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Deng Xiaoping

Nel novembre 1993, il quattordicesimo Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) ha proclamato ufficialmente che da quel momento in poi l’economia cinese non sarebbe più stata semplicemente una economia socialista bensì una “economia socialista di libero mercato”.

25 Settembre 2009 alle 00:00

dal Foglio del 13 novembre 1996

Nel novembre 1993, il quattordicesimo Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) ha proclamato ufficialmente che da quel momento in poi l’economia cinese non sarebbe più stata semplicemente una economia socialista bensì una “economia socialista di libero mercato”. La dizione “socialismo di libero mercato” sta a indicare un’economia di mercato, che opera subordinatamente al vincolo del sistema socialista. In altri termini: una forma ibrida di convivenza del controllo statale con numerose forme di liberismo economico, o meglio di un mercato dove non solo vi è meno Stato, ma dove lo Stato rimane come implementatore di politiche ispirate al liberismo economico. Per giustificare ideologicamente “il socialismo di libero mercato” la stampa cinese ha dedicato ampio spazio ad articoli di teorici marxisti che hanno dimostrato come socialismo e libero mercato non siano in contraddizione perché il mercato non porta necessariamente al capitalismo in quanto anche nelle economie capitaliste vi sono forme di pianificazione economica. Lo sforzo di Deng e della leadership riformista si è dunque concentrato nel cercare di dimostrare come socialismo e capitalismo non si distinguano per l’uso del mercato e del piano, bensì debbono essere giudicati sulla base della capacità di aumentare la potenza economica del paese. Le origini nobili e contadine In altre parole, secondo Deng Xiaoping: “Lo scopo di una rivoluzione consiste nel liberare le forze produttive di un paese: noi non vogliamo il capitalismo, ciò che noi vogliamo è una società socialista dall’economia prospera.”

Vent’anni di riforme economiche danno ragione a Deng
e attestano il successo del socialismo di libero mercato. Il tasso di crescita medio annuo del pil nel periodo 1980-93 è stato del 9,6% e l’economia cinese ha registrato tassi di crescita annua fino al massimo del 13% nel 1993. Ma chi è Deng Xiaoping, il primo leader di un paese socialista che ha coniugato arditamente la convivenza tra Stato e mercato? Deng è nato all’inizio del secolo, per la precisione il 22 agosto del 1904, l’anno di inizio della guerra russo-giapponese per il controllo della Manciuria e della Co- “Non importa se il gatto sia rosso o bianco, importante è che prenda i topi” (Deng Xiaoping). Con questa affermazione, Deng Xiaoping ha avviato nel dicembre 1978 quel complesso processo di riforme economiche noto anche come “nuovo corso”. Il “nuovo corso” ha prodotto modifiche tanto profonde nella struttura economica e politica della Repubblica Popolare da far parlare di una seconda rivoluzione cinese. Annunciato a grandi linee nel dicembre 1978, il programma di modernizzazione pose le basi per riformare gran parte della struttura economica. In pochi anni, la politica delle riforme di Deng ha toccato tutti i meccanismi dell’equilibrio sociale cinese, riducendo il controllo burocratico dell’economia e cercando di creare una “economia pianificata attraverso il ricorso al libero mercato”. Nelle zone rurali si procedette all’abolizione delle Comuni popolari, alla decollettivizzazione agricola e all’introduzione del concetto di responsabilità individuale per la coltivazione della terra. Furono introdotte molteplici forme di contratti di responsabilità per i capi-famiglia e si concesse ai contadini la libera vendita di molti prodotti agricoli, frutto degli appezzamenti familiari. I primi risultati economici sono stati spettacolari: dal 1978 al 1985 il reddito annuo pro-capite dei contadini è più che triplicato.

Parallelamente alla riforma rurale
, sempre nel biennio 1978-79, il governo cinese rea. La sua vita è strettamente legata alla storia della Cina contemporanea: dal crollo dell’Impero di Mezzo e la proclamazione della Repubblica di Sun Yatsen nel 1911 alla nascita del Partito comunista cinese nel 1921, dalla Lunga Marcia alla vittoria dei comunisti e alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre 1949. La famiglia di Deng era agiata, anche se radicata in campagna, nel cuore della provincia del Sichuan. I Deng vantavano anche nobili origini grazie a un prestigioso antenato, Deng Shimin, che nel 1736 aveva superato gli esami imperiali, conquistando una buona posizione nella burocrazia imperiale. A ricordo di Deng Shimin, il piccolo villaggio aveva eretto all’ingresso un arco di pietra (poi distrutto dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale), dove il giovane Deng Xiaoping andava a giocare da bambino. La scuola elementare confuciana Primogenito maschio di una famiglia relativamente agiata, nella poverissima Cina, Deng Xiaoping ha avuto il privilegio di una accurata educazione. La religione buddista, cui aderiva la sua famiglia, non gli ha impedito di frequentare la scuola elementare confuciana del villaggio e di essere seguito negli studi da un istitutore privato, dal quale ha imparato l’antica arte della calligrafia. Il clima rivoluzionario di quel periodo e la frequenza della scuola media, istituita dai missionari francesi nel capoluogo del distretto, determinarono la sua decisione di candidarsi a un soggiorno di studio e lavoro in Francia.

