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Fidel Castro

Fidel Alejandro Castro Ruz nasce il 13 agosto 1926, nel piccolo villaggio di Biran. La regione è l’Oriente cubano, la zona arretrata e turbolenta da cui nel 1868 è partita la prima grande insurrezione contro la dominazione spagnola. E Angel Castro y Argiz, suo padre, è appunto un soldato spagnolo, che arriva nell’isola nel 1895 con l’esercito incaricato di domare l’ennesima rivolta. Ma nel 1898 intervengono nel gioco gli Stati Uniti, che cacciano le forze di Madrid, e regalano all’isola l’indipendenza. Sotto la loro pesante e poco gradita tutela.

16 Settembre 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 11 febbraio 1997

Fidel Alejandro Castro Ruz nasce il 13 agosto 1926
, nel piccolo villaggio di Biran. La regione è l’Oriente cubano, la zona arretrata e turbolenta da cui nel 1868 è partita la prima grande insurrezione contro la dominazione spagnola. E Angel Castro y Argiz, suo padre, è appunto un soldato spagnolo, che arriva nell’isola nel 1895 con l’esercito incaricato di domare l’ennesima rivolta. Ma nel 1898 intervengono nel gioco gli Stati Uniti, che cacciano le forze di Madrid, e regalano all’isola l’indipendenza. Sotto la loro pesante e poco gradita tutela. Angel, congedato senza il proverbiale becco di un quattrino, si ingegna a vendere limonate, fa fortuna, e al prezzo di un lavoro indefesso si trasforma in un agiato proprietario terriero. Il gran profeta della “seconda indipendenza” e della “rivoluzione agraria” in America Latina è dunque il rampollo di uno sbirro del colonialismo divenuto latifondista. Fidel se ne vergogna, e ai biografi che cercano di ricostruire i suoi anni giovanili parla piuttosto della madre: Lina Ruz Gonzalez, “una cubana da lunga data e di umilissima origine”. Tanto umile che cresce analfabeta, imparerà a leggere e scrivere solo da grande. Di venticinque anni più giovane di Don Angel, arriva nella fattoria di lui dalla natia regione occidentale come cameriera e cuoca. Ben presto i rapporti tra padrone e serva evolvono a un punto tale che Donna María Argota, la maestra che oltre a essere la legittima consorte di Don Angel è anche la madre dei suoi due figli, se ne va di casa. Angela, Ramón e Fidel nascono dunque fuori del matrimonio. E le nozze religiose che regolarizzano la posizione dei quattro figli successivi sono celebrate dopo la morte, più presunta che accertata, di Donna María.

Qualche biografo ha cercato in questa irregolarità anagrafica la ragione per cui Fidel viene battezzato solo a sei anni. Ma i figli illegittimi, in una società permissiva come quella cubana, non hanno mai fatto scandalo. E sembra che la ragione vera del ritardo sia da ricercare nella difficoltà di mettere insieme nello stesso momento e nello stesso posto l’unico prete della regione con l’indaffaratissimo don Fidel Pino Santos, il facoltoso latifondista (e creditore) che suo padre ha scelto come padrino. Tanto è vero che, alla fine, al battesimo lo porterà un altro. Anche se il nome del padrino designato, Fidel, ormai già dato al bimbo, rimane. Fin da piccolo Fidel manifesta in tutti i modi la propria antipatia per il padre. A nove anni minaccia di dare fuoco alla casa. Da adolescente cerca di convincere i contadini a scioperare contro Don Angel per ottenere aumenti di salario. E quando inizia la rivoluzione, anche se suo padre è ormai morto, non manca di prendersi una vendetta simbolica mandando i suoi guajiros a incendiare la piantagione di zucchero della famiglia, “per dare un esempio ai latifondisti rapaci ed egoisti”. Eppure, Don Angel influenza il figlio molto più di quanto Fidel non abbia mai voluto ammettere. E’ dal vecchio combattente della guerra del 1898 che il futuro líder máximo impara l’odio per gli americanos, come il vecchio Don Angel chiama gli statunitensi, secondo l’uso spagnolo e a differenza dei veri cubani che, come tutti i latino- americani, preferiscono parlare invece di norteamericanos. Un’antica antipatia di gioventù che nel padre di Castro ormai anziano è riattizzata da alcuni litigi di confine con proprietà appartenenti a gringos.

E’ sempre dal vecchio patriarca imperioso che Fidel eredita il proprio innato autoritarismo. Osserviamolo con attenzione, Don Angel, che si alza la mattina prima di tutti, si fa radere a zero il cranio con un rasoio, si mette in testa il cappello a larghe tese da cui si separa solo per andare a dormire, e inizia ad andare in giro per la tenuta impicciandosi di tutto, e impartendo in continuazione ordini che non si aspettano di essere contraddetti. Don Angel è a suo modo un brav’uomo, attento al benessere di familiari e dipendenti, che colma di regali e attenzioni. Ed è felice, la sera, se può trascorrerla a giocare con loro a domino. Ma se inizia a perdere, bara. E se qualcuno trova da ridire il vecchio guerriero, gridando come un ossesso, dà un pugno sul tavolo e manda le pedine all’aria. Sostituiamo al cappello la tenuta verdeoliva, e al cranio pelato la barba intonsa dai tempi ormai mitici della Sierra Maestra. Allarghiamo le dimensioni della tenuta all’intera Cuba. Pensiamo, al posto dei regalini che Don Angel distribuiva ogni fine anno, a quell’assistenza sanitaria e a quell’istruzione pubblica di cui il líder máximo va oggi tanto orgoglioso; immaginiamo, al posto del figlio che osa vincere al domino, un cittadino che si permette di chiedere libere elezioni, e mettiamo anche una condanna a trent’anni di carcere o a morte, invece dello schiaffo in faccia o del pugno sul tavolo. Vedremo che Fidel, se odiava il padre, era perché gli somigliava troppo. E che due despoti di tal fatta, nella stessa famiglia, erano troppi per poter convivere. “Sono stato in due diverse scuole religiose e sempre da interno, giacché i miei vivevano in campagna”, ha ricordato Fidel Castro nella famosa intervista a Gianni Minà. “Fino alla quinta elementare ero stato in un collegio dei fratelli dell’ordine di Giovanni Battista de la Salle e anche lì avevo avuto qualche problema a causa del mio carattere”.

