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Massimo Bordin

"Dulcis in fundo”, dice Marco Pannella. “In cauda venenum”, risponde, dopo aver detto “beh”, Massimo Bordin. Era il 25 aprile scorso, e Marco Pannella (in collegamento radiofonico non si sa da dove, sostituito da un’immensa foto-litografia in bianco e nero) scambiava citazioni classiche a margine della conversazione domenicale con un Massimo Bordin seduto alla solita postazione, in fondo allo studio dove manca sempre qualche sedia.

14 Luglio 2010 alle 00:00

"Dulcis in fundo”, dice Marco Pannella. “In cauda venenum”, risponde, dopo aver detto “beh”, Massimo Bordin. Era il 25 aprile scorso, e Marco Pannella (in collegamento radiofonico non si sa da dove, sostituito da un’immensa foto-litografia in bianco e nero) scambiava citazioni classiche a margine della conversazione domenicale con un Massimo Bordin seduto alla solita postazione, in fondo allo studio dove manca sempre qualche sedia – “scusate ma le sedie sono quelle che sono”, sentono dire spesso gli ospiti di Radio radicale. L’inconsueto sfoggio di latinorum, quel giorno, era giustificato da un precedente scambio di battute Pannella-Bordin, incomprensibile ai più: a riascoltarlo oggi, su consiglio dei più attenti esegeti del mondo radicale, quel valzer di battute offre una chiave per comprendere qualcosa del carattere dell’uno e dell’altro e non solo qualcosa della querelle che li vede protagonisti: Bordin si è dimesso irrevocabilmente dalla direzione di Radio radicale, dicendosi però disponibile a fare altro nella radio. Pannella vorrebbe che il direttore uscente si occupasse prima di tutto della definizione “del futuro della radio”, organigrammi compresi.