Nel settembre 1920, il giovane Deng si imbarcò a Shanghai
sul battello per la Francia, pieno di speranze. L’inverno francese gli riservò però amare sorprese: difficile trovare un lavoro nella Pa - rigi degli anni Venti, impossibile pagare le rette scolastiche. Il giovane Deng dovette accontentarsi di lavori precari e rimanere in Francia in una condizione di semi-clandestinità. In Europa quegli anni furono segnati da un grande fermento rivoluzionario che coinvolse anche i giovani cinesi emigrati, che a Parigi, nell’ottobre 1921, fondarono la Lega della gioventù comunista di Cina in Europa. Tre anni più tardi, a soli 19 anni, Deng Xiaoping assunse la prima carica direttiva all’interno della Lega giovanile. Inizia così la sua carriera politica, che prosegue come sindacalista alla Renault, fino a
 quando ricercato dalla polizia francese per attività sovversive fu costretto a lasciare la Francia. Da Parigi fuggì in treno fino a Mosca, dove rimase fino al settembre 1926, quando decise di tornare a Shanghai per partecipare attivamente alla guerra civile che devastava il paese. A Shanghai, nel luglio 1927, i nazionalisti tentarono di eliminare in una sola notte a Shanghai l’intera struttura del partito comunista: la precaria alleanza tra comunisti e nazionalisti contro i “signori della guerra” finì così drasticamente nel sangue. Il giovane Deng, scampato alla strage, si rifugiò nell’interno del paese sulle rive del Fiume Azzurro e il 7 agosto 1927 partecipò alla riunione organizzata dai vertici del Pcc per decidere una nuova strategia rivoluzionaria. In quell’occasione, Deng incontrò per la prima volta Mao Zedong, già mi - tico fondatore del partito e futuro presidente della Repubblica popolare cinese.

Dopo la strage di Shanghai, all’interno del Pcc, ancora molto influenzato dall’esperienza sovietica, cominciava a prender corpo l’idea di una “via cinese al socialismo”, ovvero di una rivoluzione che partisse dai contadini poveri anziché dalla classe operaia urbana. Si decise perciò di creare in tutta la Cina delle “basi rosse”, in cui reclutare i contadini e trasformarli in soldati. Era l’inizio della creazione della Armata rossa, “ l’esercito di popolo” secondo le intenzioni maoiste, che riuniva contadini senza terra e sbandati di ogni tipo in quella potente armata che avrebbe portato i comunisti al potere nell’ottobre del 1949 dopo una lunga guerra civile. Nel 1929, al giovane Deng fu affidato il comando politico di un esercito di ottomila uomini nel Sudovest della Cina. Era poco più che un’armata di “straccioni”, come amavano apostrofarla i leader nazionalisti, ma che, con alterne vicende e un costo altissimo di vite umane, iniziò quella Lunga Marcia che risultò vittoriosa sia contro l’invasione giapponese sia contro i nazionalisti del Kuomintang. I tre matrimoni e i sette figli Deng ha partecipato attivamente a vent’anni di guerra civile coprendo diversi ruoli sia militari all’interno dell’Armata rossa sia amministrativi all’interno del partito, finché, nel giugno 1945, fu cooptato tra i membri del Comitato centrale del partito. In questi anni di guerra, il giovane Deng ha costruito non solo la sua futura carriera politica ma anche la sua famiglia.

