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Roma Capoccia
Al Verano la storia di Romeo Chiodi, eroe bambino di Roma
Nato al Trionfale nel 1941 e scomparso appena dodici anni dopo, nel 1953. Quando per salvare la vita di alcuni bambini dalle acque inerti e malmose, finì per perdere la sua
Il cimitero del Verano è la nostra Spoon River. Morti che dal marmo e tra i cipressi ci parlano, raccontando storie spesso di commovente e poetica consistenza. Eroi e attori, uomini politici e protagonisti della storia italiana, e anche semplici individui assurti alla popolarità per la straordinaria natura di un qualche loro gesto. In un’epoca che sembra aver eradicato qualunque forma di generosità, una passeggiata tra queste ombre e tra queste iscrizioni può fare del bene e riconciliare con il genere umano.
E’ il caso della tomba del giovanissimo Romeo Chiodi, nato al Trionfale nel 1941 e scomparso appena dodici anni dopo, nel 1953. La statua, stagliata davanti alla lapide, lo effigia come un tipico ragazzino romano, a torso nudo e con pantaloncini corti; divisa quasi d’ordinanza con cui per decenni la gioventù capitolina ha cercato refrigerio nell’acqua del Tevere, delle marane e della cave aperte a raggiera lungo l’orizzonte romano. Romeo, nel caldissimo agosto del 1953, raggiunge assieme al fratellino piccolo e a due suoi amici una cava che si apre vicino via Gregorio VII; l’idea è quella di farsi un bagno e trarre giovamento dall’acqua, per schermarsi dal caldo africano abbattutosi sulla città.
Lui rimane a riva e osserva e controlla scrupoloso mentre i tre bambini sono in acqua. Acque inerti e melmose, sporche e fangose. In poco tempo capisce che c’è qualcosa che non va. Tutti e tre annaspano, affaticati. Senza pensarci due volte si getta in acqua, trae in salvo un primo bambino e lo trascina sul bordo della cava. Torna in acqua e salva un secondo bimbo. Stremato ma deciso a non mollare torna in acqua per prestare soccorso anche al terzo, ma la paura e il panico di questi, che gli si avvinghia dimenandosi, e la sua enorme stanchezza dopo i due primi salvataggi, hanno la meglio e tutti e due si inabissano nel fondo opaco della pozza. Quando la notizia si diffonde nel quartiere, la commozione è enorme.
Quel gesto di eroico altruismo e di sacrificio totalmente disinteressato vale al bambino il riconoscimento della medaglia d’argento al valor civile. In realtà, quello sbrigativo riconoscimento lungi dal soddisfare i cittadini pare quasi un modo per tacitare la rabbia che serpeggia. Dieci anni dopo, all’esito di una solenne cerimonia in chiesa, celebrata nel ricordo degli scomparsi e del gesto di altruismo, a Romeo vengono riconosciuti la medaglia d’oro al valor civile nazionale, il premio “Luca Seri” del Comune di Roma e anche la medaglia d’oro della Fondazione Carnegie. La sua tomba, al Verano, ha rappresentato nel corso degli anni meta di pellegrinaggio ammirato, con passanti e conoscenti che hanno deposto ai piedi della statua, veramente molto somigliante alla reale fisionomia del giovane, oggetti e giocattoli e angioletti di marmo.
Su un libro bianco, sono scolpite le parole “l’acqua è stata il tuo cielo,/ il tuo paradiso sulla Terra:/così muore l’infanzia eroica,/per uno slancio del cuore,/per una missione ideale.” Gli è stata poi dedicata una scuola, in via Appiano. Ed è significativo e commovente che la sua lapide riposi adagiata a poca distanza da quella della piccola poetessa di Roma, Raffaella La Crociera, i cui generosi versi dedicati al disastro della Costiera amalfitana nell’autunno del 1954 e la storia della sua malattia avevano commosso l’Italia tutta. Entrambi nati a distanza di un solo anno l’uno dall’altra, entrambi morti, giovanissimi, l’una a distanza di un anno dall’altro. Entrambi testimonianze di carne e ora di marmo di una generosità antica, ormai quasi trascolorata nelle pieghe della memoria e che pure, tra questi viali, tra questi alberi declinanti, tra questi fiori spesso sbadatamente lambiti da chi persino della morte ha visuale burocratica, ci comunicano che quel mondo c’è stato, e quelle straordinarie figure lo hanno popolato e reso migliore. E resta l’idea che specchiarsi in queste storie e nelle loro statue renda possibile, anche per la nostra sciatta società contemporanea, spronarsi nel tentare di migliorarsi, perché come scrive Sándor Márai “arriviamo a comprendere fino in fondo gli esseri umani ai quali siamo uniti da un vincolo indissolubile soltanto nell’attimo della loro morte”. Grazie a Romeo e a Raffaella, e agli altri come loro, possiamo capire il nostro prossimo, anche se siamo ancora tutti vivi.