Ansa
Roma Capoccia
Il cimitero del Verano, dove i morti garantiscono il passato ai vivi
Il cimitero monumentale romano si sublima in una architettura perfetta intrisa di languida malinconia. Tra gli interventi papali e i bombardamenti della guerra, ora i monumenti, le tombe e le cappellette rappresentano uno squisito affresco immerso in una coltre di silenzio e di riflessione
“La morte è uno stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale”, ha scritto Emil Cioran in “Squartamento”. Osservandolo dall’alto, in quell’indistinto punto in cui il verde dei cipressi si fonde con il bianco ormai opaco dei marmi, l’ocra dei mattoncini dell’ingresso a tre fornici e la fisionomia adiacente della basilica di San Lorenzo fuori le Mura, il cimitero monumentale del Verano si sublima in una architettura perfetta intrisa di languida malinconia. Incuneato nel costato del quartiere Tiburtino, davanti San Lorenzo, nel caos iridescente della movida dal quale si separa con le sue alte mura, il cimitero nacque sull’onda del celebre editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804: l’imperatore francese aveva ordinato che tombe, luoghi di sepoltura e cimiteri venissero edificati fuori dai centri abitati, e questa previsione, in forza delle armate francesi, venne estesa nel settembre 1806 anche all’Italia, suscitando un vasto dibattito e una non meno vasta riprovazione. Fu ispirazione quell’editto, come noto, per il celebre carme “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo. A Roma si individuò, ad opera di Raffaele Stern e Giuseppe Camporese, questo imponente lembo di terra: della consistenza di ottantatré ettari e dal nome di campo Verano, mutuato da una antica gens, aveva in epoca romana ospitato una necropoli. Della progettazione venne incaricato Giuseppe Valadier. I lavori furono tormentati e spesso interrotti dai rivolgimenti storico-politici dell’epoca. Con la caduta di Napoleone e la restaurazione del potere pontificio, fino agli anni trenta del XIX secolo, riprese la consuetudine urbana di seppellire i defunti nel cuore delle Chiese. In seguito però, con l’ascesa al soglio di Gregorio XVI si decise di riprendere in mano il progetto, spinti a ciò anche da devastanti epidemie che flagellarono la città in quegli anni, causando migliaia di morti. Fino al pontificato di Pio IX però il cimitero si presentava in maniera ampiamente disomogenea, frutto di una serie stratificata di interventi non del tutto coordinati tra loro.
Al fine di razionalizzarne il tessuto architettonico, la pianta, lo sviluppo e di conferirgli aura monumentale, il pontefice incaricò l’architetto Virginio Vespignani, probabilmente uno degli architetti più rinomati e attivi durante il suo pontificato. Di Vespignani, tra le altre opere, sono la facciata rivolta verso l’esterno di Porta Pia e la celebre cappella della Madonna dell’Archetto nel cuore del Rione Trevi. Per il cimitero, si mantenne fedele al progetto iniziale di Valadier, apportando il suo significativo contributo realizzando il quadriportico d’ingresso, sul quale svettano le quattro statue rappresentanti Meditazione, Speranza, Carità e Silenzio, autentico spettacolo che accoglie il visitatore. Dopo la sua morte, venne sepolto proprio nel Verano, dove svetta il monumento funebre, realizzato dal figlio Francesco. Con l’avvenuta proclamazione del Regno d’Italia, i lavori di ampliamento proseguirono, e alla fine del secolo vennero inaugurate anche l’area ebraica e quella acattolica. Unitamente a questo processo espansivo, il cimitero fu collegato alla centrale stazione Termini, a mezzo di una tranvia a cavalli. Il Verano fu anche investito, simbolicamente e fisicamente, dalle due grandi guerre. Nella prima, vide la costruzione dell’ossario dei soldati romani caduti durante il conflitto, mentre dalla seconda guerra mondiale ereditò le cicatrici seguite al devastante bombardamento alleato del quartiere di San Lorenzo che ne danneggiò l’ingresso, costringendo l’amministrazione cittadina a imponenti interventi di restauro. Durante il bombardamento furono molte le tombe annientate o danneggiate dagli esplosivi, tra cui quella di Ettore Petrolini e quelle dei Pacelli. Con il passare del tempo, e l’edificazione del Cimitero di Prima Porta, il Verano ha assunto una connotazione squisitamente monumentale e artistica, attrazione per turisti oltre che per i cari degli estinti che riposano tra i viali alberati. E così ora monumenti, tombe, cappellette, rappresentano uno squisito affresco immerso in una coltre di silenzio e di riflessione. Tra ombre e spettri poetici, adorni di steli e di angeli e di fotografie e di versi e di preghiere, il viandante si immerge in quello spazio in cui i vivi hanno garantito ai morti un futuro affinché i morti possano garantire ai vivi il loro passato, per citare il Robert Pogue Harrison de “Il dominio dei morti”.
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