Dopo due matrimoni sfortunati (il primo quando era ancora a Shanghai, durò meno di un anno per la tragica morte per parto della giovane moglie), Deng sposò Pu Zhoulin, figlia di un noto industriale agricolo dello Yunnan, noto come “re del prosciutto”. Pu è restata vicino a Deng tutta la vita e gli ha dato sette figli. Il 1° ottobre 1949, quando a Pechino Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese, Deng era vicino a lui sulla tribuna di piazza Tien An Men. Uniti dalla comune lotta di liberazione, Mao e Deng erano in realtà assai diversi per impostazione ideologica, ma restarono uniti nell’euforia della costruzione di una Cina socialista. Segretario generale del partito, Deng fu chiamato nel 1952 a coprire anche la carica di vice-primo ministro nel primo governo civile della neonata repubblica. Le divergenze emersero però presto: Deng non apprezzava la collettivizzazione della terra voluta da Mao, né tanto meno apprezzò l’avventura maoista del Gran Balzo in avanti con i contadini chiamati a “costruire un altoforno in ogni cortile”. Alla nascita delle comuni popolari, Deng contrapponeva già allora la proposta di un ritorno alla responsabilità familiare in agricoltura. Ma, nella Cina maoista della collettivizzazione e dell’autarchia lo spazio per Deng era sempre più esiguo. Nella primavera del 1964 allo scoppio della Rivoluzione Culturale, Deng criticò apertamente l’operato delle Guardie rosse. La risposta del regime non tardò a farsi sentire: le Guardie rosse aggredirono Pufang, il figlio maggiore e prediletto di Deng, gettandolo da una finestra dell’Università e lo stesso Deng, epurato da ogni carica, fu mandato insieme alla moglie a “rieducarsi” in fabbrica . Il periodo di “rieducazione”

Per quasi dieci anni, fino al 12 aprile 1973, Deng scomparve dalla scena politica. Ma nella Cina degli anni Settanta molte cose stavano cambiando: due anni dopo la storica visita del presidente americano Richard Nixon, la Cina veniva riconosciuta alle Nazioni Unite e nel 1974 Deng fu mandato a rappresentarla all’Assemblea generale. Nell’ottobre 1975, Deng fu incaricato di sostituire alla guida del governo Zhou Enlai, già gravemente malato. Il 1976 fu un anno difficile per la Cina: la morte di Zhou Enlai il 6 gennaio e quella di Mao Zedong il 9 settembre portarono il paese sull’orlo della guerra civile. Nell’aprile 1977 alcuni incidenti, fomentati dall’ala più radicale del partito, capeggiata dalla cosiddetta Banda dei Quattro, guidata dalla vedova di Mao, portarono alla deposizione di Deng Xiaoping. Per alcuni mesi, sembrò proprio che l’ala radicale riuscisse a imporsi nuovamente alla guida del partito. Ma, nel 1977, epurata e processata la Banda dei Quattro, Deng Xiaoping tornò al potere con un vasto programma di modernizzazione economica. Ancora una volta si era realizzato l’antico detto cinese per cui quando “il lago prende fuoco” tutto torna alla normalità, ovvero quando il caos è tale da far venire a galla tutta la spazzatura, l’acqua del lago prende fuoco. ha cercato di incentivare l’espansione delle relazioni economiche internazionali, tramite la progressiva apertura del paese agli investimenti esteri, nota come politica della “porta aperta”. La politica della porta aperta, oltre agli investimenti esteri, ha incentivato grandemente il commercio estero. In particolare, quando parlano di politica della porta aperta, i cinesi si riferiscono a un complesso insieme di sotto-politiche nella sfera del commercio estero, degli investimenti esteri diretti e del prestito internazionale. L’apertura del Celeste Impero ai “diavoli dell’Oceano”, è avvenuta gradualmente con l’istituzione di quattro Zone economiche speciali (Zes): tre nel Guangdong (Shenzhen, prossima ad Hong Kong; Zhuhai, di fronte a Macao; Shantou) ed una nel Fujian (Xiamen, di fronte all’isola di Taiwan).

