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“Senza edilizia e spesa pubblica la città s’è fermata. E non riparte”

“Rispetto alla crisi del 2008 Milano non solo ha recuperato ma è cresciuta di 18 punti. Roma è a -2”. Parla Tagliavanti

10 Febbraio 2019 alle 06:02

“Senza edilizia e spesa pubblica la città s’è fermata. E non riparte”

Foto Imagoeconomica

Roma. “A Roma aumentano numero di imprese e occupati, eppure non si genera Pil. Siamo ancora 2,1 punti sotto lo stato pre-crisi antecedente al 2008, mentre Milano è a più 18,4”. E’ da questa contraddizione che parte la nostra conversazione con Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di commercio di Roma, organismo cui sono iscritte circa 500 mila imprese della Capitale. Chi meglio di lui per tastare il polso al mondo produttivo capitolino.

 

Perché a Roma le aziende aumentano ma non si genera pil?

“Anche qui un dato: dal 2008 al 2018 siamo passati da circa 400 mila aziende a 498 mila. Quasi cento mila in più. Nel 2017 Roma ha registrato un più 2 per cento dell’occupazione contro l’1,2 per cento del paese. Il problema, però, è che in molti casi sono imprese a bassa produttività, che non generano ricchezza. Più che lavori, sono lavoretti. Io li chiamo ‘i lavori della resistenza’”.

 

Approfondiamo.

“Sorgono tante imprese, specialmente nella grande periferia urbana, ma sono cose di piccolo cabotaggio. Per esempio, i negozi di pizza al taglio o di food in generale. Oppure attività che hanno a che fare con la piccola manovalanza, o legate al turismo come le guide e i bed and breakfast. Oppure al welfare: badanti e baby sitter. Molte imprese sono aperte da donne, giovani, immigrati o da persone che hanno perso il lavoro e s’ingegnano per mettere su qualcosa insieme ad altri”.

 

Food e turismo, però, dovrebbero essere voci importanti per una delle città più belle del mondo.

“Dipende da come si sviluppano. Mettere su un bed and breakfast da una casa che fa parte del patrimonio di famiglia porta soldi ai proprietari, assicura un buon reddito, ma non crea posti di lavoro. E’ ricchezza di rendita, come spesso accade a Roma”.

 

Perché qui la crisi si è sentita più che altrove?

“L’economia cittadina è sempre stata mossa da tre pistoni: l’edilizia, la spesa pubblica, i consumi. La prima ha avuto una contrazione del 40 per cento, andando a colpire anche l’indotto. E per edilizia non intendo nuove abitazioni ma realizzazione d’infrastrutture e manutenzione dell’esistente. Sulla spesa, gli investimenti statali per la Capitale sono passati da 3 a 1 miliardo l’anno, un calo di risorse del 60 per cento devastante per il Campidoglio. Infine, dal 2008 i consumi sono crollati. Ora sono in ripresa, ma una fetta riguarda gli acquisti on line, soldi che non restano sul territorio ma vanno altrove. A questo va aggiunto che a Roma manca l’export: le aziende che vendono fuori dai confini sono poche”.

 

Cosa fare, secondo lei, per ripartire?

“Innanzitutto avere chiaro che città si vuole essere tra 20 anni. Abbiamo già tre eccellenze su cui puntare: la cultura, il cibo e le università. Va però migliorato il contesto, costruita la cornice che faccia diventare attrattiva la città per le aziende: in tal senso dobbiamo puntare su digitale (siamo secondi in Italia per numero di start up) e innovazione (il Maker Fair ha grande successo); migliorare trasporti e collegamenti; investire sulle infrastrutture. Chiediamoci perché i grandi manager vorrebbero lavorare a Roma, ma poi le aziende aprono altrove. Per questo lancio un appello alla sindaca Virginia Raggi: riapriamo il tavolo per Roma tra città a governo, l’idea dell’ex ministro Calenda. Infine, chiedo a chi fa impresa un po’ di coraggio in più: pensate in grande”.

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