Non si mettono d’accordo, men che meno sui motivi delle dimissioni di Bordin – non è servita nemmeno l’ora buona di discussione fitta fitta, domenica scorsa, in diretta, con Pannella che si sporgeva sul tavolo in cravatta gialla a disegni pop e Bordin che si dondolava con la solita gamba sul ginocchio e l’ormai famosa maglia rossa, non si sa quanto provocatoriamente inneggiante al “dubitare, disobbedire, trattare”.
Al profano che riavvolga il nastro di quella conversazione d’aprile, il dibattito appare di difficilissima decrittazione. C’è Pannella che parla del suo ottantesimo compleanno, dicendo di averlo già festeggiato l’anno prima e lodando en passant un pezzo affettuoso di Filippo Ceccarelli. C’è Bordin che pronuncia uno dei suoi “indubbiamente”, tamburellando con una matita sul banco. C’è Pannella che, con tono altamente divertito, butta lì un “Massimo, senti, auguri per l’Inter-prète”, sottolineando l’accento sulla “e”. Si starà parlando di Vaticano, pensa allora l’ascoltatore. Chi sa spiega invece che i preti non c’entrano, e che si sta piuttosto parlando della rivista “Interprete internazionale”, fatta con la collaborazione di Radio radicale e già oggetto di pubbliche rimostranze pannelliane per via della sponsorship della dalemiana fondazione ItalianiEuropei (le rimostranze presero in primavera la forma della lettera spedita a migliaia di indirizzi mail. La missiva si concludeva con la consueta formula delle missive collettive del leader radicale: “Ciao, ti leggerò molto volentieri e dubito che potrò risponderti personalmente”, ma il contenuto era insolito: “Constato che l’Interprete indica in Radio Radicale, e nel dalemiano Italianieuropei, i suoi punti di riferimento. Io ne ho, com’è noto, altri”). Senonché, nella registrazione suddetta, si odono Pannella e Bordin motteggiare su “scherzi da prete” impossibili “a Radio radicale”, dice Bordin, perché “non ci piace il genere” e sulla contemporanea impossibilità di “complotti” (Pannella pensa che “non esistano”, Bordin come complottista si sente “improbabile”, e “figuriamoci come dalemiano”, dice, infilando uno dietro l’altro uno dei suoi intercalare preferiti: oltre a “figuriamoci” spicca “parliamoci chiaro” e “per carità”). Poi Pannella dice qualcosa che riecheggia nelle discussioni odierne con Bordin: se i complotti non esistono, forse si tratta di “una politica”. Ma “da editore”, spiega, ha sempre “ritenuto che una politica diversa” fosse casomai un problema “dell’impresa Radio radicale”.
E però oggi Bordin non si sente “portatore di linea politica”. E però oggi Pannella ribadisce che la diversità “di linea, di riflessi, di immagine radicale” tra lui e Massimo semmai è un “patrimonio”, un “valore aggiunto”, e che se non ci fosse la “inventerebbe”. Tra Emma Bonino e Bordin, invece, finora c’era stato meno attrito e meno scambio di amorosi sensi. Eppure lunedì si è sentita un’Emma Bonino radiofonica che prima chiedeva educatamente di poter dire qualcosa sulla radio e poi tacciava di irresponsabilità la posizione bordiniana (non volersi occupare del futuro della radio). A quel punto l’ascoltatore di Radio radicale che “abitualmente guardava a Bordin come alla bussola per orientarsi tra mosse dei pannelliani e mosse dei boniniani”, come dice un giornalista esperto del genere, “non ci ha capito più niente, e si è ritrovato a vagheggiare soltanto un altro colpo di teatro – e di catarro – che riportasse Bordin e Pannella al loro posto rassicurante”. E cioè: Bordin a leggere le notizie tra un profluvio di energici respiri, smottamenti di voce e “mah” dubitativi (a ogni “mah” c’è qualcosa che a Bordin non va giù dell’articolo che sta leggendo), e Pannella a intervenire telefonicamente dalla stanza attrezzata di casa sua, a fine rassegna, su un imperdibile e spesso inintellegibile tema del giorno.
A voler guardare indietro, molto indietro, l’acceso dibattito Pannella-Bordin è nato con loro, nel senso che Pannella e Bordin si sono conosciuti litigando. Era un giorno degli anni Settanta, raccontò Bordin stesso, qualche anno fa, al blogger Tommaso Ciuffoletti. Era giorno di manifestazioni sul divorzio. Bordin, giovane trotzkista, si stava recando “a una grande festa a piazza Navona dove andava tutta l’estrema sinistra”. A un certo punto, dice Bordin in quell’intervista, “mi ricordo che, siccome c’era una campagna elettorale amministrativa e la piazza era effervescente, c’era uno striscione dell’Msi tra due alberi a piazza Venezia”. Alcuni amici di Bordin cominciarono a tirare giù lo striscione, con l’intenzione di dargli fuoco. A quel punto Pannella fece la sua comparsa. Era “piuttosto seccato”, ricorda Bordin sul blog, “e disse a me, perché mi trovavo io alla testa del manipolo di trotzkisti locali: ‘Lascia stare. La polizia non aspetta altro’. Allora feci il coatto e dissi: ‘E noi non aspettiamo altro che la polizia. E allora?’. Quello fu il mio primo incontro con Pannella. Poi ovviamente sono cambiato io e lui no. E questo va a suo onore”.
Dopo quel primo battibecco, racconta un frequentatore di Radio Radicale, “Bordin, contrariamente a quanto si possa pensare oggi, non ha mai assunto posizioni smaccatamente antipannelliane, almeno non fino a due anni fa, quando lui e Pannella hanno cominciato a scontrarsi in modo scherzoso ma non così scherzoso la domenica pomeriggio in diretta. Anzi, Bordin si è sempre conformato alle idee di Pannella, per esempio nel periodo di attrito con Daniele Capezzone, anche se non si è mai capito se condividesse o meno i desiderata pannelliani”. Dai corridoi radicali, d’altro canto, filtra l’immagine di un Bordin che “nelle direzioni e nei comitati assume sempre una posizione positiva, anche se caustica, rispetto alle parole di Pannella”.
Il Bordin che si aggirava per le piazze romane, a detta dei compagni di allora, era un Bordin “di movimento e già di radio”. Non ancora a Radio Radicale bensì a Radio città futura, dove si contendeva con Renzo “Renzino” Rossellini la palma di più bravo nelle rassegne stampa – “non chilometriche come quelle di Radio radicale”, dice Lino Jannuzzi, che rivendica in un colpo “l’assunzione di Bordin e l’invenzione della rassegna stampa gigante. Poi vennero le dirette dai congressi di partito e gli speciali giustizia, e Massimo era bravissimo a confezionare quel tipo di programma. Cominciò col processo Tortora”. Un altro ex direttore della radio, Giancarlo Loquenzi, dice di aver avuto “soggezione” iniziale di Bordin, già così esperto, e ricorda un Bordin “molto concentrato e molto puntuale nelle critiche. Se diceva ‘non va bene’ era ‘non va bene’”.