Più precisamente, come ricorda qualche biografo meno compiacente dell’italiano, aveva picchiato un compagno, aveva tirato un pezzo di pane in testa a un prete, era noto per il suo hobby di “operare d’appendicite” le lucertole con un temperino, e alla fine i padri avevano pregato Don Angel di levare dalla scuola i fratelli Ramón, Fidel e Raúl perché “non studiano, e sono gli alunni più prepotenti che abbiamo mai avuto”. “Così sono finito dai gesuiti del liceo Dolores di Santiago di Cuba”, continua Fidel. “Quando stavo per iniziare il primo anno di liceo io stesso, dopo aver letto gli opuscoli illustrativi, proposi in famiglia il mio trasferimento al liceo di Belén dell’Avana”. Minà, purtroppo, non ha approfittato della storica intervista per chiedere al líder máximo se davvero, come raccontano i biografi meno compiacenti già menzionati, argomento decisivo per convincere il riluttante Don Angel sia stata la minaccia di dare fuoco alla casa. E’ il severo metodo dei gesuiti, ad ogni modo, che riesce finalmente a trarre dal piccolo teppista, se non proprio un alunno modello, certo un allievo di quelli che lasciano una traccia nella storia di una scuola. Si distingue come atleta e organizzatore di eventi sportivi: una passione che non lo abbandonerà più, e da statista lo porterà a sacrificare risorse preziose pur di fare del proprio paese una delle prime potenze sportive del mondo. Anche se, nello stile che ha appreso dal padre, quando perde, ha l’abitudine di abbandonare la competizione a metà, o di cercare comunque di mandare tutto a carte quarantotto. A Belén, dove si organizzano gare di oratoria, Fidel inizia anche a coltivare l’altra sua grande passione, quella per i discorsi. “La sua devozione nei confronti della parola è quasi magica”, ha scritto di lui il suo amico Gabriel García Márquez.

“All’inizio della Rivoluzione, solo una settimana dopo il suo ingresso trionfale all’Avana, parlò incessantemente alla televisione per sette ore”. Il suo stile è talmente ipnotico che, per dirla sempre con lo scrittore colombiano, “la gente lo ascolta con un orecchio alle proprie cose e l’altro al discorso”. Eppure, questa radio umana ha “una voce afona che a volte sembra sfiatata”. Come Mussolini, che a detta di Salvemini “inventò il fascismo ma non riuscì mai a pronunciarlo correttamente”, ha un pesante accento dialettale, e come tutti i ca- raibici nei momenti di eccitazione si mangia le consonanti intervocaliche. Altro problema che affligge Fidel Castro, anche se può sembrare incredibile, è la sua innaturale timidezza, che d’altronde lui stesso ha più volte candidamente confessato. José Ignácio Rasco, che dopo essere stato suo compagno di studi è ora un leader dell’opposizione in esilio, racconta di aver ospitato in casa sua Fidel per una settimana, quando il futuro líder máximo preparò il suo primo discorso pubblico. Secondo l’insegnamento di Demostene, il balbuziente gran capofila di tutta la scuola dei grandi oratori loro malgrado, anche Fidel aveva passato tutto questo tempo a scrivere e riscrivere il testo, prima di provarlo davanti a uno specchio. Ma, come ricorda il suo biografo Tad Szulc, “l’incertezza che sempre si avverte all’inizio dei suoi discorsi non dura che un momento. Quando viene catturato dal fascino dell’argomento, la timidezza svanisce per tutte le lunghe ore che rimane davanti a microfoni e telecamere”. “Fidel ha legno, non mancherà l’artista che lo scolpisca”, scrivono i gesuiti nel giudizio di fine corso. E Fidel ricorda la loro come “una buona educazione”: “Imponevano la disciplina e il loro insegnamento scientifico era di alta qualità”. Le uniche riserve, oggi, sono ideologiche. “Quei gesuiti erano spagnoli e le loro idee non erano molto progressiste, erano idee nazionaliste, di destra e anticomuniste.

Le loro simpatie erano orientate verso il franchismo e non potevano in nessun modo essere considerati progressisti”. A uno dei massimi esponenti della teologia della liberazione, il brasiliano Frei Betto, Fidel ha spiegato che alla politica, in quell’epoca, “non badava molto”. Ma altri biografi ce lo descrivono invece come molto più influenzato dai suoi insegnanti gesuiti di quanto ora non voglia ammettere. “Tra gli alunni interni del collegio Belén il giovane Fidel era l’unico a parteggiare per l’Asse”, ha scritto, ad esempio, Carlos Alberto Montaner. Alberto de Castro, il giovane e brillante professore di storia e sociologia di Belén, sarebbe stato il primo a dare un contenuto ideologico al confuso antiamericanismo che il suo quasi omonimo aveva ereditato dal padre. Il primo anche a spiegargli il valore della hispanidad: la superiorità intellettuale e morale del pensiero iberico e cattolico, che gli anglosassoni starebbero cercando di distruggere imponendo il loro decadente materialismo ai popoli ispanici. Negli anni Quaranta, d’altronde, sono molti i nazionalisti latino- americani che teorizzano un’alleanza anti-Usa con il fascismo europeo. Primo fra tutti, l’argentino Juan Domingo Perón. E’ la sconfitta dell’Asse a spingere molti di loro a sinistra, e a far nascere l’idea di una nuova alleanza anti-Usa con l’Unione Sovietica. Ed è la fine dell’Urss, oggi, a suggerire a un vecchio maneggione come Fidel l’idea di manovrare per cercare di mettere l’Europa contro Washington. Le apparenti giravolte del dittatore cubano, così, rivelano una coerenza di fondo. In cui il falangismo della gioventù, l’antibatistismo pragmatico e moralista degli anni Cinquanta, la svolta comunista del 1960, l’apertura economica di oggi diventano per Fidel mere scelte tattiche e contingenti.

