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Suor Lucia di Fatima

Lucia ha 94 anni e per più di ottanta ha avuto a che fare con visioni, locuzioni, messaggi sconvolgenti, profezie e segreti. E pensare che quel 13 maggio 1917, era ancora bambina, aveva chiesto lei stessa alla “bella signora” di portarli in cielo tutti e tre: loro tre, i piccoli veggenti di Fatima. La signora aveva risposto: “Sì, Giacinta e Francesco li porto tra poco. Ma tu resti qui ancora qualche tempo. Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare”.

26 Dicembre 2009 alle 00:00

Lucia ha 94 anni e per più di ottanta ha avuto a che fare con visioni, locuzioni, messaggi sconvolgenti, profezie e segreti. E pensare che quel 13 maggio 1917, era ancora bambina, aveva chiesto lei stessa alla “bella signora” di portarli in cielo tutti e tre: loro tre, i piccoli veggenti di Fatima. La signora aveva risposto: “Sì, Giacinta e Francesco li porto tra poco. Ma tu resti qui ancora qualche tempo. Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare”. Quel “qualche tempo” è stata una vita lunghissima e a suo modo avventurosa, sebbene tutta trascorsa tra conventi e clausura, prima in Spagna e poi in Portogallo. Bassa, il viso rotondo solcato da rughe profonde e perennemente incorniciato dal velo, Suor Lucia dos Santos ormai cammina soltanto se qualcuno la sorregge. Le mani sono irrigidite dall’artrite, al punto che non riescono più a fare le due cose essenziali che hanno fatto per quasi un secolo: fabbricare rosari e scrivere lettere ai Papi, per convincerli a consacrare il mondo al cuore immacolato di Maria. Gli occhi però sono ancora attenti e vivaci, ingigantiti da un paio di lenti spessissime. E il volto e lo sguardo sono rimasti identici a quelli della bambina accigliata che compare nelle foto sbiadite di un tempo.

Così la descrive un documento all’epoca delle apparizioni
: “Fronte larga, occhi castani, grandi e vivi, sopracciglia poco dense, naso appuntito, bocca larga e labbra grosse, mento tondo, viso un po’ più ampio del naturale, capelli biondi e fini. Di bassa statura. Atteggiamento grave e innocente. Vivace, intelligente, simpatica”. L’ultimo italiano che ha potuto vederla e parlarle, la settimana scorsa nel Carmelo di Coimbra, si chiama don Luigi Bianchi. È un anziano prete comasco, parroco di Gera Lario, assiduo frequentatore di Fatima. Lucia è l’unica donna al mondo che non può ricevere visite senza il permesso della Santa Sede. Perché lei è la fedele custode del famoso Terzo segreto di Fatima, la visione profetica che venne mostrata ai tre bambini portoghesi, riguardante un “vescovo vestito di bianco” che “mezzo tremulo col passo vacillante” attraversa una città semidistrutta, cammina sui cadaveri dei cristiani martirizzati e infine viene anch’egli ucciso da colpi di arma da fuoco e frecce. Racconta don Bianchi: “Mi ha detto che è molto preoccupata per la situazione internazionale. Che siamo entrati in un’ora cruciale per la Chiesa e per il mondo. E che l’unica salvezza è la preghiera”. Ma la “rivelazione” più inquietante che l’anziana religiosa ha fatto al suo interlocutore riguarda ancora una volta il Papa: “Lucia ha detto che è nel mirino dei nemici, che la sua vita è in pericolo e che bisogna pregare per lui. Ha detto anche che il Terzo segreto non si è ancora compiuto”.