La politica della “porta aperta” doveva inizialmente limitarsi
a queste quattro Zes, create per attirare gli investimenti esteri. Ma nel 1984, sulla scia del positivo esito dell’esperimento, l’isola di Hainan è stata aggiunta alle prime quattro. Nello stesso anno, le autorità centrali hanno deciso di aprire al commercio e agli investimenti esteri altre 14 città costiere (da Dalian, nel Liaoning, a nord del paese, a Behai, nel Guangxi, a sud-ovest). Tra le principali agevolazioni previste per gli investitori esteri nelle Zes si ricorda che nel 1984 era prevista una tassa sul reddito molto favorevole: il 10 per cento per le imprese a partecipazione estera impegnate nella produzione per l’export e il 15 per cento per tutte le altre. Nel corso degli anni, tali agevolazioni si sono progressivamente ridotte, in particolare la tassa sul reddito è stata innalzata al 33% nel 1993 ed entro il 1996 si prevede la sua equiparazione alla tassa sui profitti delle società interamente cinesi (circa il 50%). Anche altre agevolazioni previste nel 1984 sono state progressivamente ridotte o cancellate. Restano invece intatte, rispetto al 1984, alcune libertà quali: la scelta del sistema di gestione, l’impostazione del bilancio, la ripartizione degli utili e l’utilizzo delle risorse, anche umane. Ancora valide, poi, sono le modifiche apportate nel 1992 alla legge sulle joint venture per quanto riguarda l’impegno a non confiscare e a non nazionalizzare le imprese a capitale estero o a capitale misto; l’annullamento dell’obbligo del termine di scadenza della joint-venture e l’annullamento della clausola secondo cui la presidenza spettava di diritto alla parte cinese. I primi risultati della politica della porta aperta sono stati superiori alle aspettative. Già nel 1988 le imprese a capitale estero o misto erano 15.948, circa dieci volte di più che nei cinque anni precedenti. Tra i paesi investitori Hong Kong e Macao occupano il primo posto, Taiwan il secondo, seguiti da vicino da Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Singapore. Più in generale, tuttavia, l’impatto del processo di apertura ha cambiato la morfologia di crescita delle regioni costiere, imprimendo un’accelerazione notevole, benché locale.

A partire dal 1984, si è avviato anche il programma di riforma nelle aree urbane, caratterizzato dall’estensione alle zone urbane dei contratti di responsabilità, che ha segnato l’inizio della libera imprenditoria privata e una maggiore autonomia manageriale per le imprese statali. In questo periodo si è tentata anche una parziale riforma della finanza pubblica nell’intento di dare maggiore autonomia ai governi locali, attraverso l’introduzione del concetto di responsabilità fiscale. In molte province, però, il processo di modernizzazione economica ha messo in crisi molti quadri di partito, che vedevano diminuire il loro prestigio sociale. Nelle città, poi, alla progressiva liberalizzazione dei prezzi dei beni di consumo ha fatto presto seguito l’aumento dei salari operai di circa il sessanta per cento. Si è innescata così una spirale inflazionistica mai registrata prima in Cina, dove per decenni il maoismo aveva predicato l’egualitarismo secondo il motto “una ciotola di ferro uguale per tutti”. Anche gli alti ritmi di crescita hanno contribuito a innescare un preoccupante surriscaldamento dell’economia con una inflazione non più controllata politicamente, ma reattiva ai segnali della domanda e dell’offerta. Se nel decennio 1970-1980 il tasso medio annuo di inflazione era stato dello 0,6 per cento, nel periodo 1980-1993 è rapidamente balzato al 7,0 per cento. Nel 1992, il tasso di inflazione programmata era del 9%, ma l’Ufficio Statistico di Stato registrava, già nell’aprile del 1993, un incremento del 17% dei prezzi al dettaglio nelle 35 principali città. Il 1994 è stato l’anno in cui l’indice dei prezzi al consumo ha raggiunto il preoccupante picco del 24 % (media nazionale), superando il 27 % nelle 35 principali città. Il surriscaldamento dell’economia è stato tale che l’Assemblea Nazionale del Popolo, riunita dal 5 al 18 marzo 1995 a Pechino per la sessione annuale, è stata aperta da un duro discorso di Li Peng. Il premier è stato molto chiaro: il paese deve adottare una rigida politica monetaria, frenare gli investimenti esteri (selezionando solo quelli di rilevanza nazionale), e puntare nuovamente sul settore agricolo (da qui l’annuncio di un investimento in agricoltura per 45 bilioni di yuan, dettato forse dalla speranza di arginare lo scontento dei contadini e i fenomeni massicci di migrazioni clandestine verso le principali città).

Tra le misure recentemente adottate dal governo per contenere l’inflazione è da segnalare l’aumento dei tassi di interesse sui depositi bancari. Malgrado le difficoltà economiche e gli scossoni politici prodotti dalle riforme economiche (tra cui la strage di piazza Tien An Men del 1989), il vecchio Deng non intendeva rinunciare alla realizzazione del suo programma riformista. Forte del fatto che, nel biennio 1990-91, le Zone economiche speciali avevano continuato a dare risultati economici sorprendenti, nel gennaio 1992 Deng Xiaoping si è recato in visita ufficiale nelle Zes, per verificarne in prima persona il livello di sviluppo. Questo viaggio, molto pubblicizzato dalla stampa cinese, ha segnato la ripresa della politica delle riforme. Ancora una volta il vecchio Deng è così riuscito a imporre la sua linea riformista al partito. Nel marzo 1993, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha ratificato la svolta riformista approvata dal Congresso del Pcc nel mese di ottobre. Con questa nuova svolta, la politica delle riforme non solo veniva consolidata, ma venivano introdotte alcune importanti modifiche alla Costituzione, emendata in otto dei suoi 138 articoli. Il concetto di “economia socialista di mercato” entrava così ufficialmente nella carta costituzionale, insieme a quello di “sistema di responsabilità” che, in agricoltura, legava il reddito alla produzione. Nel settore industriale, la dizione di “imprese di Stato” è cambiata in “imprese possedute dallo Stato” per evidenziare la separazione tra proprietà e gestione.

Deng Xiaoping è sempre stato un convinto assertore di una maggiore efficienza amministrativa. A questo scopo, Deng ha snellito notevolmente l’apparato statale, cercando di garantire maggiore autonomia decisionale ad alcune strutture quale l’Assemblea Nazionale e avviando una vera e propria ristrutturazione dello Stato “in nome della efficienza e della competenza specifica del personale amministrativo”. Il programma di ristrutturazione dello Stato, approvato già nel marzo 1982, ha dato il via a una serie di ristrutturazioni che hanno modificato grandemente il complesso apparato burocratico. Abolito il concetto di carica a vita per i funzionari politici, è stato introdotto un sistema per l’assegnazione dei ruoli con criteri di professionalità e di managerialità. L’apparato statale è stato ringiovanito, incentivando le dimissioni dei quadri anziani e facendo spazio ai più giovani e istruiti. Questa opera di professionalizzazione dell’apparato burocratico è tanto più rilevante in quanto non vi è paese al mondo in cui la pubblica amministrazione abbia messo radici così profonde come in Cina. Fin dai secoli più remoti, la vastità del territorio rese necessario lo sviluppo di un ampio decentramento amministrativo. L’istituzione di una amministrazione centralizzata risale alla fondazione dell’Impero (dinastia Ch’in, 221-206 a.C.).

La burocrazia fece della Cina un vasto impero unificato, dotato di consolidate tradizioni amministrative che ne hanno assicurato la stabilità nei secoli. Il reclutamento dei funzionari avveniva su base meritocratica, attraverso il sistema degli esami di Stato, che richiedevano anni di studio e servivano ad accertare la conoscenza dei testi confuciani da parte degli aspiranti funzionari. Gli esami di Stato consentivano la selezione di una ristretta élite di burocrati, a cui l’imperatore affidava l’amministrazione dello Stato, suddiviso in province e distretti. Un complesso sistema di controlli, facente capo a funzionari specializzati, garantiva la funzionalità del sistema e l’amministrazione centrale interveniva negli affari delle province solo per risolvere casi particolarmente importanti. Inoltre, l’organizzazione burocratica serviva all’imperatore per riscuotere i tributi dai cittadini. Il potere della burocrazia imperiale era sicuramente elevato, così come lo status sociale dei burocrati. Vi è un famoso detto, ancor oggi diffuso, secondo il quale “se si vogliono accumulare ricchezze bisogna entrare nella pubblica amministrazione” e accedere alle più alte cariche dello Stato. Del resto, gli studi sulla storia dell’amministrazione cinese mettono in luce quanto fosse diffusa la corruzione, che faceva parte della vita normale ed era in larga parte accettata o tollerata. Dall’epoca della dinastia Han fino all’abolizione degli esami di Stato, nel 1905, la struttura dell’amministrazione pubblica venne più volte riformata, con l’introduzione di nuovi organi di governo, ma l’impianto burocratico originale, di ispirazione confuciana, è rimasto in massima parte immutato nello spirito e nelle funzioni.

Con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949, molti elementi tipici della tradizione vennero conservati, come le suddivisioni territoriali e il modello di Stato unitario (non federativo) con il decentramento delle funzioni agli organi periferici. Gli spazi di libertà per la società civile sono stati sempre molto limitati in Cina e non sono cambiati con le riforme di Deng. Fin da metà degli anni Ottanta, i settori più avanzati della popolazione, come gli studenti e gli intellettuali, cominciarono a coltivare la speranza che alla liberalizzazione economica si accompagnasse una liberalizzazione politica. Nel 1986 le principali città cinesi vengono coinvolte in manifestazioni di protesta organizzate dal “movimento degli studenti per la democrazia” . Nel dicembre 1986, gli studenti delle principali università organizzarono manifestazioni di protesta, chiedendo maggiore democrazia e nuovi canali di partecipazione. Nel gennaio 1987, Deng Xiaoping decise di reprimere il movimento degli studenti e lanciò una grande campagna di massa “contro la liberalizzazione borghese”. Il vento della repressione fece le sue vittime anche all’interno del partito comunista: nel 1987 venne epurato il segretario Hu Yaobang, accusato di troppe simpatie liberali e borghesi. In realtà per tutto il periodo di implementazione delle riforme economiche, avviate nel 1978, il principale ostacolo alla realizzazione di una economia di mercato e all’emergere di nuove domande di pluralismo politico è stato proprio l’apparato del Pcc, timoroso di perdere il controllo totale sulla società civile. Nella maggior parte delle province, la modernizzazione ha messo in crisi i quadri di partito, che hanno visto diminuire il loro prestigio sociale, annullare la loro competenza e ridurre drasticamente il loro potere di controllo. L’attuazione delle riforme economiche ha infatti premiato competenza e professionalità e i quadri di partito si sono sovente visti superare in carriera dagli esperti, quando non anche dai vecchi capitalisti riabilitati nelle funzioni di manager.

Dello scontento generalizzato all’interno del partito, si sono fatti sovente portavoce i leaders conservatori, che propugnavano il mantenimento della pianificazione centralizzata dei settori strategici dell’economia, attribuendo al mercato solo un ruolo supplementare. I leaders conservatori erano rimasti spaventati dal crollo dell’Unione Sovietica e in numerose occasioni amavano definirsi gli “unici comunisti rimasti al mondo”. Nel 1989, il viaggio di Gorbaciov a Pechino si innescò su una situazione di grande tensione sia all’interno del partito che tra gli studenti, riuniti in Piazza Tien An Men per chiedere maggiore democrazia. L’esplosione della “primavera di Pechino” coincise quindi con l’aggravamento della tensione politica all’interno del partito, tra il riformista Zhao Ziyang, allora segretario generale del partito, e il primo ministro, Li Peng, appoggiato dai conservatori. Quando i conflitti al vertice del partito non poterono più essere gestiti da negoziati e il movimento di protesta degli studenti rischiava di fare affondare il regime, Deng Xiaoping reagì come aveva fatto Mao Zedong durante la rivoluzione culturale e come avevano fatto, per secoli, le dinastie imperiali: chiese l’aiuto dell’esercito. Il ricorso alla forza militare, inizialmente fallito, portò il 4 giugno 1989 al massacro di piazza Tien An Men.

La strage di piazza Tien An Men chiuse definitivamente la porta alle domande degli studenti di maggior democrazia e riportò la Repubblica Popolare Cinese in una condizione di isolamento internazionale, congelando la situazione politica interna e rafforzando il potere dell’ala conservatrice all’interno del partito. Nel corso del 1989, questa iniziò una lenta e inesorabile opera di epurazione, non solo tra gli studenti e gli intellettuali protagonisti della “primavera di Pechino”, ma anche dei quadri che avevano accettato la politica delle riforme, utilizzando a proprio favore le nuove misure decentralizzatrici. Una epurazione portata avanti sotto l’insegna di lotta alla corruzione che, nel corso del 1989, ha colpito ben 12.000 membri del partito. Il “vento della purga” ha soffiato forte soprattutto nelle province meridionali (come il Guandong), in cui la burocrazia locale era stata la principale beneficiaria della riforma economica. In queste province, il partito ha spesso utilizzato lo slogan “lotta alla corruzione” come mezzo di intervento contro i quadri che erano stati più intraprendenti in affari. Nell’ottobre 1992, durante il quattordicesimo congresso del Partito Comunista, Jiang Zemin, presidente sia del partito che della repubblica, ha così sintetizzato le ragioni della stabilità politica dopo lo scossone del giugno 1989: crescita economica e controllo politico. Sono queste le caratteristiche dello “sviluppo politico con caratteristiche cinesi”, come è stato enfatizzato dalla leadership comunista anche nel quinto anniversario del massacro di Tien An Men. La commistione strategica di crescita economica e controllo politico è stata presa a prestito dal modello di Singapore, dove la crescita economica è stata strettamente guidata e controllata dalla fermezza di un regime monopartitico con forti connotazioni autoritarie.

Alla ormai prossima morte di Deng Xiaoping, nel Partito comunista cinese si riaprirà la lotta tra riformisti e conservatori. Deng è ormai molto vecchio e gravemente malato. Non si mostra più in pubblico da un paio d’anni. Ufficialmente non ricopre più alcuna carica politica ma rimane il grande leader carismatico, la figura politica che dietro le quinte coordina tutte le decisioni politiche. Deng sa bene che finché rimarrà in vita nessun altro leader potrà emergere, ma sa anche di essere vecchio e ammalato. Il suo potere è massimo, ma non è assoluto, perché molti sono ancora gli oppositori alle riforme all’interno del partito. Quale strada prenderà la leadership politica cinese alla scomparsa del grande capo carismatico? Molti osservatori concordano nel ritenere che la Rpc continuerà la politica delle riforme economiche, mantenendo le caratteristiche proprie dei sistemi politici di tipo autoritario, cioè con un fermo controllo del par- tito unico sulla società civile. Tuttavia, secondo alcuni, l’autoritarismo cinese sta evolvendo dalla forma tipica di autoritarismo verticale a una forma nuova di “autoritarismo orizzontale” o “frammentato”. L’autoritarismo di tipo orizzontale è un sistema ancora di tipo autoritario, ma meno personalizzato e più istituzionalizzato, in grado cioè di rispondere meglio alle numerose sfide che provengono dall’ambiente sociale in un paese sulla strada di una rapida modernizzazione economica.

La distinzione è importante perché l’autoritarismo di tipo orizzontale potrebbe avere buone probabilità di svilupparsi in un sistema tendenzialmente più pluralistico. Molti osservatori concordano nel ritenere che il sistema politico del dopo Deng non possa far altro che proseguire la strada attuale e consolidare il modello di autoritarismo orizzontale, o frammentato, con un graduale e progressivo ampliamento della base decisionale. Qualora nei prossimi anni si consolidasse il modello di autoritarismo orizzontale, si può ragionevolmente supporre che, inevitabilmente, si amplierebbe lo spazio della partecipazione politica, con una progressiva apertura anche della “stanza dei bottoni” alle forze sociali emergenti. In questo contesto si può immaginare un allargamento della base decisionale ai gruppi politici, che accettano la “guida del Pcc” e sono disposti a collaborare sulla strada delle riforme economiche. Ma il dopo Deng vede percorribili anche altre strade dettate dalla divisione regionale e basate sull’inasprimento del conflitto tra il centro e le periferie. Se guardiamo una piantina della Cina possiamo infatti individuare l’esistenza di almeno tre Cine: una “rossa”, una “rosa” e una “bianca”. Le tre Cine sono qualcosa di più di un mero divertissement, sono tre realtà precise chiaramente individuabili anche nei risultati macro-economici degli ultimi anni. Geograficamente, la Cina “rossa” è situata nella parte nord del paese, in particolare nella zona intorno a Pechino, dove il controllo del partito è ancora molto forte.

Nella Cina “rossa” la forza della burocrazia e il controllo politico sono tangibilmente visibili e si concretizzano nelle numerose pastoie burocratiche, nell’inefficienza delle grandi aziende statali e, perfino, nei discorsi della gente. Tuttavia, l’ondata del libero mercato ha trasformato le strade della capitale e ogni giorno ci si chiede ancora per quanto tempo l’attaccamento ideologico prevarrà sull’interesse economico dei singoli. Nella parte centro-orientale del paese, si può collocare la Cina “rosa”, con potenziale capitale a Shanghai, in cui da sempre i valori ideologici e quelli del mercato si sono mescolati. Fin dal secolo scorso, Shanghai è stata la città cinese più aperta al mondo esterno e alla cultura occidentale, anche se ha sempre mantenuto un certo livello di attenzione ai dettami degli interessi politici. Oggi, con 14 milioni di abitanti, una superficie urbana di 518 kmq, Shanghai, pur senza raggiungere i ritmi di crescita della zona costiera meridionale, si pone a pieno titolo alla guida dello sviluppo della parte centrale del paese. Secondo alcuni osservatori, Shanghai sta preparandosi a rivendicare il diritto alla guida del paese, magari pensando di capeggiare una eventuale rivolta delle province meridionali. Solo illazioni, per ora, ma con qualche fondamento di realtà nel caso in cui la Cina “bianca” dovesse avanzare delle richieste separatiste. La Cina “bianca”, situata nella parte meridionale del paese, ha il suo fulcro nella provincia del Guangdong, dove il successo economico delle Zes ha contribuito a dissolvere i già deboli legami ideologici per portare al trionfo i valori del libero mercato. La provincia del Guangdong è stata privilegiata dagli investimenti esteri, sia per la sua vicinanza a Hong Kong sia per la presenza di Shenzhen, una delle prime Zes, città creata dal nulla all’inizio della politica della “porta aperta” che conta ora oltre due milioni e mezzo di abitanti. Valga per tutti un esempio: il costo dell’affitto di un ufficio a Shenzhen può superare facilmente il costo di un ufficio a Hong Kong (1.000 $ US al metro quadro).