Al servizio di una strategia e di un’ossessione, l’antiamericanismo, questa sì ben altrimenti coerente e radicata in lui sin dagli insegnamenti e dall’esempio dell’odiato padre, Don Angel, il soldato spagnolo che odiava i gringos e che batteva i pugni sul tavolo quando perdeva a domino.    Il giovane Fidel Castro si iscrive alla facoltà di legge nel 1945. L’Università dell’Avana è un Far West, dove la pistolettata è considerata un mezzo altrettanto legittimo del voto per farsi valere. Il futuro líder máximo si segnala su entrambi i fronti: è eletto delegato del primo anno del corso di legge, ed è accusato di duplice omicidio. “Ero il Don Chisciotte dell’università, principale bersaglio di randellate e sparatorie”, ricorda ora con la nostalgia dell’uomo anziano. Ma sin da allora la ribalta nazionale non gli basta. Nel 1947 si arruola in una spedizione per rovesciare il dittatore di Santo Domingo Rafael Leónidas Trujillo. Nel 1948, mentre è a Bogotá per un congresso studentesco, si unisce alla sommossa che i liberali colombiani scatenano quando il loro leader carismatico Jorge Eliecer Gaitán è assassinato da un conservatore. Quando sente i primi spari, si butta per strada, raccatta un fucile e una sciabola, si mette un cappello e una giacca da poliziotto e impazza per tre giorni assaltando caserme ed edifici pubblici. Entrambe le esperienze finiscono nel grottesco. Dalla retata con cui la polizia blocca l’impresa dominicana, si salva squagliandosela di soppiatto su una barchetta che ha tenuto pronta per ogni evenienza. Da Bogotá è rimpatriato d’urgenza su un aereo stalla carico di tori muggenti che “non gli fanno chiudere occhio”. Ma alla stampa racconta avventure che iniziano a costruire la sua leggenda.

Dagli sbirri dominicani , dice, si è salvato buttandosi in mare e nuotando per un tratto infestato da pescecani. E nella rivolta di Bogotá confessa di aver “ammazzato tre preti”. Soprattutto la seconda è una balla grossa come una casa. Tra i morti, si saprà, non c’è stato neanche un religioso. Dopo il 1960, Fidel racconterà che in quei tempi era già diventato comunista. Ma alla campagna elettorale del 1948 partecipa come militante del Partito ortodosso, che si contrappone al corrotto governo del Partito autentico. I nomi delle due formazioni la dicono lunga sulla pochezza del dibattito ideologico. Entrambi i movimenti si considerano gli interpreti, “ortodossi” ed “autentici”, del pensiero di José Martí, il padre della patria morto durante la guerra d’indipendenza del 1895. “Vergüenza contra dinero!, “dignità contro denaro!”, grida nei suoi infuocati comizi radiofonici Eduardo Chibás, il passionale leader ortodosso. Ma alle urne arriva solo terzo. La batosta elettorale sembra far mettere a Fidel la testa a posto. Si sposa, fa un figlio, recupera in sei mesi gli esami che non ha fatto in due anni, si laurea e, nel 1950, apre un ufficio legale. Ma in tre anni di esercizio sono solo due i clienti in grado di pagargli una parcella. Non perché non sia bravo: è che preferisce difendere la gente che non ha il becco di un quattrino, arricchisce così la sua leggenda con il romantico blasone di “avvocato dei poveri”. Continuano in questi anni i rapporti, anche se burrascosi, con il padre, che non manca di far arrivare ogni mese il suo sostegno economico. Intanto, la situazione di Cuba precipita. Il 5 agosto 1951 Chibás si spara alla pancia in diretta radiofonica, per esortare i cubani a “svegliarsi”. “Muoio per Cuba”, farfuglia nell’agonia. La commozione è enorme. Fidel annuncia la sua candidatura alla Camera per la provincia dell’Avana alle elezioni del 1952, che promettono di portare gli ortodossi al potere a furor di popolo. Ma quel voto non si terrà mai. Il 10 marzo 1952 un golpe depone il presidente “autentico” Carlos Prío Socarrás, mettendo al suo posto il generale Fulgencio Batista. Sergente steno- grafo, quest’uomo di umili origini dalla faccia sempre sudata è arrivato ai vertici dell’esercito il 4 settembre 1933, dopo una rivolta di sottufficiali contro il governo conservatore di De Céspedes e gli alti gradi a lui allineati. Padrone indiretto dell’isola per sette anni con una serie di presidenti fantoccio, Batista si fa eleggere capo dello Stato nel 1940: il primo e, finora, l’unico della storia di Cuba ad avere sangue negro. Non dà inizialmente una cattiva prova.

E’ lui a far abolire il famigerato “Emendamento Platt”: l’articolo della costituzione che autorizza formalmente gli Stati Uniti ad intervenire militarmente nell’isola. E’ sempre lui a dare a Cuba, nel 1940, una nuova costituzione, tra le più avanzate dell’America Latina. Nel 1944 l’ex-dittatore si prende addirittura il lusso di farsi battere alle urne, e di tornarsene a casa in buon ordine. In fondo, è grazie a lui se a Cuba c’è una democrazia, sia pure inquinata da corruzione e violenza politica. Ed è sempre grazie a lui se negli anni Cinquanta l’isola conosce una relativa prosperità economica. Una leggenda dura a morire continua a ripetere ancora oggi che il regime castrista, per quante critiche gli si possano fare, ha avuto se non altro il merito di strappare il paese dalle secche del sottosviluppo, e di fornirlo dei servizi sociali migliori di tutto il Terzo Mondo. Ma i dati ufficiali dell’Onu ci rivelano che alla vigilia della rivoluzione l’isola ha indici che la pongono all’avanguardia in America Latina, e allo stesso livello globale dell’Italia: il quarto posto nel continente per numero di telefoni pro-capite; il terzo per automobili e radio; il secondo per il reddito; il primo per i televisori; la mortalità più bassa; un numero di medici pro-capite più alto che in Italia; un tasso di alfabetizzazione del 75%. In Italia, all’epoca, siamo all’80%. Vi sono sperequazioni sociali, è vero. Ma inferiori al resto dell’America Latina. E quanto alla famosa “prostituzione di massa”, è un fenomeno legato alla presenza di turisti con un potere d’acquisto molto più alto della popolazione locale. Tanto è vero che è ricomparso in maniera drammatica non appena il regime ha riaperto le frontiere. Particolare poco noto, comunque, ancora nel 1959 ben quindicimila cittadini italiani presentano regolare domanda di emigrazione al consolato cubano di Roma. Ed è lo stesso Fidel, in quell’anno, a vantarsi di “aver sfatato il mito che non si può fare una rivoluzione senza crisi economica”.

La Cuba degli anni ‘Cinquanta, insomma, non è l’Haiti o la Repubblica Dominicana di oggi, ma è piuttosto simile alla Taiwan degli anni Settanta, o all’Indonesia degli anni Novanta. Un paese che, proprio perché è cresciuto dal punto di vista economico, non accetta più quella corruzione, quelle diseguaglianze sociali e quell’autoritarismo che prima potevano sembrare inevitabili. L’inammissibile torto di Batista, nel 1952, è quello di mettersi contro l’evoluzione che lui stesso ha propiziato. E di farla così abortire. Fidel, dopo aver scritto all’ex-sergente una lettera di protesta, lo denuncia con acre sarcasmo al Tribunale di suprema garanzia per “violazione della Costituzione”. I giudici, dopo aver dato un’occhiata alle baionette che luccicano sui fucili dei soldati di guardia fuori della corte, rispondono imbarazzatissimi che l’impugnazione “è inammissibile” perché “è la rivoluzione la fonte di ogni legge”. Mai frase fu più incauta di questa rivolta all’ex-pistolero ammazzapreti, che prendendo i magistrati in parola inizia subito a organizzare un colpo di mano con un gruppo di militanti della Gioventù ortodossa. Il luogo prescelto è la caserma Moncada a Santiago, la città dove ha iniziato gli studi. La data è il 26 luglio 1953: 26 come il 1926, anno in cui è nato, come 26 sono i suoi anni nel momento della decisione. Una sciccheria cabalistica irresistibile, per un uomo che si vanta in continuazione di “essere nato sotto lo stesso segno di Simón Bolívar”. E che ha voluto andare in viaggio di nozze a New York, malgrado il proprio antiamericanismo ostinato, solo perché “lì è vissuto José Martí”.   L’assalto alla Moncada inizia alle 4,45 del 26 luglio 1953, quando 125 militanti della Gioventù Ortodossa si riuniscono nella fattoria di Siboney. Sono travestiti da soldati, con uniformi fatte in casa e armi prese al mercato nero. Sottovoce, cantano l’inno nazionale.

Poi salgono su 16 macchine, e si dirigono verso la caserma del primo reggimento di fanteria. Il carnevale impazza e c’è la ragionevole speranza che gran parte dei 428 uomini della guarnigione sarà troppo ubriaca per reagire. Metà degli autisti sbaglia strada. Quelli che arrivano, poi, sono in ritardo rispetto all’orario preventivato delle 5,15. “Aprite, arriva il generale!”, grida un ribelle. Mentre le tre sentinelle scattano sull’attenti, sette uomini saltano loro addosso, le disarmano, aprono la porta, corrono per le scale a occupare il centro radio. Una pattuglia di ronda si avvicina sospettosa. Giocando il tutto per tutto, Fidel preme sull’acceleratore, e punta sui soldati per travolgerli. Per un interminabile istante, il destino della rivoluzione resta sospeso sull’orlo del marciapiede. Ma la ruota si imballa, e il motore si spegne. Mentre un fuoco d’inferno si scatena, le sirene iniziano a suonare. L’azione è fallita. Nella battaglia sono morti 19 soldati e 10 ribelli. La propaganda castrista continua ancora a raccontare della ferocia con cui nei tre giorni successivi 59 fidelisti sono massacrati dopo essere stati presi prigionieri. Gli anticastristi, a loro volta, ricordano i decenni di carcere inflitti da Fidel ai suoi oppositori - compresi reduci dell’assalto alla Moncada, come Mario Chanes de Armas e Gustavo Arcos - e paragonano queste condanne alla sollecitudine con cui i condannati del 1953 sono graziati dopo un anno e mezzo. La verità è che sui fidelisti prigionieri si sfogano soprattutto i soldati del primo reggimento, imbestialiti per il pericolo corso. Il resto dell’esercito ha poca voglia di infierire su chi ha preso le armi contro un regime chiaramente illegale. Lo stesso tenente Pedro Sarría, quando cattura Fidel dopo una settimana di latitanza, impedisce ai suoi soldati di torcergli un capello, ed esprime al prigioniero la sua solidarietà. Dai militari, il no alla repressione si estende a tutto il paese.

La chiesa chiede clemenza. I giudici che condannano Fidel
a 15 anni gli permettono tuttavia di trasformare il processo in uno show, ascoltando per due ore senza fiatare la sua requisitoria contro il regime. “La storia mi assolverà!”, grida il ribelle. Batista, che non è abituato all’impopolarità, alla fine concede l’amnistia. E’ un arrivederci minaccioso quello con cui il 7 luglio 1955 Fidel si imbarca. “Lascio Cuba perché mi sono state chiuse tutte le porte per una lotta pacifica”. In Messico, Fidel contatta il tenente Alberto Bayo, un cubano che è stato ufficiale dei repubblicani spagnoli. E’ lui ad addestrare alla guerriglia il nuovo piccolo esercito che si forma. Intanto, si consuma il definitivo distacco dal Partito Ortodosso, con la costituzione formale del Movimento 26 Luglio (M-26-7). Il divorzio politico segue al divorzio familiare tra Fidel e la moglie, di cui in carcere ha scoperto che è un agente del ministero dell’Interno. E’ una vicenda penosa, anche per il litigio che segue intorno all’assegnazione del figlio Fidelito. Ma l’ostinato ribelle non si fa distrarre. Il 25 novembre 1956 la piccola armata salpa dal porto messicano di Tuxpan. Sono 82 gli uomini che si affollano sul Granma, un battello a due motori di quindici metri che non dovrebbe portare più di 25 persone. Due volte la vecchia carretta corre il rischio di affondare. Quando il 2 dicembre il Granma arriva sulla spiaggia di Niquero, nel sud-est di Cuba, “sembra più un naufragio che un approdo”, come racconterà in seguito Ernesto Guevara. E’ un medico argentino giramondo e idealista che si è unito ai ribelli in Messico. I cubani lo hanno ribattezzato “el Che”, per il tipico intercalare caraibico che ripete in continuazione. Un po’ come, in Italia, l’“aò” dei romani, l’“uè” dei milanesi e il “neh” dei torinesi. Nei piani, lo sbarco dovrebbe essere sincronizzato con un’insurrezione a Santiago. Ma Fidel è arrivato con 2 giorni di ritardo e la ribellione è stata già domata.

Per giunta nello sbarco è andata perduta la gran parte dei viveri
, ed i ribelli sono presto costretti a sopravvivere masticando pezzi di canna da zucchero. E’ seguendo una traccia di arbusti masticati incautamente lasciati sul terreno che il 5 dicembre le guardie rurali finiscono addosso all’Esercito Ribelle, come si è pomposamente ribattezzato. E’ un disastro peggio della Moncada. Su 82 uomini, 3 cadono in battaglia, 22 vengono giustiziati dopo la cattura, 22 finiscono in carcere, altri 19 scompaiono senza lasciare traccia. Solo 16, dopo essersi nascosti nelle piantagioni di canna da zucchero, riescono infine a raggrupparsi il 21 dicembre sulla Sierra Maestra. “Un uomo con un fucile può qui far fronte a dieci, senza paura delle pallottole”, ha scritto su questa catena montuosa di 1.000 metri Pablo de la Torriente: un giornalista cubano morto in Spagna con le Brigate Internazionali. Cinquantamila persone vi strappano penosamente di che vivere dalla roccia. Per lo più, sono contadini cacciati dalla pianura per l’espandersi del latifondo, o operai licenziati. Disperati che occupano la terra senza alcun titolo di proprietà, e che Fidel ha già individuato come la miglior massa di manovra per la sua rivoluzione. La retorica di regime, negli anni a venire, celebrerà fino alla nausea l’epopea di questi montanari che hanno giurato di non tagliarsi più la barba fino a quando la dittatura non sarà stata abbattuta. Eppure, i dati ufficiali sulla consistenza dell’Esercito Ribelle ci narrano di una storia diversa: 50 uomini nei primi mesi del 1957; 80 a maggio; 200 a dicembre; 300 nell’aprile 1958; non più di 2.000 al momento della spallata finale sull’Avana. D’altra parte, è anche il fallimento dello “sciopero generale rivoluzionario” indetto per il 9 aprile 1958 a dimostrare come i cubani, nella loro stragrande maggioranza, guardino la lotta alla finestra, aspettando di vedere chi è il vincitore. Ma la ristretta minoranza che sta con Fidel è determinata. I soldati di Batista, invece, sono demotivati. I profittatori di regime pensano più a portare in salvo le ricchezze mal guadagnate che a farsi ammazzare. E lo stesso dittatore permette a quel pugno di ribelli di organizzarsi indisturbati, solo perché la “guerra” gli consente di approvare bilanci e spese straordinarie, aggirando i controlli della Corte dei Conti. Solo nel settembre 1957, quando la marina tenta di ammutinarsi, il dittatore comincia a preoccuparsi. E l’allarme cresce nel marzo successivo, alla notizia che Washington ha decretato l’embargo sulle forniture di armi.

Atterrito dalla prospettiva di perdere l’appoggio di forze armate e americani, le due colonne del suo regime, il 24 maggio 1958 Batista lancia contro i ribelli un’offensiva che vorrebbe essere risolutiva. Due colonne avanzano sulla Sierra dalla pianura, mentre una terza sbarca dal mare. Sono 10 mila uomini contro 300. Ma i ribelli hanno avuto tutto il tempo di sistemarsi in posizioni munitissime, mentre il morale dei soldati è sempre più basso. Convinto dell’importanza della guerra psicologica, Fidel li bombarda da altoparlanti con esortazioni a disertare, mentre dà ordine ai suoi di sparare sempre “al primo della fila”. La battaglia dura 76 giorni. Quando l’esercito di Batista inizia a ripiegare, abbandonando armi e materiali, la guerra è in pratica decisa. Il 21 agosto Fidel ordina l’offensiva. Il 7 novembre investe Santiago. Il 20 dicembre cade Sancti Spiritus. Il 24 dicembre si arrende la guarnigione di Santa Clara. Il primo gennaio 1959, dopo aver salutato l’anno vecchio con evviva e champagne, Batista imbarca familiari e collaboratori su due aerei e dirige verso la Repubblica dominicana. La guerra rivoluzionaria è finita. Il più sorpreso di tutti, per questa conclusione improvvisa, è lo stesso Fidel, che arriverà all’Avana solo una settimana dopo. Lo precede di sei giorni Ernesto Che Guevara.    Come e perché Fidel Castro sia divenuto marxista-leninista è tra i temi più dibattuti nella storiografia Usa del XX secolo. Per i liberal, fu la Casa Bianca a non capire la rivoluzione cubana, per pregiudizio, e a spingerla così tra le braccia di Mosca. Per i conservatori, è stato invece Fidel a nascondere fino all’ultimo la propria fede comunista, per meglio ingannare il popolo sulle sue reali intenzioni. Paradossalmente, è lo stesso líder maximo ad accreditare quest’ultima analisi, quando afferma di essersi convertito al socialismo scientifico già dal 1948, e di averlo nascosto perché a Cuba “i tempi non erano ancora maturi”.

