cerca

Marco Bascetta

Esce un libro di sinistra che fa a pezzi Antonio Di Pietro e quelli che lo seguono pedissequamente senza chiedersi: ma davvero costui è l’unico orizzonte di chi vuole passare oltre Silvio Berlusconi? Esce un libro di sinistra che non mitizza Roberto Saviano e anzi ne fa un prodotto della nuova epica che divide il mondo in buoni e cattivi senza chiedersi: ma non ci saranno altri problemi e altri approcci?

7 Luglio 2010 alle 00:00

Esce un libro di sinistra che fa a pezzi Antonio Di Pietro e quelli che lo seguono pedissequamente senza chiedersi: ma davvero costui è l’unico orizzonte di chi vuole passare oltre Silvio Berlusconi? Esce un libro di sinistra che non mitizza Roberto Saviano e anzi ne fa un prodotto della nuova epica che divide il mondo in buoni e cattivi senza chiedersi: ma non ci saranno altri problemi e altri approcci? Esce un libro di sinistra che non si indigna sulla questione “crocifisso” ma va a ritroso nella storia delle croci in aula e nelle radici della polemica connessa. Gli autori si chiamano Pierfranco Pellizzetti, Alessandro Dal Lago e Clara Gallini, e alla fine si scopre che tutti e tre sono passati dallo stesso palazzetto di Monteverde Vecchio, dalla stessa porta a vetri nascosta dalle frasche e dalla stessa scrivania immersa nella penombra sotto al poster-fotomontaggio di Marlon Brando che va al funerale di Bobby Hutton, il giovane leader delle Pantere nere freddato dalla polizia a Oakland, nel ’68, a due giorni dalla morte di Martin Luther King.

Nel palazzetto si trova la casa editrice manifestolibri. Alla scrivania siede, incurante della partita Italia-Slovacchia e della depressione dei tifosi tutti, il direttore della manifestolibri Marco Bascetta. Poi, andando a leggere il libro “Moderato sarà lei”, scritto nel 2008 dallo stesso Bascetta con Marco d’Eramo (per il medesimo editore), si troverà una definizione di calcio che spiega in parte la serena disposizione d’animo del Bascetta che sente i “nooooo” dei tifosi italiani dalla finestra e li accetta come fossero urla della vicina di casa in lite col marito al piano di sopra: “Calcio – si legge nel libro suddetto – ramo della filosofia occidentale che genera tutte le categorie della politica e dell’agire sociale. Esempi: Silvio Berlusconi pratica su Romano Prodi una marcatura asfissiante. Prodi fa catenaccio, Massimo D’Alema fa melina, Walter Veltroni nasconde la palla, Francesco Rutelli difende a zona, il governo è in zona Cesarini, Antonio Di Pietro è in fuorigioco, Bruno Vespa salva la porta, Cesare Previti merita l’espulsione… i dentisti dribblano il fisco, i salariati non resistono al pressing asfissiante del padronato, la cocaina colpisce di testa”.

E non basta, ché Bascetta ha pubblicato quest’anno pure un volume intitolato “Interismo leninismo” per la penna di Luigi Cavallaro, in cui Marx ed Engels si mischiano al gioco a zona per spiegare al lettore cosa sia oggi il comunismo “al di là delle burocrazie e dei gulag”. Ora però la preoccupazione di Bascetta è un’altra (a parte l’opera di contrasto “dell’oligopolio editoriale che toglie spazio fisico”). E cioè, spiega Bascetta fumando non certo l’ultima delle innumerevoli sigarette, alzandosi per salutare un collaboratore e cercando un’e-mail persa nel computer, “mi inquieta l’inclinazione giustizialista che sembra dilagare e soffocare qualsiasi altro tipo di ragionamento. Penso che i problemi politici vadano affrontati politicamente, non mi piace l’antiberlusconismo ossessionato dai Protocolli dei Savi della P2 e guardo con sgomento al successo che sembra arridere al modello di opposizione appiattita sull’impostazione da Fatto quotidiano”. Poi aggiunge: “Sono un ragazzo anni Settanta e nutro la più piena sfiducia nell’operato della magistratura”. E’ una frase che Bascetta ha scritto anche sul manifesto, giornale con cui collabora e dove ha lavorato ininterrottamente dal 1975, anno in cui, fresco di studi in filosofia (con tesi su Nietzsche e con “nessun professore degno di nota” tra i docenti), giunse in redazione su consiglio dell’amico Valentino Parlato, suo compagno di appartamento fino alla nascita della figlia di Parlato. Troppe scale da fare, a quel punto, per chi doveva occuparsi di una neonata: Bascetta rimase solo nella casa ma in compagnia al manifesto, dove si occupò dapprima di esteri, scrivendo, per sua ammissione, “poco e sotto pseudonimo causa servizio militare”. Poi passò alla cultura, attestandosi su posizioni molto rossandiane (nel senso di Rossana Rossanda).

