi la nostra vita e la nostra lotta, sentendo il nostro popolo e la grandezza di questo dolore, si può capire cosa sia davvero questa guerra – e chi ne è la causa. Capire che l’Ucraina difende la vita, e che non si tratta di una rissa di strada, ma di un attacco di uno stato malato contro uno sovrano. Putin è questa guerra: la sua causa e l’ostacolo alla sua fine. Ed è la Russia che deve essere rimessa al suo posto. Solo così potrà esserci una pace vera. Dicono che il tempo guarisce. Non ne sono sicuro. Non so quanto tempo ci vorrà per guarire tutte le nostre ferite – tutte le domande che bruciano dentro di noi: Quanti? Quante lacrime? Quanti attacchi e colpi vigliacchi? Quante cicatrici nei cuori, quante bandiere nei cimiteri? Quanti nomi? Da Vinci, Grenka, Juice. Zheka, Tykhyi, Nord. Petrychenko, Matsievskyi, Vitalii Skakun, Oleksandr Oksanchenko, Daria “Delta” Lopatina, Lana “Sati” Chornohorska, Yulia Bereziuk, Marharyta Polovinko. Migliaia di eroi che hanno dato la vita perché l’Ucraina potesse vivere. I nostri difensori. I nostri angeli custodi.
Sono certo che hanno raccontato a Dio tutta la verità su questa guerra. Su come ci difendiamo. Difendiamo la nostra terra, la vita, l’indipendenza, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra Santa Sofia, il nostro popolo. 1.462 giorni di guerra totale. Dodici anni di aggressione russa. Per alcuni, un’intera vita. Tutti vogliamo che la guerra finisca. Ma nessuno permetterà che finisca l’Ucraina. Vogliamo la pace. Forte, dignitosa, duratura. E prima di ogni round di negoziati, do alla nostra squadra un’unica istruzione, sempre in decreti riservati, ma non rivelerò un segreto di stato se dico questo: non annullare questi anni, non sminuire la nostra lotta, il nostro coraggio, la nostra dignità, tutto ciò che abbiamo attraversato. Questo non può essere ceduto, dimenticato, tradito. Per questo ci sono tanti round di negoziati. Una battaglia per ogni parola, per ogni punto, per vere garanzie di sicurezza. Perché l’accordo sia solido. La storia ci osserva. Un accordo non va solo firmato – va accettato, accettato dal popolo ucraino. Cari compatrioti, la forza che ci ha sostenuto in tutti questi anni siete voi. Il nostro popolo. La nostra resistenza siete voi. Uomini e donne d’Ucraina. Tutti coloro che non si arrendono. I nostri occhi sono stanchi, ma la schiena è dritta. Ringrazio ciascuno di voi che porta l’indipendenza sulle proprie spalle. Ogni soldato, per la forza. I genitori, i figli, le mogli, i mariti – per la loro resistenza. Ringrazio tutti coloro che con il proprio lavoro rendono l’Ucraina più forte. Chi riporta la luce e il calore nelle case. Chi cura. Chi fa volontariato. Chi insegna. Chi studia – all’università o a scuola – e impara la cosa più importante: essere umani, essere ucraini. Sono orgoglioso di voi. Credo in ciascuno di voi. In tutti voi, ai quali, senza alcuna esagerazione, ho l’onore di dire: grande popolo di una grande Ucraina. Guardando al passato, all’inizio dell’invasione, e guardando a oggi, abbiamo tutto il diritto di dire: abbiamo difeso la nostra indipendenza, non abbiamo perso la nostra statualità. L’Ucraina non è solo sulla mappa: è un soggetto della politica mondiale. La nostra capitale resiste, e con lei Kharkiv, Sumy, CČernihiv, Dnipro, Zaporizhzhia, Kramatorsk, Odessa, Leopoli. Altre città. Putin non ha raggiunto i suoi obiettivi. Non ha spezzato gli ucraini. Non ha vinto questa guerra. Abbiamo preservato l’Ucraina, e faremo tutto per conquistare pace e giustizia. Manca meno di una settimana alla primavera. Stiamo superando l’inverno più duro della storia. E’ un fatto. Ed è difficile, molto difficile per tutti noi. Ma, come nel primo giorno della guerra, continuiamo a costruire il nostro domani – passo dopo passo, compito dopo compito, risultato dopo risultato. Ogni traguardo, ogni successo, ogni nostro “l’Ucraina ce l’ha fatta” è merito vostro. Del popolo ucraino.
Slava Ukraini! Gloria all’Ucraina!