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Roma Capoccia

Sindaco influencer, le grandi manovre glocal e social di Gualtieri

Andrea Venanzoni

Daniele Cinà e della sua squadra hanno calibrato il primo cittadino su misura di TikTok e reels Instagram, a scapito della staticità museale delle foto. Roma come laboratorio di piattaformizzazione organica della comunicazione politica

La popolarità social di Roberto Gualtieri è indubbia e consolidata. Quante volte abbiamo condiviso sue immagini o video per motivi lontani dalla politica o dalla vita cittadina? Influencer, meme, cantore della città, bonariamente deriso da pagine come “Gualtieri che indica cose” – e proprio così viralizzato e amplificato –, il sindaco gode di una fama che va oltre i confini romani. Merito di Daniele Cinà e della sua squadra: hanno trasformato Gualtieri in un brand diffuso, capillare, riconoscibile, empatico persino per chi, teoricamente, non lo ha votato e appoggia l’opposizione.

Cinà era già con Gualtieri al Mef, ma solo in Campidoglio si è compiuta la “svolta social”: le piattaforme non sono uguali, e i gusti/linguaggi evolvono richiedendo analisi costante dei trend. Cinà ha calibrato un Gualtieri per la brevitas di TikTok e reels Instagram – video verticali di pochi secondi – a scapito della staticità museale delle foto. TikTok, a lungo incubo di politici impreparati a una comunicazione essenziale, polarizzante e striminzita, è diventato il campo di battaglia delle guerre culturali digitali, in Italia e soprattutto negli Usa.

In una società con soglia d’attenzione neurologicamente abbassata da algoritmi gamificati, e con media classici che indicano il tempo di lettura online, aderire era irrinunciabile. A moltiplicare diffusione e popolarità (capitalizzabile politicamente) c’è un ecosistema indipendente ma connesso: pagine e influencer formalmente slegati da partiti che condividono, commentano, appoggiano – simile a Esperia Italia o Welcome to Favelas nella galassia non progressista. Differenza: Report dedica puntate a dimostrare la “non indipendenza” delle pagine di destra, senza capire che conta il messaggio, non la riconducibilità organica, e che ‘indipendenza’ è ormai concetto vacuo.

Gualtieri però non aspira a fare l’influencer: resta politico. L’incontro al Brancaccio del 9 febbraio ha legato comunicazione piattaformizzata e ambizione nazionale oltre il Campidoglio. Incarnata dalla app “Per Roma con Gualtieri” (segnalazioni, sondaggi, dialogo dal basso). Roma, glocal per vocazione – amministrazione locale ma Capitale vetrina universale –, con Bettini, Franceschini e maggiorenti PD in platea, suggerisce non una semplice passerella per la riconferma sindaca.

In gioco le politiche e il governo nazionale: elezioni accorpate o vicine temporalmente; Roma come laboratorio di piattaformizzazione organica della comunicazione politica. Il centrodestra arranca paradossalmente non per mancanza di comunicatori sagaci, ma per assenza di sponda sostanziale: un soggetto da far crescere, contrapporre, attorno cui costruire storytelling. Da un lato Gualtieri; dall’altro, nessuno. Una casellina vuota che potrebbe costare cara alle politiche.

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