Ma Fidel è un dialettico abilissimo a rigirare le frittate.
Nessun documento dimostra una sua adesione al marxismo prima del 17 aprile 1961. Quella di comunista, d’altronde, negli anni 50, è a Cuba un’etichetta disprezzata. Al punto che il Partito comunista cubano nel 1944 si mimetizza da “Socialista popolare” (Psp). Sono gli stessi comunisti a rovinarsi la reputazione, con le proprie continue giravolte: alleati nel 1933 del dittatore Machado dopo averlo combattuto, nel 1940 entrano nel governo di Batista, e nel 1953 tacciano l’attacco alla Moncada di “avventurismo piccolo borghese”. Solo nel 1958 si uniscono alla lotta armata. Oltre al Psp, contro Batista ha combattuto anche il Direttorio studentesco rivoluzionario (Der): una formazione di tendenze vagamente cristiano-sociali, che crea un nucleo guerrigliero sulle montagne dell’Escambray, dopo che il meglio della sua leadership è rimasto annientato nel 1957 in un attacco suicida al palazzo presidenziale. Sempre sul “Secondo fronte” dell’Escambray hanno agito militanti del vecchio Partito Autentico ed ex-militari che si sono dati alla macchia dopo il fallito ammutinamento della marina militare. In tutto, Psp, Der, autentici e militari hanno schierato un migliaio di guerriglieri. Il Movimento 26 Luglio di Fidel ne ha invece portati alla lotta 2.000. Ma la sua ideologia, nel 1959, è indefinita. In seguito, si parlerà molto del contrasto tra i militanti moderati delle città e quelli radicali della montagna. Ma anche importanti dirigenti della sierra sono anticomunisti. Ad esempio Huber Matos, o Humberto Sori-Marín. La spaccatura attraversa la stessa famiglia Castro. Dei fratelli impegnati nella lotta, Raúl è considerato, assieme a Ernesto Che Guevara, il principale veicolo di influenza marxista nel Movimento. Ramón ostenta la propria fede cattolica. E Juana, dopo la comunistizzazione del regime andrà in esilio, e diventerà uno dei leader dell’opposizione di Miami. Per Fidel, in realtà, l’alleanza con l’Unione Sovietica non è un fine, ma il mezzo con cui portare avanti la sua ossessione ideologica, l’antiamericanismo.

Anche perché, in un paese come Cuba, da sempre umiliato per le pesanti interferenze Usa, può essere proprio la lotta serrata agli yankee la scusa migliore per imporre un potere assoluto. “Quando questa guerra finirà”, scrive in una lettera del 5 giugno 1958, “ne comincerò un’altra, per me, molto più lunga e grande: sarà la guerra che farò contro gli americani”. A rinfocolare i suoi antichi risentimenti sono state le armi che Washington ha continuato a fornire al regime che lui combatte, anche dopo l’annuncio formale del “non intervento”. Ma la linea di Washington non è univoca. La Cia, ad esempio, invia anche a lui aiuti, per un ammontare di 50 mila dollari. E dopo la fuga di Batista sono gli Stati Uniti il primo paese a riconoscere il nuovo governo rivoluzionario. Capo dello Stato provvisorio è l’ex-magistrato Manuel Urrutía Lleó, premier è José Miró Cardona, un altro moderato. Su 15 membri del governo, solo 3 vengono dalla guerriglia. In capo a due anni, 6 di loro saranno in esilio e uno sarà stato fucilato. Fidel si “ac- contenta” di rimanere alla testa dell’Esercito Ribelle. Ma non ci mette molto a far capire chi comanda sul serio. Il 13 febbraio “convince” il presidente a destituire Miró Cardona, e ne prende il posto. Pur continuando a ripetere che “la nostra rivoluzione non è rossa, ma verde come le palme”, comincia a dire che “elezioni veramente democratiche” si potranno fare solo “quando tutti avranno un lavoro, la riforma agraria sarà una realtà, tutti i bambini andranno a scuola, tutte le famiglie avranno accesso agli ospedali, tutti i cubani conosceranno i loro diritti e doveri e sapranno leggere e scrivere”.

Sotto banco, ha intanto iniziato a trattare con Carlos Rafael Rodríguez, il machiavellico leader comunista che è stato ministro di Batista. Con l’aiuto del Psp, organizza scuole ideologiche per gli uomini del Movimento 26 Luglio. Il 17 maggio, crea un Istituto nazionale di riforma agraria che si trasforma in un vero e proprio governo parallelo. A giugno caccia dal governo il ministro degli Esteri Roberto Agromonte, filo-americano. Perfino l’ingenuo Urrutía, a questo punto, capisce che le cose stanno prendendo una brutta piega, e cerca di resistere rifiutandosi di firmare le leggi. Mobilitando la piazza e l’Esercito Ribelle, Fidel costringe anche lui alle dimissioni, e lo sostituisce con un proprio uomo di fiducia, Osvaldo Dorticós. Il 21 ottobre Fidel fa arrestare per “tradimento” Huber Matos, che ha scritto una lettera di protesta contro l’“infiltrazione dei comunisti”. Il 26 novembre si dimette il ministro dei Lavori pubblici Manuel Ray: un leader urbano del Movimento, che va in esilio a Miami. Migliaia di cubani seguono la stessa strada. Dopo trentotto anni, sarà un decimo della popolazione che sceglierà di “votare con i piedi”. Cataneo, un famoso cantante di rumba, quando Fidel è entrato all’Avana ha detto: “Si salveranno solo quelli che sanno nuotare”. La gente inizia a chiamarlo “il profeta”. L’evoluzione è evidente quando Raúl diventa ministro della Difesa. Contemporaneamente il Che è nominato ministro dell’Industria e direttore della Banca centrale. Si narra che Fidel, al termine di un’estenuante riunione, abbia chiesto: “Chi di voi è economista?”. E che l’argentino, svegliandosi di soprassalto dal dormiveglia, abbia gridato: “Io! Io!”, avendo capito “chi di voi è comunista?”.

