Domenico Procacci

Dopo l’apparizione in una puntata di “Ballarò” (produttore chiamato a parlare di crisi, per l’occasione in giacca, camicia bianca e aria non disinvolta), Domenico Procacci racconta che lo fermavano per strada e lo guardavano con solidarietà: “Dura in televisione, eh? Vabbè dai è fatta”, “ma, sono andato così male?”, “su su, non ci pensare”, e pacche sulle spalle.

24 Giugno 2010 alle 00:00

Dopo l’apparizione in una puntata di “Ballarò” (produttore chiamato a parlare di crisi, per l’occasione in giacca, camicia bianca e aria non disinvolta), Domenico Procacci racconta che lo fermavano per strada e lo guardavano con solidarietà: “Dura in televisione, eh? Vabbè dai è fatta”, “ma, sono andato così male?”, “su su, non ci pensare”, e pacche sulle spalle. Niente più talk show da allora (“nei secondi impiegati per iniziare la risposta il conduttore indicava già chi doveva parlare dopo di me, poi se qualcuno mi interrompe io d’istinto mi fermo, invece avrei dovuto alzare la voce e andare avanti, insomma difficile ma istruttivo”), meglio starsene per i fatti propri a fare film, lanciare libri, divertirsi, andare ai Festival e incontrare ragazze che vogliono fare la foto con Procacci invece che con gli attori (Rosita Celentano una volta presentò una premiazione e introdusse così il vincitore: “Il produttore più fico che c’è: Domenico Procacci”). Lui di queste cose non parla, ovviamente (si è quindi evitato di chiederglielo per non rovinare la disposizione d’animo alle domande successive), ma nessuno che non si senta un fico pazzesco indosserebbe stivaletti australiani impolverati, jeans, camicia jeans, tre orecchini, braccialetti di cuoio e quel sorriso. La visita alla Fandango è già un’opera di seduzione: casa gialla tutta scale e finestre, gente giovane e allegra al lavoro.

I film, la radio, i libri, le colonne sonore,
la produzione, i fumetti, le idee, tutti appassionatamente insieme in un solo luogo dove ci si incrocia, si chiacchiera, si cambia idea e ci si inventa qualcosa (il direttore editoriale appena trentenne – lo scrittore Mario Desiati – e le ragazze dei libri sono al piano alto, una fascinosa piccionaia rovente in cui entra il sole dal tetto e che Baricco usò come ufficio quando non ne aveva uno a Roma, davvero non si capisce come i libri non prendano fuoco e loro possano lavorare vestiti senza perdere conoscenza: ci si prepara al lancio del nuovo romanzo di Sandro Veronesi in autunno, si chiamerà “XY”, titolo ormai non più provvisorio purtroppo, tireranno 150 mila copie, la storia di un impazzimento generale in un paese del Trentino, con il prete e la psicologa della Asl che cercano di rimettere in sesto i montanari. Sarà il rilancio della casa editrice, ed è la promessa mantenuta di Veronesi che, pur essendo socio azionista di Fandango Libri, ha pubblicato “Caos Calmo” con Bompiani. “Non l’ho ancora letto, Veronesi lo sta finendo, lo aspetto”, dice Procacci-editore).

“La mia idea è sempre stata quella di mettere in relazione persone diverse
, provocare incontri fisici, tra scrittori, registi, autori, disegnatori, creare un po’ di confusione nei corridoi e vedere quel che viene fuori”. Una specie di factory, comunque un piccolo clan molto fiero. Su cui vigila Daniela Staffa, assai più di un ufficio stampa, una vestale (per accedere all’intervista ho dovuto superare un rigido esame d’ammissione, poi è diventata la mia migliore amica). Nello studio di Domenico Procacci ci sono un calciobalilla e una gigantografia di cartone di Ligabue, appena fuori dalla porta un flipper da sala giochi, per dare l’idea sbarazzina di uno che, come dice Nick Hornby, è rimasto impigliato nei suoi quattordici anni anche a cinquanta. Sulla scrivania, sopra pile di libri, giornali, sceneggiature, bicchieri d’acqua (niente caffè, niente sigarette), c’è “Un uomo”, di Oriana Fallaci, in una vecchia edizione molto sfogliata. “Lo sto rileggendo, non mi ricordavo quanto fosse meraviglioso: stiamo preparando per la Rai una miniserie sulla vita della Fallaci, sarà la nostra prima fiction” (l’altra cosa che la Fandango fa, in tivù, è produrre “Parla con me”, il programma di Serena Dandini). Procacci è un po’ diffidente, non vuole che si scriva a quale sport si dedicherà quest’estate (“sembrerei un cretino”), quindi giura che i programmi sono cambiati e non farà vacanze perché cominceranno le riprese di un film in agosto, ma parlare di sport sarebbe importante ai fini dell’idea di talento. Procacci giura di non averne.