La famiglia Rossellini fu un Leitmotiv bordiniano degli esordi, tanto che in seguito il giovane Massimo lavorò per un periodo alla Gaumont. E però, più che un Bordin cinematografaro, gli ex frequentatori di Radio Città futura ricordano un Bordin “composto, allampanato, preparatissimo” che osservava con curiosità le riunioni dell’emittente libera, specializzata in mobilitazioni non violente di indiani metropolitani e in assemblee in cui chiunque poteva porre all’attenzione generale un problema della cittadinanza (per esempio dei militari di leva che non potevano pagarsi il biglietto per i viaggi). Va da sé che chiunque poteva proporre soluzioni – memorabile fu il compagno ferroviere che si disse disponibile a fornire matrici in bianco per clonare biglietti, al che la cosiddetta “intelligenza tecnico-scientifica” del movimento ne tirò fuori un sistema per viaggiare gratis in massa. Chi c’era non ricorda se Bordin era in piazza anche durante le famose “operazioni semaforo” (manomissione del meccanismo dei semafori per creare blocchi di traffico e impedire l’arrivo della polizia), ma ricorda un Bordin “già impegnato sul fronte processi e giustizia”. E se alle riunioni di Radio Città futura Bordin – non “ancora elegante come oggi, anzi”, racconta ridacchiando una ragazza dell’epoca – si confondeva con “compagni” di ogni ordine e grado e con i dipendenti dell’azienda telefoni che fornirono le chiavette per telefonare dalle cabine senza gettone, alle riunioni radicali, dice oggi un habitué di largo Argentina, “Bordin arriva da solo, in camicia e bretelle oppure in maglietta politicizzata, e di solito si accomoda con un libro che sottolinea avidamente. A volte si addormenta. Ma scommetterei qualsiasi cosa che non si perde una battuta”.

Questa storia che Bordin si addormenta ricorre nei racconti dei suoi colleghi e conoscenti: c’è chi giura di averlo visto assopito a una puntata di “Otto e mezzo” e chi scherza sulla sua “pennica” pomeridiana in ufficio, peraltro comprensibilissima viste le alzatacce cui lo obbliga la prima edizione di “Stampa e regime”. La sveglia non suona alle sei e quaranta del mattino ma “alle cinque e qualcosa”, se non ci si vuole trovare impreparati. Questo raccontò Bordin a un curioso, e d’altronde chi si è avvicendato al microfono della nota rassegna rammenta anche alzatacce peggiori (tipo le tre e mezza, e non è detto che basti per andare all’edicola con il sonno che incalza, leggere tutti i quotidiani, appuntare su un quaderno gli editoriali salienti e appiccicare qualche post it giallo a futura memoria. Se salta il post-it è la fine).
E’ pur vero che allo scoccare della rassegna Bordin non dà segni di sonnolenza (capitò soltanto una volta, forse mentre  fumava in diretta una delle sue leggendarie sigarette, e Pannella ebbe un bonario sbotto d’ira). Oggi Bordin fuma sempre più spesso sigari, e c’è chi ci legge sintomi di un cambiamento esistenziale ma non segni di affievolimento dell’antiproibizionismo che lo portò a far sentire in diretta il “clic” dell’accendino in piena campagna italiana sui divieti di fumo nei locali. Bordin disse qualcosa come: e io mi accendo una sigaretta. “Magari la sigaretta non l’aveva accesa”, dice un esperto di galassie radicali, “ma certo Bordin ha il gusto della battuta. Sa come si sta in scena e non è, in questo, uno sprovveduto”.

Se Bordin ha cambiato abitudini tabagiste, pare non abbia cambiato letture (“legge ancora saggi polpettone, anche piuttosto noiosi”, dice un amico). Ormai giunto, da una decina d’anni, alla terza e collaudata convivenza dopo due matrimoni, di solito l’abitudinario Bordin non disdegna, sul far dell’imbrunire, il buon cibo e il buon vino. Mai si fa mancare la telefonata al figlio ventenne che vive all’estero. Il rapporto tra i due è “intenso”, dicono gli amici, ammirati “dalla decisione di Bordin jr di dire no all’università-bivacco per trasferirsi in nord Europa a lavorare come steward in una nota compagnia aerea”. Tutti i conoscenti di Bordin interpellati dal cronista concordano sulla scansione della giornata bordiniana: “Rassegna-riunione-assegnazione pezzi-pranzo-pisolino in dormiveglia con la testa sul tavolo-trasmissioni-cena con pochi selezionati avventori”. Sul trotzkismo di Bordin, in compenso, ci sono interpretazioni discordanti. C’è chi dice che “un trotzkista come lui, alla lunga, non poteva durare a Radio radicale” e chi, come Jannuzzi, dice “che sta proprio in quel trotzkismo che non se ne vuole andare la forza di Bordin nell’opporsi ai vari stalinismi”. Qualcuno ricorda complicate conversazioni tra Bordin e Paolo Mieli: “Ma forse non si parlava di trotzkismo, bensì di micromovimenti post Sessantotto in Italia”.