Gli Stati Uniti non hanno ancora fatto ufficialmente alcun gesto ostile. Ma il 4 febbraio 1960 il vice-presidente sovietico Anastas Mikoyan va in visita a Cuba e stende le basi per l’alleanza tra i due paesi. Secondo Fidel, la Cia getta la maschera il 4 marzo 1960, quando nel porto dell’Avana salta in aria una nave francese carica di armi che Cuba ha acquistato in Belgio. E’ durante i funerali delle 81 vittime che al Che viene scattata la famosa foto. Prove del “sabotaggio” non ne sono però mai emerse, e il Dipartimento di Stato ha sempre accusato la “colpevole leggerezza” con cui nello scarico degli esplosivi i cubani hanno violato tutte le norme internazionali di sicurezza. Ad ogni modo, l’escalation è iniziata. Alla legge con cui il 6 agosto 1960 Fidel nazionalizza proprietà fondiarie statunitensi per 250 milioni di dollari, Washington risponde a settembre iniziando a paracadutare aiuti ai gruppi armati anticastristi che si sono sollevati sull’Escambray. Il 13 ottobre Fidel espropria altre 382 società industriali e commerciali. Il 19 ottobre gli americani dichiarano l’embargo commerciale. Il 31 gennaio 1961 rompono le relazioni diplomatiche. Il 17 aprile 1961, infine, 1.500 anticastrisi armati dalla Cia sbarcano a Playa Girón, tentando di sollevare l’isola contro Castro. L’impresa sarà un disastro. E del successivo disimpegno americano saranno vittime anche i ribelli dell’Escambray, sterminati dopo spietati rastrellamenti.

Gli anticastristi hanno avuto il torto di credere nell’illusione che lo stesso Fidel ha creato: la possibilità di innescare una rivoluzione con il semplice esempio di un “focolare” guerrigliero. Quel 17 aprile Fidel chiama per la prima volta alla difesa della “repubblica socialista”. Cuba è ormai un paese comunista anche dal punto di vista formale. Il 3 luglio 1962, Partito socialista popolare, Movimento 26 Luglio e Direttorio studentesco rivoluzionario vengono fusi nelle Organizzazioni rivoluzionarie integrate (Ori). Inizia l’era del partito unico. Per Fidel Castro essere comunisti o anticomunisti, in fondo, è secondario, rispetto alla fedeltà al capo, lo dimostrano le epurazioni all’interno del Movimento 26 luglio che hanno colpito sia a destra che a sinistra. I “socialisti popolari”, poi, sono considerati particolarmente pericolosi perché per loro l’alleanza con l’Urss non è una scelta tattica, ma ci credono sul serio. Non a caso, le due “lezioni” nei loro confronti vengono in due momenti di difficoltà tra Fidel e Mosca. Il primo è poco prima della crisi dell’ottobre 1962, quando Kennedy decreta il blocco navale dopo aver scoperto che i sovietici hanno installato su Cuba missili atomici. Per una settimana, tra il 21 ed il 28, la pace è in bilico. La guerra nucleare è evitata dalla decisione di Kruscëv di fermare le navi da guerra sovietiche dirette all’isola. Le rampe verranno tolte, in cambio del ritiro di altre rampe Usa dalla Turchia. Il mondo tira un sospiro di sollievo. Ma Fidel è furibondo. “Nikita mariquita, lo que se dá no se quita”, cantano per le vie dell’Avana i militanti delle organizzazioni di massa del regime. “Nikita frocetto, quello che si dà non si toglie”. Un leader più impulsivo potrebbe andare alla rottura. Ma Cuba è appena stata espulsa dall’Organizzazione degli Stati americani, e l’ambizioso piano di industrializzazione lanciato dal Che è fallito. Fidel sa che la sopravvivenza del suo regime dipende dall’aiuto sovietico, e nella primavera del 1963 ricuce i rapporti con un viaggio in Unione Sovietica la cui durata entra nel Guinness dei primati delle visite ufficiali: 40 giorni. Castro, però, insiste nel voler esportare la rivoluzione nel Terzo Mondo, mentre l’Urss punta sulla coesistenza pacifica.

Alla costituzione di quella specie di internazionale sovversiva terzomondista definita Conferenza tricontinentale, Mosca risponde tagliando le forniture di petrolio. E Fidel si vendica con la nuova purga sugli ex-Psp. La morte di Ernesto Che Guevara in Bolivia porta alla riconciliazione definitiva, sancita dall’approvazione dell’invasione in Cecoslovacchia. Di nuovo, con la fine dell’illusione guerrigliera, Fidel si rende conto che non ha alternative. E col Che, poi, viene meno il piantagrane che più ha messo zizzania tra Cuba e l’Unione Sovietica. Fino al punto di affermare, in un famoso seminario ad Algeri del febbraio 1965, che Mosca “si rendeva complice dello sfruttamento capitalistico”. Già nel 1967 qualche giornalista avanza il sospetto che Guevara sia stato mandato apposta al macello in un’impresa impossibile. L’ipotesi, liquidata da Fidel con sdegno, è stata ora rilanciata da Daniel Alarcón Ramírez, il “Comandante Benigno” che prese il comando dei guerriglieri in Bolivia dopo la cattura del Che. “E’ evidente che i sovietici chiesero a Fidel di chiudere tutta la faccenda, pena l’immediata sospensione dei loro aiuti”, ha affermato l’ex-guerrigliero, dopo aver rotto col regime ed essere andato in esilio a Parigi. Anche Camilo Cienfuegos, il leg- gendario comandante guerrigliero sparito in un misterioso incidente aereo nell’ottobre 1959, sarebbe stato per lui fatto togliere di mezzo da Fidel perché stava diventando troppo popolare. L’insofferenza di Fidel per ogni fronda anche potenziale sarebbe stata poi all’origine della fine di Arnaldo Ochoa, il generale condannato alla fucilazione nel 1989 per un’oscura vicenda di narcotraffico. E, secondo Benigno, l’ira di Fidel per essere stato contraddetto in una riunione avrebbe portato nel 1990 all’arresto perfino di Juan Almeida, il negro comandante di una colonna dell’Esercito Ribelle. La minaccia di un’insurrezione della popolazione di colore, e il fatto che la notizia era filtrata a Miami, avrebbe poi convinto Fidel a “far comparire Almeida in pubblico, indossando l’uniforme militare e le sue mostrine di Comandante della rivoluzione”. “Da allora”, afferma Benigno, “Juan Almeida continua regolarmente a rendere visita, in compagnia di Raúl Castro, a unità militari, centri industriali, sedi provinciali di partito. Ma non si sa se sia libero o prigioniero”. La colpa di Almeida? Aver detto a Fidel di spiegare alla gente che, con la dissoluzione dell’Urss, i tempi delle vacche grasse sono finiti. Fino al ’90, Mosca fornisce a Cuba in cambio del suo zucchero il 70% di tutto il suo fabbisogno in beni. Una cifra colossale, che l’economista Irina Zorina, dell’ex-Accademia delle Scienze dell’Urss, calcola in 100 mila milioni di dollari in 32 anni.

Più di quanto non hanno ricevuto tutti i paesi dell’Europa occidentale con il piano Marshall e tutti i paesi latino-americani con l’Alleanza per il progresso messi insieme. Così Fidel ha creato il suo consenso di massa. I suoi estimatori parlano di “Stato sociale avanzatissimo”. In realtà, non è che una variante pseudo-comunista del clientelismo latino-americano. La stessa politica di redistribuzione selvaggia e sperpero della rendita da materie prime di Perón in Argentina dopo la seconda guerra mondiale, dei governi colorados in Uruguay nella prima metà del secolo, della “democrazia petrolifera” venezuelana tra il ’58 e l’89. Non è mai stata l’Urss però a teleguidare Fidel. All’inizio, piuttosto, è Fidel a ricattare i sovietici, minacciando di creare guai. Poi, dopo il disastro Usa in Vietnam nel 1975, li convince che l’Occidente sta ormai mollando la presa nel Terzo Mondo. Se non proprio in America Latina, la rivoluzione può ormai essere esportata tranquillamente in Africa e Asia. Iniziano le “missioni internazionaliste”, in cui l’Urss mette i soldi, e Fidel gli uomini. “Cuba paga il suo pane e cipolla con camion di soldati”, dice una canzone di protesta che si diffonde in questi anni. Il conto in vite, tutto sommato, è basso. Queste le stime di Benigno: 2.500 morti in Uganda e Angola, 20 in Venezuela, alcune decine in Nicaragua, 8 in Argentina, 14 col Che in Bolivia, 35 in Cile nel 1973, 6 a Santo Domingo nel 1959, 11 a Grenada nel 1985, 41 in Guinea-Bissau, 5 in Sierra Leone, 11 in Guinea, 3 in Somalia, 19 nel Sahara Occidentale, 3 in Libano, 150 in Etiopia, 5 nello Yemen, 7 in Algeria, 400 nello Zaire. Ma l’Unione Sovietica è letteralmente stroncata dalle spese di questa politica mondiale per cui non ha le risorse. Dimentico della promessa del Che degli anni 60 (Cuba avrebbe superato il reddito pro-capite degli Usa), Fidel riscopre l’ecologia. “Io direi che non sarebbe salubre che tutti avessero l’automobile. E poi non sarebbe fattibile. Pensiamo alla Cina, che ha più di un miliardo di abitanti. Immaginiamo, per un attimo, ogni famiglia cinese con una o due automobili. Quanto durerebbe la materia prima per un’industria automobilistica del genere? Quanto durerebbe il petrolio di tutto il mondo con un simile numero di macchine?”. Predicando l’austerity, dollarizza intanto gli scambi, aprendo anche ai cubani i negozi in valuta prima riservati ai turisti. E svende letteralmente le imprese di Stato al capitale straniero, per creare una lobby internazionale interessata alla sopravvivenza del suo regime. Ma con le sue ossessioni autocratiche blocca ogni libera iniziativa locale che non sia di dimensioni minuscole. Il cerchio si è chiuso. Di zucchero, esportazione di carne e turismo viveva la Cuba di Batista. Di zucchero e turismo vive la Cuba di oggi, visto che la fissazione di Fidel di essere un genio della ricerca biotecnologica ha affondato l’allevamento. Mc Castro sono chiamati dalla gente gli insipidi hamburger di soia e grasso di maiale che i cubani sono costretti a mangiare da quando gli esperimenti di Fidel per incrociare razze bovine tropicali da carne con razze nordiche da latte hanno prodotto mucche che continuano a dare il poco latte di prima, ma muoiono per il caldo e forniscono carne immangiabile. La prostituzione turistica è tornata ad imperversare. Le imprese in mano agli stranieri sono più che nel ’59, visto che ai cubani non è consentito di fare gli imprenditori. In compenso, non c’è più traccia degli odiati americani.

Ma Fidel, dopo averli cacciati, è ora furibondo perché gli yankee si sono offesi e, decretando l’embargo, hanno detto fin dal ’60 che non vogliono investire in paesi dove i loro investimenti vengono poi nazionalizzati. Rispetto al ’59, Cuba vince più medaglie olimpiche. E la sua autorevolezza, in campo internazionale, è senza dubbio maggiore. A merito di Fidel, si può dire che la sua semplice presenza ha costretto gli Stati Uniti ha comportarsi in America Latina in maniera meno arrogante e più responsabile. Ed è stato anche questo fattore alla base dello sviluppo che i paesi del continente hanno conosciuto negli ultimi anni. Le polemiche sull’autoritarismo, in fondo, lasciano il tempo che trovano. Fidel è stato un dittatore, ma non il peggiore di quelli che l’America Latina ha conosciuto. Anche se, essendo rimasto l’ultimo, attira indubbiamente l’attenzione. Fidel, però, ha sottratto Cuba a questa rivoluzione. E ha distratto l’America Latina dal percorrerla fino in fondo, con la falsa profezia di un modello nuovo che era invece solo la riverniciatura del vecchio autoritarismo patriarcale. Se la storia lo condannerà, sarà questa la principale imputazione. 

P.S. “Che”, non è un intercalare caraibico, come scritto erroneamente l’altro ieri, ma platense, Ernesto Guevara, infatti, era argentino. 

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