“Il mio talento è riconoscere il talento degli altri,
per il resto sono uno che fa molta fatica a imparare e poi non eccelle in nulla, come negli sport: mi applico, imparo, ma non divento mai bravissimo in qualcosa, quindi mi annoio e passo ad altro, mentre mio fratello minore, “The Natural”, diventa subito senza sforzo il più bravo del mondo in tutto. Io perdo a calciobalilla anche con mia sorella”. Così quando Procacci arrivò a Roma da Bari, a vent’anni, per la scuola di cinema, sapeva soltanto che avrebbe fatto cinema ma non esattamente cosa: regista, sceneggiatore, anche stuntman. Successe che un gruppetto di ragazzi mise insieme una cooperativa per girare film, e ovviamente nessuno voleva raccogliere i soldi, andare in banca, occuparsi della vita vera. “Li ho raccolti io, e sono anche riuscito a restituirli”. Il primo film è stato “Il grande Blek”, di Giuseppe Piccioni, è la prima locandina appesa al muro che si incontra entrando alla Fandango.

Poi “La stazione”, nel 1990, di Sergio Rubini,
con Margherita Buy, Sergio Rubini (allora, vent’anni fa, erano anche fidanzati), e Ennio Fantastichini. Procacci riuscì a convincere il padre a garantire per loro, i primi tempi, con le banche (“e anche a lui ho restituito tutto), e da allora ha prodotto circa settanta film, più tutto il resto. “Arrivai con molte confuse idee sul mio futuro, non credevo nemmeno che sarei rimasto qui, invece ho capito che Roma è la città in cui mi trovo meglio e l’Italia è il paese che amo di più”. Fandango è un nome bellissimo, ispirato a quel film di Kevin Reynolds con Kevin Costner giovane: cinque amici festeggiano l’addio al celibato di uno di loro e decidono di fuggire in Messico perché la giovinezza e la spensieratezza non devono finire, trovano, sepolta nella sabbia, una bottiglia di Dom Pérignon che bevono calda e brindano “a quello che siamo e a quello che eravamo”, breve pausa e suggerimento, “e a quello che saremo”, l’amico poi si rassegnerà a sposarsi. Nel 1989 nacque Fandango con quello spirito leggero e post adolescente, ora è diventata una seria casa di produzione di successo (“Gomorra ha incassato quasi quanto un film di Natale ed è stato al tempo stesso acclamato dalla critica anche più snob, un blockbuster di nicchia”), dice Procacci, ma il senso dell’entusiasmo giovanile resta, come nell’avventura dei libri, quando all’improvviso si unirono gli scrittori italiani più fashion, Alessandro Baricco, Sandro Veronesi, Edoardo Nesi, Carlo Lucarelli (c’è stato un momento in cui Lucarelli era fashion) e decisero di diventare azionisti della casa editrice, fare cose nuove, scoprire talenti, una piccola rivoluzione con il direttore editoriale più tosto in circolazione, Rosaria Carpinelli, fuggita dalla Rizzoli in cerca di tuffi al cuore letterari.

