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Il leone della Fiom che si vanta di non aver letto il "Capitale"

Per capire chi è Maurizio Landini occorre fare prima un passo indietro di alcuni anni per risalire fino ai Settanta, e successivamente un passo di lato, spostandosi dall'asse Roma-Torino verso quell'intrico di culture politico sindacali che è l'Emilia Romagna.

15 Gennaio 2011 alle 00:00

Per capire chi è Maurizio Landini occorre fare prima un passo indietro di alcuni anni per risalire fino ai Settanta, e successivamente un passo di lato, spostandosi dall'asse Roma-Torino verso quell'intrico di culture politico sindacali che è l'Emilia Romagna. E' qui, nel "triangolo delle Bermude" delimitato da Reggio-Modena-Bologna, che da decenni cresce e si diffonde la classe dirigente della Fiom. Da qui sono arrivati Claudio Sabattini, Gianni Rinaldini, Giorgio Cremaschi e Maurizio Landini: il più
giovane della covata, essendo nato nel 1961 in un paese dal nome poetico di Castelnovo ne' Monti, provincia di Reggio Emilia, il 7 agosto, sotto il segno del Leone alla cui influenza, probabilmente, si può far risalire il carattere aggressivo del nuovo leader della Fiom. Ed è dall'intreccio delle storie personali di questi personaggi, strettamente legati tra di loro, che discende anche la linea politica, ieri come oggi, dei metalmeccanici Cgil.

Il ragazzo Landini lascia la scuola a quindici anni, si impiega come operaio saldatore in una delle tante aziende cooperative della zona, in parallelo inizia la carriera nella Fiom. In questa posizione lo adocchiano i dirigenti territoriali del sindacato. In quegli anni (siamo nella seconda metà dei Settanta), e soprattutto da quelle parti, domina la cultura di talent scout del vecchio Pci: si tengono d'occhio i giovani quadri e quando se ne trova uno dotato lo si sceglie e lo si alleva come i polli in batteria. Anche Landini cresce così, tra il partito e il sindacato. Nella Fiom i numi tutelari dell'epoca sono Claudio Sabattini e Gianni Rinaldini, che a sua volta è fratello minore di Tiziano, altro cigiellino di peso, che a sua volta è compagno di studi di Giorgio Cremaschi, a sua volta allievo prediletto di Sabattini, che lo nota tra i giovani universitari del Pci bolognese e lo manda a fare i corsi per le 150 ore a Brescia. Sotto le stesse ali decolla anche la carriera di Landini: da funzionario della Fiom di Reggio Emilia, su input di Sabattini diventa segretario generale della Fiom regionale.

Sembra lanciatissimo, ma inciampa in una retrocessione: è costretto a lasciare la segreteria generale a un amico fraterno di Sabattini, Gian Guido Naldi, per accettare il posto, molto meno importante, al vertice della Fiom bolognese. Landini accetta disciplinatamente la sorte dettata da quella che appare come una classica trama di palazzo all'emiliana. Sarà ricompensato: quando Rinaldini diventa segretario generale della Fiom, come primo atto lo chiama a Roma, predisponendo così la prosecuzione della dinastia a marca emiliana. Anche in questo caso occorre un sacrificio umano: Dino Magni, l'uomo forte dell'organizzazione, viene silurato in favore di Landini, che nel 2006 diventa ufficialmente il delfino di una Fiom sempre di lotta e mai di governo, la stessa che Rinaldini ha ereditato da Sabattini. Una dinastia che si tramanda ormai anche nel suffisso dei nomi, oltre che nelle origini culturali e territoriali.

Nel sindacato il futuro leader si occupa di elettrodomestici e moto. La vertenza Piaggio del 2008 rappresenta la prova generale di quanto avverrà due anni dopo con la Fiat: lo stabilimento di Pontedera è oggetto di una profonda ristrutturazione, che riguarda turni, orari, produttività; si arriva all'accordo, Fim e Uilm firmano ma Landini respinge l'intesa e chiede il referendum, promettendo che si atterrà all'esito del voto. L'accordo passa e Landini firma, pur precisando che si tratta di una adesione "tecnica". Il caso viene posto all'attenzione del comitato centrale Fiom; i riformisti chiedono che si rifletta sull'accaduto e se ne traggano le conseguenze. Rinaldini promette una futura discussione sul tema. Che tuttavia non avverrà mai.

Anche perché nel frattempo Landini diventa segretario
generale. Il suo primo banco di prova è proprio la Fiat, settore di cui non si è mai occupato prima. Tuttavia, qui dimostra tutta la sua capacità mediatica: nel giro di poche settimane da sconosciuto sindacalista di provincia diventa un leader di rilievo nazionale, mette in ombra non solo gli altri sindacati Fim e Uilm, ma anche la stessa Cgil e il suo nuovo leader, Susanna Camusso. In questo è aiutato da Sergio Marchionne, che lo sceglie come suo unico interlocutore nella partita, trasformando la vertenza in una sfida tra due Highlander. Il fenomeno Landini crea problemi anche a Giorgio Cremaschi, fin qui unico metalmeccanico in grado di bucare il video e vera "mente" della Fiom negli ultimi trent’anni. La superiorità culturale di Cremaschi è sempre stata riconosciuta da Rinaldini, che gli ha lasciato spago. Landini però ignora del tutto il termine "subalternità": è semplice, duro, un po' rozzo, non ha fatto l'università, si vanta di non aver mai letto "Il Capitale", se ne frega del look (giubbotto logoro e zainetto no-logo contro i completi in velluto millerighe cremaschiani), detesta le dispute colte, si limita a zittire chi non la pensa come lui. Per Cremaschi, battuto sul suo stesso terreno, si profila la pensione; anche l’anagrafe, del resto, gli gioca contro, avendo quindici anni più del rivale. Gli resta l’amara soddisfazione di veder trionfare nella Fiom quella linea antagonista che ha coltivato per trent’anni; ma sarà Landini che ne porterà la gloria, se così si può dire. E sempre che duri, ovviamente.

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