Qualcun altro azzarda una velenosa boutade pro bordiniana: “Trotzkista o no, è un radicale che ha anche un mestiere, almeno”. Bordin in persona probabilmente non direbbe mai una cosa del genere, se è vero che le lodi più appassionate, su Internet e sui giornali (da Pierluigi Battista sul Corriere della Sera all’ascoltatore ignoto su Facebook) sottolineavano “la signorilità” della voce di “Stampa e regime” che difende Pannella anche nel momento della rottura. Qualcuno tra i più attenti (e meno vicini) osservatori di Radio Radicale ventila invece malignissime ipotesi sull’attrito con Pannella: “Bordin si occupa molto della lettura dei giornali e molto meno del rinnovo della convenzione che tiene in vita la radio”. C’è spazio anche per un’altrettanto maligna previsione da allibratori: “Dopo la fallimentare esperienza, ma non per colpa di Bordin, della rassegna stampa su Nessuno tv e Red tv, ci sarà magari per Bordin un talk show su La7 oppure una rassegna su Radio24 che ospitò anche Capezzone dopo l’uscita dal partito oppure una rassegna su Repubblica tv”. Insomma, dice il non-amico di Bordin, “il concerto di catarri, per usare un termine pannelliano, troverà sicuramente acconcia sistemazione terminando il processo di irregimentazione da ex trotzkista, diventato noto più di Marco ed Emma messi insieme, come ha detto scherzosamente Pannella domenica scorsa”.

E però lui, Bordin, ha subito detto a Pannella di “non avere niente in mano”. Marco dal canto suo, di fronte a un Bordin irremovibile in diretta radio, sembrava più un bambino che giocando ha dato un calcio troppo forte e ora vuole ricomporre la costruzione sfasciata che un sovrano che dice “o mangi la minestra o salti dalla finestra”. Ma vai a capire, ché un minuto dopo i due parevano di nuovo sulla soglia della rottura irreparabile se non dell’insulto (anche se certo Bordin non si offende se a Pannella vola uno “stronzo” di troppo, ed è volato, ma quasi quasi era satira). Sia come sia, la divergenza di posizioni c’è e la soluzione, se c’è, appare più che mai impervia, e passa da un lato da Bordin che dice di volersene andare “solo dalla direzione” e dall’altro da Pannella che lo vorrebbe al lavoro in un ruolo quasi direttoriale (e cioè quello di colui che si mette a sistemare l’assetto prossimo venturo della radio).

E’ chiara a questo punto soltanto una cosa: non è Massimo D’Alema il vero colpevole delle incomprensioni tra Pannella e Bordin, anche se c’è chi ricorda un convegno di Interprete internazionale, presente D’Alema, e una richiesta pannelliana di trasmetterlo in diretta nonostante Bordin avesse deciso per la differita. C’è pure chi ricorda un Bordin che dice agli astanti, scherzando, “sono accusato di essere dalemiano”, e un D’Alema che affonda il coltello come non mai (con qualche sarcasmo antipannelliano di troppo). E però “nessun D’Alema potrebbe cancellare l’affetto di Massimo per Marco e di Marco per Massimo”, dice un amico di entrambi, tantopiù che un partito “che ha candidato mignotte e geniali fuorilegge non potrebbe davvero discriminare una posizione, pur dalemiana che sia”.
Il senatore Luigi Compagna, osservando l’acceso scambio di idee Pannella-Bordin, ha scritto addirittura a questo giornale per dire che “quelli tra Pannella e Bordin non erano pesci in faccia. Piuttosto, parole amare pronunciate per farsi del male tra persone che si vogliono bene… A Marco Pannella, orgoglioso e a un tempo geloso di un ottimo direttore, quello di Bordin sembra l’atteggiamento di un disertore… non è così”.

Fatto sta che almeno duecentomila ascoltatori della rassegna mattutina “Stampa e regime” – un po’ di meno, dicono gli antibordiniani, un po’ di più, dicono i bordiniani, e in confronto il balletto di cifre questura-manifestanti in qualsiasi giorno di mobilitazione è niente – si chiedono oggi non che fine farà il soldato Bordin (ché Bordin non sopporta tale tipo di interessamento compassionevole, disse un giorno a un cronista), ma che fine faranno Marco e Massimo insieme, ché a immaginarli disgiunti proprio si fa fatica. “Darei un milione di euro per sentirli ancora litigare”, dice un estimatore della conversazione domenicale, “piuttosto che vederli in un cul de sac del genere, roba che nemmeno Berlusconi e Fini in crisi comunicativa”.

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