Era un’idea, anche se le cose non sono andate sempre benissimo: gli scrittori fashion continuano quasi sempre a pubblicare con le loro comode case editrici, Rosaria Carpinelli dopo qualche anno è tornata a Milano e i nuovi talenti faticano a resistere al richiamo di un solido lavoro in banca (inteso come grosso gruppo editoriale). “Chiunque, quando può, deve scegliere cosa fare e con chi andare, non dico che bisogna fare la rivoluzione, ma un piccolo rigurgito rivoluzionario ogni tanto ci starebbe bene, dire: sai che c’è, preferisco rischiare, preferisco una giovane casa editrice, preferisco farmi seguire da chi mi ha fatto nascere, ma non succede quasi mai: arrivano i colossi e mentre si festeggia l’uscita di un libro, fra un tramezzino e l’altro fanno la loro proposta di adescamento, gli autori in effetti sono spesso felici di farsi adescare, lo vivono come naturale miglioramento. Invece, ora parlo di film, dopo aver realizzato i suoi primi film con me Gabriele Muccino è stato avvicinato da Aurelio De Laurentis, un produttore sia allora sia oggi più grande e importante di me. Aurelio ha proposto a Gabriele di passare a lavorare con lui, Muccino è rimasto, abbiamo fatto ‘L’ultimo Bacio’ e la mia società è cresciuta”. Procacci ha scritto le cose che dice ora al Foglio anche sull’Unità, dopo le noiose polemiche sul Premio Strega e sui blocchi di potere eccetera (Fandango è nella cinquina con Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre”), cerca i paralleli fra il cinema e la letteratura e si comporta, da produttore navigato, come un’Alice nel paese delle meraviglie librarie, con perfetta ingenuità. Ma senza il piagnisteo del piccolo editore schiacciato fra i colossi.

Domenico Procacci dice: “Potevamo fare meglio, adesso faremo meglio”, con la nonchalance di chi riceve decine di buone notizie ogni giorno: gli incassi dei film di Gabriele Muccino, i premi al film di Ferzan Ozpetek, “Mine vaganti”, i riconoscimenti all’estero, le continue candidature come miglior produttore, la presenza di Daniele Vicari, pochi minuti prima dell’intervista, che significa che il film la cui lavorazione è stata più volte annunciata, “Diaz”, su Genova 2001, si farà. “Non credo ai film a tesi – dice Procacci – penso che non bisogna confondere un film con un saggio o un documentario, però è anche un’occasione per dire qualcosa, e questo film su Genova è diventato una mia fissazione: lo voglio fare e lo farò”. Ha una teoria sul cinema: “I film non fanno la rivoluzione, e di solito diffido quando qualcuno dice che quel film era davvero necessario e urgente: sono pochi i film davvero urgenti, quel che conta è fare dei bei film”. Fino a poco tempo fa, ogni volta che portava un film in Francia o ovunque, sospiravano: “Bello sì, certo non è ‘La dolce vita’”, tutti fissati con “La dolce vita” e con “Otto e mezzo”, adesso le cose stanno cambiando velocemente. Insomma “la crisi c’è, paradossalmente le cose non sono mai andate così bene: nel mondo cominciano ad apprezzare il cinema italiano di oggi, anche se da queste parti ogni tre settimane c’è un articolo contro il nostro cinema e le istituzioni ci tollerano a fatica”. Il film a cui Procacci tiene di più, in questo momento, è “Habemus Papam” di Nanni Moretti: “Abbiamo finito le riprese pochi giorni fa, ora è in montaggio, ho visto quasi tutto quello che è stato girato e posso dire che sono molto ma molto contento”. Qualcosa di più, gentilmente? “Non posso, però davvero è molto più che divertente, è commovente”.

Procacci va sul set e interviene nelle sceneggiature (dice che dà consigli ma che l’ultima parola spetta sempre all’autore, racconta che all’inizio aveva un po’ paura di lavorare con Nanni Moretti ma che è andato tutto bene, come con Ozpetek e con Matteo Garrone, sembra che ci sia questa meravigliosa capacità, alla Fandango, di creare l’atmosfera adatta e andare d’accordo, farsi gli scherzi come al liceo, mangiare la pizza insieme. Era presente quando Riccardo Scamarcio, sul set di “Mine Vaganti”, litigò col regista, Ozpetek, che gli aveva fatto tagliare i capelli, “e sembrava un fungo, aveva ragione a essere arrabbiato”, dice Procacci, e poi li voleva ancora più corti e bisognava rifare le scene. “A un certo punto ho pensato che Scamarcio se ne sarebbe andato, poi invece si sono capiti ed è filato tutto liscio”. Procacci interviene meno sulle commedie (“sto studiando”), ma le commedie lo divertono ed è contentissimo che Carlo Mazzacurati gliene abbia proposta una. Dice, come se proponesse una partita a flipper: “Ti va di vederne un pezzetto?”, e gira il computer, c’è il trailer: Stefania Sandrelli, Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak, Silvio Orlando, si ride. “La passione”, sperano di portarlo a Venezia. Quindi Procacci è un produttore indipendente, uno che fa solo quello che gli piace? “L’unico produttore indipendente in Italia è Aurelio de Laurentiis. Io credo di essere indipendente nelle scelte che faccio: mi è capitato di non riuscire a fare cose che avrei voluto, però non ho mai fatto quel che non avrei voluto fare. Non ho niente contro i cinepanettoni, ma non mi interessa produrli, poi certo succede di sbagliare dei film, di non realizzare quel che pensavo all’inizio, ma non ho mai fatto una cosa di cui non mi fregava nulla in partenza, non farei mai un film che non ho voglia di andare a vedere, non sono come la gente che fa tivù che non guarderebbe mai i propri programmi. Non faccio film forse necessari, ma film che mi piacciono”.