Così, in poche battute, la pastorella di Fatima sembra proprio aver smentito l’interpretazione della profezia data lo scorso anno dal cardinal Sodano e poi dal cardinale Ratzinger, che faceva coincidere la visione con la “lotta ai regimi atei” e quel “vescovo vestito di bianco” con Giovanni Paolo II colpito nell’attentato del 13 maggio 1981 in Piazza San Pietro. L’ennesimo colpo di scena di una storia enigmatica e tutt’altro che chiusa. Una storia di cui lei è indiscussa protagonista. Nel 1917 Lucia dos Santos ha dieci anni. I suoi cugini e compagni di giochi Francesco e Giacinta Marto, proclamati beati l’anno scorso, rispettivamente nove e sette. Abitano con le loro povere e numerose famiglie ad Aljustrel, piccola frazione di Fatima, un villaggio a 120 chilometri da Lisbona che, mistero nel mistero, porta un nome musulmano, quello della figlia di Maometto. Le case sono basse, anguste, i figli dormono in giacigli di fortuna. Tra i compiti dei bambini c’è quello di portare a pascolare il gregge in una piccola valle chiamata Cova da Iria. Lucia, l’ultima di sei fratelli, è una bravissima animatrice di giochi, la nonna le ripete: “Non so che incanti tu abbia, i bambini corrono da te come se andassero a una festa”. Francesco ama le carte, Giacinta, la più piccola, non sa perdere e ha un carattere pepato e permaloso. Un trio di bambini normalissimi, insomma. Solo che il 13 maggio dell’anno in cui scoppierà la Rivoluzione d’Ottobre, appare loro per la “bella signora”. Lucia è l’unica dei tre a poterle parlare. Chiede informazioni sui suoi amici, sul destino di una compagna di classe già morta.

Nei mesi successivi l’apparizione farà conoscere ai bambini le visioni dell’Inferno, del martirio dei cristiani e del Papa, e chiederà loro di pregare per la conversione della Russia. Lucia non sa neppure che si tratta di una grande nazione, pensa che Russia sia il nome di una persona la cui anima è bisognosa di suffragi. Come spesso è accaduto in questi casi, familiari e autorità non danno credito al racconto dei ragazzi. I tre vengono persino arrestati, trascorrono una notte in carcere. Francesco e Giacinta muoiono di lì a poco, nel 1919 e nel 1920. Lucia resta sola, in balia della curiosità di migliaia di devoti che accorrono alla Cova da Iria. Non è facile per lei fronteggiare la situazione, anche se la famiglia cerca in tutti i modi di proteggerla. Decide allora di abbandonare il paese, di farsi suora. Va a fare il noviziato dalle dorotee di Tuy, in Spagna, dove alle altre consorelle viene nascosta la sua vera identità. Dopo la guerra entra nel convento portoghese di Vila Nova de Gaia. Ma la sua vita torna a essere impossibile: tutti la cercano, vogliono parlarle, vogliono farle domande sulle apparizioni. Lei non ce la fa più e chiede di lasciare le dorotee e di diventare monaca carmelitana. Arriva a Coimbra di notte, in gran segreto e in abiti civili perché le consorelle dorotee, deluse dal suo abbandono, per ripicca non le hanno consentito di viaggiare con l’abito dell’ordine.“Da allora sarà una sepolta viva”, racconta padre José dos Santos Valinho, suo nipote.

Quando l’apparizione di Fatima riceve il riconoscimento della Chiesa, la veggente è obbligata a mettere per iscritto quello che le è capitato: scrive due memorie, la prima nel 1935, la seconda due anni dopo. Nel 1943 si ammala gravemente di pleurite e il vescovo teme che possa morire portando con sé nella tomba la terza parte del messaggio di Fatima, il famoso segreto. Le impone di scriverlo. Così, nel gennaio 1944, inizia l’incredibile storia del plico che scotta, il foglio con la descrizione del Terzo segreto, che viene prima custodito nella cassaforte del vescovo di Fatima, quindi inviato alla Santa Sede. L’indicazione di Lucia è che non sia pubblicato prima del 1960, ma quella data trascorre senza che nulla accada. Giovanni XXIII, infatti, dopo aver letto il testo, considera la profezia confusa: “Potrebbe essere male interpretata”. 

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