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ROMA CAPOCCIA

 Declino al Pigneto, il quartiere degradato-chic non ha più fascino

Ginevra Leganza

Sarà colpa della gentrificazione o della Metro C, ma ormai lo storico quartiere romano è al capolinea. Almeno a Torpignattara si respira un'aria meno "arty" e più vera

Pigneto. Performer, cartomanti, cantanti indie. Il triangolo fuori da Porta Maggiore li raccoglie tutti. Ma alt. Forse qualcosa è cambiato. Fra l’uptown dell’isola pedonale e la downtown di via Fanfulla da Lodi, abbiamo come il sentore che più che un impero in decadenza, oggi, siamo proprio al capolinea. Chiacchieriamo con una strega all’uscita della metro C (la cosa più bella e curata che c’è qui, ma solo perché è nuova). La nostra amica odia la metro C: “Il Pigneto era più affascinante quando non c’era e non ci venivano tutti”. “La stazione ha deturpato la vegetazione”, dice (che però forse non era un giardino inglese). Ma la fortuna del Pigneto – si sa – è da sempre il suo brutto assoluto (che diverte, attira). Prendete un uomo e gettatelo a caso nel quartiere: egli troverà ovunque erbaccia, muri sbrecciati, vani murales... È per questo che noi basic bitch, qui, non veniamo mai. Certo, villini liberty a parte, il Pigneto è così da sempre. Ma di nuovo c’è che oggi, forse più che in altri tempi, il Pigneto è in declino. Esteticamente, artisticamente. 

La prima è facile. Prendete l’uptown ovvero l’isola pedonale, e andateci a bere uno dei peggiori gin tonic di sempre. Un bicchierone sgasato che però quasi apprezzate, storditi come siete dal pittoresco e dai fumi passivi. La signora del bar – “bar storico” – bardata di bigiotteria, al momento del conto è costretta ad aggeggiare col lettore pos. Lo tira fuori tipo anticaglia in soffitta. Ci soffia sopra. E alla fine la sua indolenza è simpatica. Si lamenta dei troppi bar concorrenti in via del Pigneto: tavolini e teloni in plastica dove ci furono prima i pini e poi i negozi… Il tramonto dell’uptown è dunque dovuto alla gentrificazione, ai bar tutti uguali, uno sull’altro, alla marmaglia che toglie respiro all’essenza del quartiere. Qui in mezzo c’era e c’è ancora Tuba, la “libreria delle donne”, che però ora è chiusa e che nella movida è sacrificata. Dentro è pieno di sex toys e drappi verdi delle femministe abortiste di Buenos Aires (in Argentina l’aborto è legale dal 2020, da noi lo è dal 1978 e viene il pensiero che questo posto, come la signora del bar, sia anch’esso fermo agli anni Settanta). E qui s’innesta la più complicata decadenza estetica. Quella che riguarda Pigneto downtown (coordinate: Fanfulla e Necci).

Il Pigneto ha avuto tanti momenti. Da Pasolini a Pilar Fogliati che – con la palermitana fricchettona inurbata del suo film – lo spiega bene quanto il quartiere sia oggi più un concetto che un fatto. Un momento importante è stato quello del cantautorato indie. Per intenderci: Renzo Rubini, Motta, Calcutta. Quelli che si forgiavano al Fanfulla in un adolescentismo di sesso romantico e sporco, e che ora sono andati via. “Vivono tutti a Trastevere”, dice la nostra guida-strega, “anche Pif, che ha abitato qui, se n’è andato in via Giulia, si è imborghesito”. Ed ecco: il punto vero non è il mondo che con la metro C raggiunge il Pigneto, ma la pignetizzazione del mondo. Ovvero il mondo delle arti che fra social, reels, Tik Tok, talent, non ha più bisogno di venire a suonare la chitarra in suburra. Persino i film non parodistici li fanno a Torpignattara (vedi “Bangla”), dove tutto è meno “arty” e più vero. Dove gli italiani sono davvero una minoranza, non come qui. Qui dove vanno via i cantanti ma gli africani restano e parlano meglio dei romani. Sarà in declino, il Pigneto, ma è comunque fantastico. Letteralmente. È in declino ma resta la sua idea. Il suo concetto, un po’ come il mare d’inverno: un concetto che il borghese non considera. Per non dire dell’imborghesito, figura anch’essa di fantasia.
 

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