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Gaetano Scirea

La volta in cui Gaetano Scirea è stato più capitano di sempre la trovi in un archivio che lascia le mani impolverate. Il ritaglio è del 4 aprile 1987, il giorno prima di Atalanta-Juventus, l’intervista era l’annuncio dell’inimmaginabile: Scirea in panchina. Per la prima volta da quando era nella Juventus, per la prima volta da sempre. A Bergamo, cioè dove calcisticamente era nato, con la Juve che è stata il suo mondo.

14 Settembre 2010 alle 00:00

La volta in cui Gaetano Scirea è stato più capitano di sempre la trovi in un archivio che lascia le mani impolverate. Il ritaglio è del 4 aprile 1987, il giorno prima di Atalanta-Juventus, l’intervista era l’annuncio dell’inimmaginabile: Scirea in panchina. Per la prima volta da quando era nella Juventus, per la prima volta da sempre. A Bergamo, cioè dove calcisticamente era nato, con la Juve che è stata il suo mondo. Prego si accomodi: numero 14 anziché il 6. La sua fascia a un altro. E’ il momento più complicato per un capitano: prendere quel pezzo di stoffa elastico e infilarlo nel braccio di un compagno. E’ come se si staccasse una parte di te. La fascia è un orgoglio, uno status symbol, è l’autorizzazione a parlare, è la certificazione di una personalità superiore, è il rispetto che dai e che prendi. Come scegli di cederla racconta a te stesso e al mondo che tipo di capitano sei o sei stato: un ritratto che si riassume in un gesto rivelatore. Nel pallone ci sono poche cose così. Consegnare la fascia a un compagno è difficile perché ti dice che stai per finire il tuo ciclo: nessuno te la toglie mentre sei al massimo e neanche quando sei semplicemente verso la discesa della carriera. Un capitano è capitano fino all’ultimo giorno, fino a quando non rimette tutto nella borsa per sempre. Non ci sono usurpatori, né giovani rampanti che vogliono prendersi quel simbolo dal tuo braccio. Il capitano abdica, non viene cacciato, smette di essere quello che è quando lo dice lui: non glielo impone nessuno, non lo sostituisce nessuno. E’ una delle poche cose del calcio che il tempo non ha cambiato: dai pulcini alla Nazionale, il capitano sopravvive agli allenatori ed eventualmente anche ai presidenti, resiste alle stagioni che passano, anzi più va avanti e più acquisisce rispetto e autorevolezza. Ecco perché il giorno in cui molla la fascia per la prima volta lo racconta meglio di qualunque altro momento: parlare con l’arbitro fa scena, placare i tifosi fa dignità, leggere un messaggio prima dell’inizio della partita fa protagonismo. Accettare che qualcun altro metta la tua fascia, invece, fa la storia. Scirea l’ha lasciata con la stessa naturalezza con cui entrava in scivolata senza prendere le gambe dell’avversario. Perché anche dalla panchina, quel giorno a Bergamo, s’è sentito capitano pur senza esserlo. A chi si fosse rivolto a lui per essere aiutato avrebbe detto: “Io sono qui sempre, ma oggi il tuo punto di riferimento è chi oggi indossa la fascia”. Per rispetto, non per risentimento. Perché il giorno in cui il capitano va in panchina o in tribuna per la prima volta sa che è cominciata la strada verso l’addio al pallone, allora prepara la successione, accompagna i compagni verso il loro nuovo leader: è come un padre che sta per mollare l’azienda di famiglia a un figlio e a ogni richiesta di un dipendente o di un collaboratore, dice di rivolgersi al suo ex bimbo diventato grande. Lui c’è, ma guarda da lontano, lascia fare, lascia gestire: le gioie, i guai, i problemi, le soluzioni. Delegare è la sfida di chi per tanti anni è stato al centro del mondo. Dare la responsabilità a un altro è la qualità più invisibile e più importante di un leader. Gaetano Scirea quel giorno rimase tutta la partita a guardare i suoi compagni senza di lui e quello con la fascia da capitano che cominciava a diventare il nuovo numero uno del gruppo.

Nessuno saprà se è quanto abbia sofferto a Bergamo, il 5 aprile 1987: chi conosceva Scirea non ha un solo ricordo di un lamento, di uno sfogo, di un risentimento. Capitano anche in questo e anche per questo. Quella storia che raccontano tutti del bene della squadra prima del proprio. Ecco chiunque la dica è solo una banalità, probabilmente una bugia. Con Scirea no: le ovvietà con lui si portavano dietro un carico di onestà che davano alla frase un contenuto meno scontato di quanto potesse apparire all’inizio. Perché lui non ha mai avuto problemi a parlare di cose che di scontato, ovvio e banale non avevano nulla, così anche quando gli capitava di usare una frase fatta sembrava molto più intelligente della stessa frase detta da qualcun altro. Quando qualcuno parla di carisma forse vuol dire questo: la capacità di essere interessanti anche mentre si dice una cosa che interessante non sembra essere. “Gaetano, per noi cronisti, fu spesso l’ultimo, confortante appiglio. Potevamo chiamarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte, aveva per chiunque una risposta, mai dettata dal fastidio o dalla noia: alla fine, chiudeva l’intervista con un ‘grazie’”, ha scritto una volta Darwin Pastorin ricordandolo. Non c’è nessuno del mondo del pallone che abbia parlato male di lui. La morte tragica ha aiutato la conservazione del mito, ma non è stata quella a determinare il rispetto collettivo e trasversale che Scirea ha oggi. Perché se chiedi a un tifoso del Toro di parlarti male di lui, scoprirai che nonostante l’odio acerrimo contro la Juve, nonostante la rabbia, nonostante tutto, avrà riverenza nei suoi confronti. I capitani piacciono anche a chi in teoria non dovrebbero piacere, perché sono l’immagine di un club. Esiste un codice non scritto, ma applicato comunque che prevede un trattamento diverso per chi porta la fascia: il tifoso ama chi si sente parte di una squadra, chi mette la propria faccia, il proprio corpo, il proprio braccio al servizio di una maglia e di una città. Se è la propria ancora meglio, ma anche se è una avversaria quell’uomo merita comunque considerazione. Il capitano alla Scirea è un ambasciatore: avete mai visto un diplomatico insultato a prescindere? No, con lui si tratta: può essere anche il rappresentante di un regime odioso, di un dittatore malvagio, resta comunque uno con cui sedersi e parlare, uno diverso, uno sobrio, un signore perbene.

