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Roma Capoccia

Miracolo in via della Reginella, il “piccolo museo del Louvre”

Andrea Venanzoni

Nel cuore del quartiere ebraico sorge un luogo che è sia galleria sia negozio. Lo ha aperto nel 1995 Giuseppe Casetti. Le due sale sono stipate tra mura e banconi stupefatti migliaia di fotografie trovate per librerie antiquarie, fiere e mercati

Miracolo in via della Reginella, nel cuore del quartiere ebraico o, come usano ancora oggi dire i romani, del Ghetto. Sorge qui un luogo che è meraviglia e al tempo stesso museo e reliquia della più inquieta tra le arti: la fotografia. Henri Cartier-Bresson scriveva che la fotografia può arrivare all’eternità attraverso il momento, e in effetti quando si varca la soglia di questo austero e caotico luogo si scopre di essere sprofondati in uno spazio psico-temporale situato oltre qualunque idea di contingenza e dentro cui ogni momento si riavvolge e si trasforma in sequenza ininterrotta, come granelli di memoria nella clessidra dell’arte. E’ il Piccolo Museo del Louvre, e già quel nome, della galleria e del negozio, così irriverente, dadaista, ti costringe a chiederti se potrai mai consigliare a qualcuno di venirci venendo preso sul serio. Lo ha aperto Giuseppe Casetti, nel 1995. Ma Casetti è un nome storico di quella Roma obliqua e carnale che ebbe nella sua libreria Maldoror epicentro, triangolo delle Bermude dell’arte inespressa dall’overground.

 

Il Museo del Louvre di Casetti è sia galleria sia negozio, affiancate, gemelle e al tempo stesso diverse quelle due sale. Un mondo a parte, oggettivamente. Stipate tra mura e banconi stupefatti migliaia di fotografie trovate per librerie antiquarie, fiere e mercati, dove si ingiallivano in sacchi e venivano vendute a peso. Casetti ha fiuto da cane da tartufo e devozione filiale per questa arte così vampirica e pastosa. E se per Susan Sontag la fotografia è anche indicazione di un’assenza, per queste sale, tra questi scatti, emerge la fisionomia malinconica di tempi e di figure che sembrano esser stati inghiottiti dall’armonia del silenzio: Francesca Woodman, ad esempio. Casetti è stato amico della brillante e giovanissima fotografa americana che trascorse buona parte della sua inquieta e breve esistenza nella Capitale. In certa misura potremmo persino dire, avendo lui ospitato le prime mostre della Woodman, sia stato proprio Casetti ad aver contribuito a farne conoscere, apprezzare e amare quello sguardo artistico così spettrale e carnale. Casetti è un appassionato, e come tutti gli appassionati ha poco o nulla di quegli impresari dell’arte che si circondano di fotografie, o di altro genere di espressione, perché sanno di doverti vendere qualcosa. Ha costruito il suo ecosistema, dentro cui Pasolini e Pound, Bataille e Sade, fotografie segnaletiche arrivate da Porta Portese dove erano state gettate da un qualche archivio di polizia e che gli sono costate qualche grana giudiziaria in via di risoluzione, danzano nella più sinuosa delle catacombe.

 

Ogni evento, ogni mostra, ogni catalogo che organizza, cura e redige ha qualcosa di deliziosamente unico perché appare, in maniera nitida, estensione della sua personalità e del suo gusto. Il Museo di Casetti è esso stesso dinamica di identificazione di un’arte che precede, nella sua ferina incarnazione di pura passione, qualunque tentativo di farne sistema: fotografie amatoriali di amanti, nelle loro suadenti imperfezioni, provini cinematografici e televisivi, scatti mai pensati per potersi dire arte e che lo diventano non per pretenziosa ermeneutica ma per il fatto stesso di essere calati in questo Paese delle meraviglie. Il 2026 del Museo del Louvre sarà contraddistinto da un ciclo di incontri d’autore, dedicati ciascuno a grandi nomi della fotografia, con Casetti a fare, inevitabilmente, da padrone di casa e da guida. Il 25 febbraio scorso è stata la volta, inevitabile, di Francesca Woodman, il 25 marzo 2026 sarà quella di Mario Dondero, e poi a seguire il 29 aprile 2026 di Paolo Di Paolo e infine il 27 maggio 2026 di Giosetta Fioroni. Casetti, peraltro, ha raccontato la sua storia e la nascita del Museo in un volume, “Il Re libraio e i Desaparecidos”.