Il garantismo di Bascetta viene da quei giorni d’esordio cronistico, e tuttavia non tutti oggi al manifesto hanno gradito che si mandasse in libreria, con l’etichetta manifestolibri, un saggio in cui si sostiene che Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi “sono espressione della stessa mentalità di destra”.
In ogni caso il lavoro giornalistico, nel complesso, parve molto divertente al Bascetta d’inizio Settanta, uno che però, a vent’anni, non militava nel gruppo politico del manifesto ma nell’area di Potere operaio (“e operaista in qualche modo sono rimasto. Sarà forse per questo che mi sono sempre sentito un amico di famiglia piuttosto che uno di famiglia?”, si chiede e chiede oggi Bascetta). All’interlocutore viene in mente più che altro che “l’amico di famiglia”, in questo periodo, non è proprio in linea con la direzione di Norma Rangeri, inclinata piuttosto verso il modello “post it-Repubblica” (senza dimenticare Michele Santoro). E’ stata Norma Rangeri, comunque, a scrivere un pezzo pro Saviano e anti Dal Lago nei giorni in cui Bascetta mandava in libreria il saggio di Dal Lago, “Eroi di carta”. Nell’articolo si citava la “nostra piccola (e autonoma) casa editrice”, ovvero la manifestolibri, e la parentesi sottolineava in modo inesorabile la distanza tra Rangeri e Bascetta. Qualche giorno più tardi, interpellata da questo giornale, Rangeri diceva: “Potendo tornare indietro, se fossi io la responsabile della casa editrice, ci penserei due volte prima di pubblicare ‘Eroi di carta’. Non mi sento in consonanza con quello che dice di Saviano”.

Voci di redazione narrano però di un tempo in cui Rangeri e Bascetta giravano per il manifesto in tandem – Norma con caschetto composto e passo austero e Marco con capelli arruffati e camminata massiccia – per effettuare un giro di consultazioni capillari sulla possibile nuova direzione. Ci fu chi a quel punto chi disse: “Ma perché non vi presentate voi, in ticket, così diversi ma così concordi nel volere un’innovazione?”. Interrogato in proposito, Bascetta continua per qualche secondo ad aggirarsi per l’ufficio con la stessa camminata massiccia che colpì i redattori del manifesto (uno oggi dice: “Sembra il Grande Lebowsky al supermercato”; un’altra si sofferma “sugli occhi chiari da luciferino buono”; un’altra ancora parla della “mitica barba da orco”. E vai capire com’era, perché ora l’ha tagliata). Quando si ferma, Bascetta racconta a modo suo la vicenda: “Si era pensato così di poter equilibrare due visioni diverse, poi la cosa si è persa per strada”. A un certo punto, si evince ascoltando un paio di osservatori interni, il dialogo nel ticket Bascetta-Rangeri si dev’essere fatto meno fluido se non impossibile, se è vero che Rangeri si è ritrovata direttore e Bascetta ha continuato a firmare i suoi pezzi “contro”, tirandosi addosso i post dei lettori web più intolleranti. E’ bastato infatti scrivere sul manifesto che Di Pietro e la “sua retorica giustizialista” fanno parte di un “incantesimo” che “finisce con l’affidare ai codici e al sistema giudiziario il compito di salvaguardare la democrazia, disertando il terreno progettuale che alla politica stessa è proprio”, per far scatenare i commentatori internettiani. Qualcuno, pur di contestare le tesi bascettiane, è andato persino a scomodare illustri scrittori defunti: “Questa è la sinistra intellettuale che si vende per quattro lenticchie in cambio di un rimando della normativa sul conflitto di interesse”, scrive un indignato della rete, “questi sono i giornalisti che dovrebbero difendere i più deboli… questi sono i ragionamenti di chi parla con la pancia piena senza avere la minima idea di ciò che è l’inferno. Rimanete pure nei vostri loft con i vostri libri. Eppure i veri scrittori hanno conosciuto il popolo degli abissi, vedi Jack London”. Bascetta non vive in un loft (ha un appartamento a Trastevere).

