Ansa
Roma Capoccia
Metropolitane senz'anima e metropolitane senza scale mobili. Roma batte Milano
Se nella capitale l'idea di trasformare due fermate in due spazi museali rappresenta l'anima della città, la metropolitana meneghina, anche se più efficiente, mostra la totale assegna di ingegno e di design, di cui dovrebbe essere la portatrice sana
La recente inaugurazione delle due fermate della metropolitana C di Roma, Colosseo e Porta Metronia, se non sono un indizio quantomeno rappresentano un segnale. Un inedito capovolgimento di fronte che restituisce una possibilità nuova a Roma e alla necessità – sua e dei suoi cittadini – di essere annoverata tra le capitali europee senza imbarazzi per servizi spesso inadeguati. L’idea è stata semplice quanto al tempo stesso ardita, trasformare un limite in un vantaggio, trasformare l’anima di una città – è proprio il caso di dirlo – nel centro della sua modernità. Si sa che scavare sotto Roma significa ritrovare ancora Roma nelle sue infinite stratificazioni urbane e da qui nasce l’idea di fare di questo limite – per quanto riguarda la messa in opera di una rete metropolitana – un elemento di forza, facendo di queste due fermate prima di tutto due spazi museali, uno ricco a Colosseo e uno ricchissimo a Porta Metronia. Un vero museo con tanto di biglietto d’ingresso con all’interno una caserma dell’età di Traiano che aprirà al pubblico a marzo. Nell’insieme due spazi di grande impatto anche scenografico che a tutto fanno pensare meno che a una delle città con una rete di trasporti tra le più inadeguate dell’Occidente. Certo se fuori piove l’acqua arriva dentro e dopo pochi giorni dall’inaugurazione alcune scale mobili erano già fuori uso e soprattutto i treni della metropolitana mantengono tempi di arrivo da epoca bellica, ma quantomeno una forma d’orgoglio, di identità sembra germogliare dalle parti della scombinata giunta Gualtieri.
Questo non si può certo dire nell’efficiente e va detto, puntuale, metropolitana meneghina. Le ultime realizzazioni sembrano più caratterizzate da morigeratezza e da non poca mediocrità, come indica anche via social l’architetto Cino Zucchi, la “linea 5 rappresenta il trionfo delle società di progettazione e lo squallore del progetto visto come ‘prestazione di servizi’ e non più come ‘opera d’ingegno’”. Dall’assenza d’ingegno fino all’assenza di design di cui pure Milano dovrebbe essere la portatrice sana, il capoluogo lombardo sembra dimenticarsi dell’importanza della bellezza soprattutto di quella pratica che riempie gli occhi dei cittadini nell’uso quotidiano di mezzi e servizi. Invece il grigiore sembra imporsi dal già criticatissimo Villaggio olimpico fino a queste fermate prive di ogni identità. Tutti elementi di un paesaggio padano che sembra rimpiangere il grigiore fumoso delle fabbriche ormai svanite e rigenerate per uso privato da designer e architetti. La M5 sembra uscire direttamente dai paesaggi malinconici di “Delitto d’amore” o di “Romanzo popolare”, solo che all’operaio anarchico Nullo Bronzi si è sostituito il giovane grafico designer – evidentemente ancora in cerca di occupazione – che ciondola tristemente tra NoLo e il Politecnico. Si dirà che a Milano si corre e si fa, non c’è tempo per fermarsi a guardare, i treni vanno e vengono. Ma a Roma tra un ritardo e una scala mobile che non funziona si ha ora la certezza che l’essere città eterna fa parte anche di una consapevolezza che affiora fin dalle viscere, una certezza che rischia di traballare in una Milano dei designer che ora sembra più appartenere ai geometri.