Spalanca gli occhi quando scopre che a me i film di Muccino piacciono. “Davvero? Tutti i critici lo massacrano, scrivono che fa commedie di Natale, che è furbo, invece Gabriele non è furbo per niente, è talmente sincero che quando leggo le sue interviste penso: ma no, ma perché ha detto così, ora lo ammazzano”. Come tutti i cinematografari, Procacci vive con l’ansia delle pagine degli Spettacoli, con il terrore del giudizio del critico. Non leggerà solo quello sui giornali (ammette che gli preparano la rassegna stampa). Gli piacciono soprattutto Carlo Bonini, Giuseppe D’Avanzo (evocato da Procacci, D’Avanzo è ricomparso sulla Repubblica), Giorgio Bocca, Curzio Maltese, Concita De Gregorio, Giovanni Bianconi e Roberto Saviano. Ha firmato l’appello degli artisti contro la legge sulle intercettazioni, ma pensa che “i fatti privati non dovrebbero interessare a nessuno né tantomeno essere pubblicati, poi con il modo che hanno i giornali di sparare le notizie io capisco il pericolo per le persone: si stroncano carriere e si distruggono vite, perché una rettifica non avrà mai lo stesso impatto, si sarà già passati ad altro”. Ci pensa sopra e dice: “Questo governo ha fatto talmente tante leggi ad personam che diventa difficile distinguere cosa è in buona fede e cosa no”. Procacci non ha mai sentito grande nostalgia o affetto per Bari, da quando la lasciò: “Se sogni il cinema negli anni 80 e resti a Bari, i sogni restano sogni”. A Bari c’è quel che resta della sua famiglia, in Puglia ambientò “La stazione”, il suo terzo film, poi più niente per molto tempo. Però adesso dice che la Puglia è un po’ cambiata, grazie a Nichi Vendola, “una delle personalità più interessanti della nostra politica”, e gli viene voglia di seguirne le vicende, “mi viene voglia di progettare qualcosa”. Quando a Procacci venne voglia di passare un po’ di tempo in Australia aprì una piccola casa di produzione a Sidney, la Fandango Australia, ora poco attiva ma sempre esistente. I progetti diventano cose: fumetti, musica, storie, letteratura, Nastri d’argento, David di Donatello, Ciak d’oro, occasioni mondane in cui Procacci viene notato perché fa un po’ lo scemo con i suoi amici, attori, sceneggiatori, registi, e poi guarda il mare, da solo, e non beve perché è astemio. Dicono che sia uno snob, che leghi poco con i colleghi, che ignori i concorrenti perché si sente esageratamente fico. Si indigna: “No, è che non sono mondano, non vado alle anteprime, un film preferisco vederlo qualche giorno dopo da solo, ma insomma la verità è che ho pochissima memoria, cioè non mi ricordo i nomi e non mi ricordo le facce. Vado incontro a figure orrende: non saluto, oppure mi ripresento più volte alle stesse persone, se le incontro fuori contesto le ignoro perché non le riconosco, ma sono ai confini con la malattia, anzi i confini li ho superati: sono dentro la patologia. Quindi quando qualcuno non mi riconosce non mi offendo, ma simpatizzo”. Come scusa non è male, autodenunciarsi malato per non sembrare asociale: Procacci sa fare buona impressione, non esagerare con la politica, minimizzare l’importanza di un film dichiarando però la sua passione totale: “Non cambierà il mondo, ma sono pronto a dare diversi anni della mia vita per farlo”.

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