E chissà cosa penserebbe l’indignato del web se sentisse Bascetta parlare di corruzione: “Non credo sia espressione di devianza. A me sembra che fin dai tempi di Verre, primo secolo avanti Cristo, la corruzione sia una delle connotazioni del rapporto tra dominanti e dominati. Non che sia normale, ma è qualcosa di molto più strutturato della geografia di ruberie che vuole spiegare tutto e non spiega niente”. Né Bascetta si allinea, con i libri che pubblica, al pensiero consolatorio che va per la maggiore tra gli indignati del web, e anzi cerca di contestare qualche convinzione pur restando ancorato alla sue idee vagamente “vetero”: “Io, dall’opposizione, punterei piuttosto sul divario tra ricchi e poveri e sul micrototalitarismo delle ordinanze dei singoli, con quei sindaci che vietano il panino davanti al monumento e con la compressione della libertà esercitata da istituzioni vicine ai cittadini”. Bascetta dice di “parlare alla sinistra” quando smonta il dipietrismo e l’inno generalizzato pro legalità un tanto al chilo, ma bisogna poi vedere chi c’è a sinistra, ché, con dichiarazioni alla Bascetta, a sinistra si rischia l’anatema un giorno sì e uno no. E insomma il piacere a tutti non fa parte della Weltanschauung della casa editrice e del suo direttore, solo un po’ preoccupato, ma non troppo, per le conseguenze della propria mancata tifoseria calcistica: “Rischio l’emarginazione sociale, meglio dire che ho visto la partita”.

Quando la manifestolibri nacque, a cavallo tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, si decise, racconta Bascetta, di uscire “dal giorno per giorno tipico del giornale e valorizzare il ricco parco collaboratori su temi non schiacciati sul quotidiano. Potevamo contare su Edoardo Galeano, su Osvaldo Soriano, su Alessandro Portelli. Con me c’erano Severino Cesari, Simona Bonsignori e Stefano Petrucciani, oggi professore di Filosofia e ieri mio compagno di banco al liceo”. Il lancio della manifestolibri si avvalse di uno studio sul situazionismo (ma oggi Bascetta è molto orgoglioso del recupero di alcuni volumi inediti della scuola di Francoforte, senza nulla togliere alle pubblicazioni sui giocatori bari e sulla malinconia del vampiro, “il morto non morto che accompagna tutto il corso della modernità”, come si legge nella presentazione del libro di Vito Teti). Se poi si chiede a Bascetta delucidazioni sulla scelta delle tematiche eccentriche trattate nei volumi, Bascetta, inforcando gli occhiali e continuando a cercare l’e-mail perduta nel mare di e-mail, risponde con gran soddisfazione: “Ci cercano per fortuna persone che a noi piacciono con proposte che ci piacciono ancora di più”.
Se oggi l’essere fuori linea della manifestolibri si chiama “lotta alla miseria dell’antiberlusconismo contemporaneo” (Bascetta vorrebbe occuparsene personalmente in futuro, dopo aver messo mano a un lavoro “sul risentimento come passione triste che la politica cerca di organizzare in questo o quel modo”), ieri la linea di frattura con il pensiero gauchista dominante si chiamava “lotta al pensiero moderato”. Nel suddetto “Moderato sarà lei”, il libro scritto a quattro mani con Marco d’Eramo, si prende di mira a tal punto “l’estremismo moderato” da consegnare alle stampe la frase: “Nessuno è più estremista del vero moderato. Perché non si è mai abbastanza moderati. C’è sempre qualcuno ancora più moderato del moderato, che lo ricatterà per il fatto di non essere abbastanza moderato”. Ce n’è anche per il moderatismo politico che livella e omologa facendosi “garante di un interesse generale che sovrasta gli interessi di parte e propugna quell’idea della crescita economica secondo cui l’incremento dei profitti e delle rendite si riverserebbe a cascata sul benessere generale della società e di tutti i suoi componenti”.