Se la provincia del Guangdong è quella con il maggior ritmo di crescita, tutta la zona costiera ha raggiunto livelli di sviluppo di gran lunga superiori al resto del paese, grazie alla presenza delle 5 Zes e delle 14 città costiere in cui si è sperimentata per quindici anni la “politica della porta aperta” agli investitori esteri. La grande disparità tra nord e sud nei livelli di crescita economica, l’inasprimento delle attuali tensioni in materia fiscale, il difficile rapporto tra il governo centrale ed i governi locali delle province meridionali potranno aumentare nei prossimi anni. Il 1° luglio 1997, Hong Kong tornerà sotto la giurisdizione cinese, secondo molti osservatori, le province meridionali potrebbero chiedere una autonomia analoga a quella che avrà Hong Kong. Le pressioni autonomiste della Cina meridionale rafforzeranno l’ala conservatrice all’interno del partito, da sempre critica nei confronti delle riforme, e giustificheranno per reazione un tentativo di restaurazione del potere assoluto del partito, con un ritorno al modello autoritario di tipo verticale? Se questo dovesse accadere, occorre chiedersi cosa farebbe l’esercito. L’Armata rossa ha già giocato un ruolo decisivo nell’esito della crisi politica del giugno 1989. Prima di allora, l’ultimo intervento dei militari in politica risaliva alla rivoluzione culturale, quando, nel 1967, Mao chiese all’esercito di sostenerlo e poi di eliminare le Guardie Rosse. Allora ci vollero quindici anni, dal 1970 al 1985, per riportare i militari nelle caserme e limitarne l’influenza. Il coinvolgimento dei militari nella crisi del 1989 li ha riportati sulla scena politica e la loro influenza è già dimostrata dal ruolo crescente che la commissione Affari militari del partito gioca nelle questioni politiche. In caso di una nuova crisi politica il peso dei militari sarà quindi determinante. L’Armata rossa non è però compatta al suo interno e non è da escludere che la divisione della Cina in parti “rosse” e parti “bianche” si rifletta anche nella struttura militare. In particolare, i militari delle province meridionali si sono avvantaggiati grandemente delle riforme economiche e gestiscono in prima persona imprese e catene alberghiere. Se il separatismo della Cina “bianca” dovesse essere rafforzato da una mancata unità d’azione da parte dell’esercito, si potrebbe ipotizzare una ripresa in forme nuove del “regime dei signori della guerra”.

La storia della Cina insegna che i militari hanno spesso giocato un ruolo decisivo negli equilibri politici, ma l’epoca dei signori della guerra appartiene al modello di tipo feudale, ed è ben difficile coniugare il feudalesimo con la diffusione del benessere economico. La politica delle riforme ha, infatti, innescato un processo di cambiamento, i cui effetti sociali e politici saranno più rivoluzionari, per la società cinese, di quanto lo siano state tutte le rivoluzioni precedenti. Le riforme economiche hanno decentralizzato il controllo amministrativo, ma la leadership al vertice del partito comunista ha mantenuto, e forse incrementato, il proprio potere. Quindi, le chances che il sistema politico cinese si trasformi profondamente e possa emergere un regime di tipo democratico restano, per ora, molto scarse. Resta da chiedersi se una Cina in crescita costante, sempre più integrata nel contesto di quella regione asiatica che, a detta di tutti gli esperti, costituirà l’area a maggior crescita economica del futuro, potrà rappresentare una potenziale minaccia oppure una grande opportunità per le economie occidentali? Anche solo in virtù delle sue immense dimensioni (il 21% della popolazione mondiale), la Cina sarà sicuramente uno dei principali protagonisti degli equilibri economici mondiali. Ma la produzione reale pro-capite è ancora di circa 1.000 $ US: occorreranno quindi tempi lunghi perché essa possa avvicinarsi agli standard occidentali. Questo divario renderà necessari per lungo tempo gli investimenti esteri ed il trasferimento di tecnologia. Malgrado il margine di incertezza che permane sulla stabilità politica del “dopo Deng”, sembra impensabile che tale integrazione economica possa essere bloccata da bruschi cambi di rotta politica. Lo sviluppo degli attuali rapporti economici di interdipendenza tra la Cina e il resto del mondo rappresenta quindi per l’Occidente, assai più che una minaccia, una reciproca opportunità di crescita, con positivi riflessi anche sugli equilibri politici internazionali. E’ con questa convinzione che si può guardare con ottimismo al periodo del dopo Deng.

di Maria Weber 

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