Bisogna partire da Gaetano se si vuol capire che cos’è oggi un capitano nel calcio. Perché ce ne sono tanti, ci sono modi e stili diversi di portare quella fascia sul braccio, ma se uno vuole ragionare, deve cominciare con quest’uomo che adesso è un ricordo e il nome di una curva dello stadio Olimpico di Torino, con questo personaggio che è un simbolo, con questa storia che è anomala per molti, ma non per chi sa che il calcio non è soltanto quello che vogliono farci credere che sia e cioè un recinto pieno di bestie viziate e violente, di ragazzi senza idee e con voglie troppo pronunciate. Scirea oggi sarebbe un po’ come Gigi Riva: quello che ti dice che in fin dei conti non è cambiato nulla se non la società. Non è il calcio che s’è rovinato, s’è semplicemente adeguato al resto, come è ovvio che sia. Sarebbe il primo a demolire con garbo il luogo comune che gira e rigira: “Non ci sono più le bandiere”. Farebbe un sorriso, parlerebbe piano e racconterebbe che è normale che sia così: si vuole che i ragazzi vadano a studiare all’estero, che siano in grado di reggere il confronto con i giovani degli altri paesi, che le aziende vadano a produrre dove giustamente conviene di più e che però nello stesso tempo i calciatori restino legati a una squadra per sempre? Lui l’ha fatto, certo. Come si faceva una volta: si cresceva in una piccola, si arrivava in una grande e si rimaneva lì per incarnare lo spirito di quella squadra. Atalanta e Juventus, il suo percorso. Punto. Oggi non sarebbe così, ma Scirea sarebbe sempre Scirea. Avrebbe lo stesso carattere, la stessa forza, l’identico stile. Sarebbe quello che è stato, perché la sua forza non era la fedeltà a una squadra, ma la fedeltà a se stesso. Sì, rifiutò l’Inter a fine carriera, come oggi farebbe Del Piero, oppure Totti. Non è questione di bandiere ammainate o di falsa retorica: è che non si sentirebbero loro altrove. E’ diverso, fa meno chic, perché è diventato un ritornello dire che non ci sono più uomini come quelli. Se il 3 settembre 1989 non fosse stato su quella maledetta strada polacca, Scirea smonterebbe i fasi miti del passato, annullerebbe il passatismo nostalgico che avvelena il pallone esattamente come fa la volgarità contemporanea. Non è la colonna dei trasferimenti a marchiare l’identità di questo calciatore, ma altri numeri: 563 presenze nella Juventus, record superato soltanto da Del Piero; poi 32 gol giocando da libero, poi sette scudetti, una coppa Uefa, una coppa dei Campioni, una Intercontinentale, una coppa del Mondo. Poi quello zero, per due volte: zero espulsioni, zero squalifiche. Sedici anni di carriera e mai, da difensore, s’è fatto buttare fuori. Questo non c’entra con l’essere stato una bandiera, ma c’entra molto con l’essere stato un grande e moltissimo con l’essere stato un signore. Perché la differenza di Scirea è questa: aver fatto un percorso da fenomeno senza aver venduto l’anima non agli sponsor o ai soldi, ma semplicemente alla cattiveria. Lui non aveva neanche quella agonistica, a dimostrazione che tutto ciò che raccontano e raccontavano ai bambini, e cioè che per arrivare bisognava essere più aggressivi degli altri e nel caso più cattivi degli altri, è una esagerazione. Era difficile arrivare senza esserlo, certo. Però si poteva. A maggior ragione oggi che è meno difficile.

Scirea è un ricordo che fa bene a tutti. E’ un paragone, come lo sono stati prima Facchetti e Beckenbauer e poi Baresi: difensori che giocavano, tutti capitani, tutti leader, ognuno a modo suo, ciascuno per le proprie caratteristiche. Non c’entra la moralità, ma la qualità: un calciatore bravo ha più possibilità di giocare più pulito. Scirea ha insegnato che ci poteva essere un difensore con i piedi di un regista: ve lo ricordate il colpo di tacco e poi l’assist su gol di Tardelli nella finale del Mundial 1982? La bellezza della semplicità di un gesto che per praticamente tutti gli altri è difficile: il tacco è considerato una finezza inutile, mentre lì fu maledettamente utile e maledettamente essenziale. Noi ci ricordiamo sempre il tiro di Tardelli e poi quell’esultanza incredibile: ecco, mentre il compagno si scatenava nella corsa verso la panchina, Scirea alzò semplicemente un braccio. Sobrio anche quello, come tutto il resto, come l’intervista che rilasciò solo poche settimane dopo il trionfo, in una spiaggia dove passava le vacanze: “Al Mondiale abbiamo imparato a non reagire ai falli, a dare la mano agli avversari e a non fare scene. Per questo il nostro campionato sarà ancora più bello”. Tutto quello che circonda il ricordo di Scirea è così: semplice, misurato, morigerato. Anche qui tutto quello che per altri sembra retorico, con lui sembra soltanto naturale. Come la storia della maturità presa a 34 anni, per un principio, oltre che per insegnare al figlio il valore dell’impegno. La prese all’istituto magistrale “Regina Margherita”, a Torino, quando era già campione di tutto. I giornali dell’epoca e degli anni successivi lo raccontarono così: “Riservava le stesse emozioni e lo stesso impegno per il calcio e per la vita; spianava gradini e piedistalli: era la sua grandezza. Altra prova: il primo scudetto del ’75. Festeggiò in discoteca con la squadra fino all’alba, rientrò e pensò di comprare i giornali, ma l’edicola davanti a casa era vicina alla fermata dell’autobus che portava gli operai in Fiat. ‘Mi vergognavo di farmi vedere vestito da sera alle 6 di mattina da gente che andava a lavorare’. Pensò ai genitori, operai della Pirelli e lasciò perdere i giornali che esaltavano la Juve. Alle 8 del 19-6-87, Gaetano Scirea si presentò al ‘Regina Margherita’, accompagnato dalla moglie Mariella, per la prova scritta d’italiano. Consegnò per ultimo, dopo le 6 ore concesse. ‘Meglio rileggere bene, più di una volta’, spiegò alla fine. Scelse di commentare una frase di Norberto Bobbio: ‘Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione’”.

Ha personificato il ruolo del capitano con il suo modo di vivere fuori. Si può essere leader di un gruppo di calciatori urlando e va bene. Oppure si può esserlo perché si è più bravi degli altri, ma non lo si fa notare. O ancora si può esserlo perché si segnano tanti gol e si trascina tutta la squadra. Oppure si può esserlo perché i gol si evitano. Scirea scelse di esserlo da fratello o da cugino: una specie di autorità della quale era stato investito per il carattere più che per le caratteristiche. Quelli che hanno cercato di scavare nel suo modo di essere, a un certo punto sono arrivati da don Gianni Minetti, parroco di Morsasco. Don Minetti ha sposato Gaetano e sua moglie Mariella, ha battezzato il loro figlio Riccardo e ha celebrato il funerale di Gai. A dieci anni dalla morte di Scirea, nel 1999, la Gazzetta dello Sport lo andò a cercare ancora: “Ha conservato in una cartelletta bianca tutte le parole che disse in quelle circostanze. Fogli ingialliti, battuti a macchina. Li ha ritirati fuori per preparare l’omelia di domenica nella chiesa di San Bartolomeo: la messa per Gaetano. ‘Da 10 anni, per me, Gaetano è un modello da proporre. Nei corsi prematrimoniali racconto l’esclamazione che gli scappò, quando spiegai a lui e a Mariella il senso cristiano dell’amore: ‘E’ meraviglioso’. Dico che, paradossalmente, è una lezione di vita anche l’anello nuziale che non si è mai tolto e che servì a riconoscerlo dopo l’incidente in Polonia. Vidi per la prima volta Scirea attraverso la grata del confessionale, nel Natale del ’75. Mi meravigliai, perché era un campione e perché in genere i ragazzi vengono a confessarsi solo se trascinati dalle fidanzate… Ricordo una strigliata che gli fece Mariella quando rovinò i mocassini nuovi. I bambini della parrocchia gli avevano chiesto di giocare: Gai poteva dire no? Guardi questa busta: una bambina di Trani, Ethel, mi ha spedito 5.000 lire per mettere dei fiori freschi sulla tomba di Scirea”.

Nel mondo del pallone nessuno si meraviglia che ci siano ancora tante cose che portano il nome di Gaetano. Oltre alla curva della Juventus, c’è un torneo giovanile, una serie di memorial sparsi per l’Italia. E’ una devozione laica nei confronti di uno che è stato più di un simbolo della Juve. Non è possibile che tutti quelli che ricordano Scirea siano juventini. E’ questa la forza, questa la capacità di un capitano di essere contemporaneamente molto partigiano, ma molto amato anche dagli altri: ciò che vedevi in lui e quindi il legame, l’affetto, la serietà, è qualcosa che scavalca la barriera del tifo e fa pensare che sia un uomo che merita rispetto. Paradossi dello sport: tu magari sei fiorentino e odi la Juve, ma quando pensi a Scirea smetti per un secondo di odiarla e la invidi. E’ successo anche con gli interisti che ammiravano Franco Baresi. Succederà ancora, nonostante i profeti di sventura che raccontano ogni giorno la pena del calcio moderno in confronto a quello del passato. Anche all’epoca di Scirea si rimpiangeva il modello di vent’anni prima. Gaetano lo direbbe oggi, così come lo pensava allora: il calcio è uguale a se stesso, soltanto che si prende quello che il resto del mondo gli dà. Segue la società più di molte altre cose: è veloce, s’adegua al bello così come al brutto. I capitani sono balaustre alle quali aggrapparsi. Ieri e oggi. Perché Scirea adesso sarebbe identico a com’era. E quei due zeri sulle caselle di espulsioni e squalifiche anche.
 

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