Ed è a questo punto che Bascetta, fuori linea rispetto alla sinistra che ama chiamarsi riformista (e moderata), mostra tutto il suo essere di sinistra (ma sinistra-sinistra) nel parlare di “presunta scomparsa del conflitto di classe”, sebbene non nei termini in cui ne parla oggi il Massimo D’Alema in viaggio verso i think tank europei. Per Bascetta “nella società divisa in classi” le ragioni dell’avversario, pur “combattute ferocemente”, “potevano essere comprese e financo parzialmente incluse”, mentre “nel regno della maggioranza moderata la deviazione dalla norma, gli eccessi, la trasgressione, la forzatura delle regole, l’interrogazione ‘radicale’ sulla legittimità delle norme, diventano incomprensibili, irrazionali, frutto di una inclinazione individuale al male… ne consegue che il moderatismo… coltiva una sua visione postmoderna dell’inimicizia assoluta… La tolleranza zero, per quanto possa apparire paradossale, è la cifra più propria del moderatismo politico”.
Quando si chiede in giro “che tipo era Bascetta prima della manifestolibri”, ben due conoscenti rispondono con la stessa parola poco illuminante: “America”. Un terzo conoscente, più loquace, dice: “Quando non si poteva dire ‘viva l’America’, quasi quasi Bascetta lo diceva, anche se non certo per la politica di potenza, cosa che lo fa imbestialire tuttora”. I non conoscitori della storia bascettiana restano perplessi fino a che un quarto conoscente non spiega meglio di che cosa si tratti (Bascetta poi confermerà). Capitò insomma che Bascetta, un tempo direttore, con d’Eramo, dell’inserto del manifesto “La Talpa del giovedì”, desse vita a un dibattito sull’avversione per le stelle e strisce con una tesi che, stando alle parole di Bascetta oggi, poteva più o meno suonare simile a un “basta con l’antiamericanismo sempliciotto e semplicistico per cui il nemico del mio nemico diventa mio amico. E poi dimenticate che l’antiamericanismo era bandiera della destra”. Andando a ritroso nel tempo, si trova un ancora imberbe cronista di esteri (Bascetta) che fa la Cassandra e, mentre si occupa di Iran da Roma, mostra di non condividere l’entusiasmo per la rivoluzione khomeinista: “Avevo l’impressione che alla fine ne sarebbe uscita un’orrenda dittatura”, dice.

Eppure l’anti-antiamericanismo di Bascetta
non cancella il suo essere di sinistra-sinistra. Un essere di sinistra che non viene messo in discussione da alcuna invettiva degli arrabbiati di Internet ebbri di colore viola. Fanno fede gli studi della manifestolibri sui precari, sul capitalismo cognitivo, sul Sessantotto liquidato o malamente celebrato, sul Settantasette non indagato, sugli altri femminismi e sulle intelligenze fuggitive. Fa fede un volume firmato dallo stesso Bascetta nel 2004, una raccolta di saggi con il titolo “La libertà dei postmoderni”. Si parla di “controrivoluzione neoliberista” e di “trasformazioni produttive” che hanno “minato categorie e strumenti della politica e progressivamente svuotato le forme della democrazia”. Si parla degli “imperativi economici e disciplinari del nostro tempo”: “l’abnorme estensione della proprietà privata… il mito della sicurezza con le sue implicazioni segregazioniste… il dominio incontrastato della logica del mercato”. E si cerca un soluzione che non sia “il rimpianto di condizioni ormai irrimediabilmente tramontate”. Bisogna invece individuare, scrive Bascetta, “gli attriti, i punti di rottura, l’eccedenza dei bisogni e dei desideri sulla disciplina gerarchica e produttivista che ci viene prescritta come unico orizzonte…”. Inaspettatamente, è nell’introduzione del serissimo volume che si trovano tracce di autoironia fulminante: prima Bascetta ammette che “due operazioni che si potrebbero definire scorrette presiedono all’assemblaggio di questo volume. La prima è la coincidenza tra editore e autore. Ma, del resto, poiché ogni editore presume di pubblicare buoni libri e ogni autore di scriverne, nel rivolgersi all’altrui certificazione vi è sempre una buona dose di ipocrisia. La seconda consiste in un uso sfrontato del senno del poi”. Dopodiché Bascetta definisce il proprio titolo, “La libertà dei postmoderni”, “generico e pretenzioso al tempo stesso” con quella sua allusione al Benjamin Constant della conferenza sulla “libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”. Ed ecco che si capisce come uno che si dà di pretenzioso da solo si sia potuto concedere di pubblicare libri che pongono dubbi sul mito di Saviano e su quello di Di Pietro. Senza chiedere il permesso e in barba all’orrore degli astanti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi