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Seve l’artigiano matto

Il golfista spagnolo Severiano Ballesteros, il più grande campione europeo di golf di tutti i tempi, è morto sabato scorso a 54 anni. L'ex atleta era malato di cancro. Due anni fa, nell'ottobre del 2008, quando Ballesteros era già malato, il Foglio lo aveva ritratto così.

30 Luglio 2009 alle 00:00

 Il golfista spagnolo Severiano Ballesteros, il più grande campione europeo di golf di tutti i tempi, è morto sabato scorso a 54 anni. L'ex atleta era malato di cancro. Due anni fa, nell'ottobre del 2008, quando Ballesteros era già malato, il Foglio lo aveva ritratto così.

I medici ci diranno tra qualche giorno che cosa succede nel cervello di Severiano Ballesteros, se il cancro che lo ha reso smunto e incupito e irriconoscibile gli darà una tregua, e se sì, quanto lunga. Certi mali non lasciano speranze, ma i tifosi e i nostalgici non si fanno spaventare neppure dalla notizia più brutta del mondo. Ballesteros è come Superman, non può morire. Lui è un genio, uno che tiene incollato agli schermi delle tv anche chi non sa che cos’è un campo da golf, anche chi lo sa bene, e per questo lo evita. Perché Severiano è magia e talento, è fantasia e spettacolo, è tutto quello che oggi, in questo golf atletico e perfetto, non esiste quasi più, se non in qualche raro colpo, in qualche sprazzo di sregolatezza. Severiano è il golf degli anni Ottanta, quello dei pochi appassionati, quello degli snob che pensavano di darsi un tono tra sacche e circoli esclusivi e si ritrovavano più volgari che mai a tirare mazzate a una palla, sacramentando come marinai. Severiano è quel che sta in mezzo, nell’immaginario, tra il golf in giacca e cravatta con bastoni di legno e il golf in magliette tecnologiche antiattrito con bastoni che si autocorreggono. Lui è lì, con il sorrisetto furbo, la zazzera, un braccio più lungo dell’altro di un paio di centimetri – secondo alcuni, il segreto del suo successo.

La sua strada era già scritta. Severiano è nato in una famiglia di golfisti e il golf è un’ossessione che si tramanda di padre in figlio, di marito in moglie, di cugino in nipote, è ben più solida di una farmacia. Basta un contagiato per rifondare tradizioni e abitudini familiari secolari. Weekend sacrificati per una partenza all’alba, alla domenica mattina, perché si sa che prima parti meglio giochi, il campo non è tutto pestato dagli altri e in quell’atmosfera da pionieri tutto può accadere. Cene boicottate per sfruttare l’ultimo sole, quando d’estate la palla corre molto di più, il terreno è secco, ci si sente campioni a ogni tiro incocciato giusto. Vacanze studiate in base ai campi da golf più belli e accessibili, lo sanno anche i bambini che i campi sono sempre in posti meravigliosi e curatissimi (solo per la cronaca: il circolo di Monza, uno dei tracciati più belli d’Italia, confina con l’autodromo, alla faccia di quella favola idilliaca che vuole i golfisti immersi nel silenzio tra scoiattoli e farfalle e nasi all’insù). Soprattutto il golf in famiglia è competizione furibonda. C’è una regola non scritta che vuole che i familiari non giochino mai insieme, men che meno nelle gare a coppie. Succedono cose mai viste: fratelli che non si rivolgono più la parola per anni a causa di un putt sbagliato da distanze indecenti; mogli che sospendono i doveri coniugali per vendicarsi di quel drive improvvido tirato dal marito sempre troppo sicuro di sé; giovani coppie sfaldate da una divergenza strategica nata da una palla mezza ingiocabile in un bunker. Cose così, leggende che si riempiono di particolari alle cene di Natale.

I golfisti sono matti. Severiano è matto. Con un papà, uno zio e due fratelli fortissimi, a sei anni già maneggiava ferri e legni da golf. Il suo prediletto, unico bastone nella sacca di bambino per molto tempo, era un ferro tre, che è come dire che uno comincia a sciare su una nera con gli sci lunghi due volte la sua altezza. Tanto per capirci: oggi che le attrezzature costituiscono il 60 per cento del successo di un golfista, il ferro tre non esiste nemmeno più, è troppo difficile, troppo delicato, con un margine di errore altissimo, non vale la pena. Ecco, Severiano per anni ha giocato soltanto con un arnese del genere, lo tirava da tutti i posti, che fosse nel mezzo del fairway o nel mezzo del bosco, lo tirava forte, piano, mezzo, schiacciato, alto. Era la sua bacchetta magica. Da lì, dalla smania competitiva da fratellino più piccolo, da un ferraccio tre, è nata la stella di Ballesteros.

Non ha mai smesso di inventarsi colpi impossibili. Anzi, sembrava quasi facesse apposta a sparare quei drive da tutte le parti, mai che si lasciasse un colpo semplice al green, era sempre in affanno, sempre in recupero, sempre a dare spettacolo. Esibizionista, battagliero, furbo. Lo lasciavi in testa di un paio di colpi e, dopo qualche buca, lo ritrovavi superato, e poi il giorno dopo leggevi: ha vinto Ballesteros. Soltanto l’ultimo Tiger Woods, quello che ha conquistato tutto e di più (sbaragliando un record detenuto dallo stesso Severiano) e che ha cominciato a divertirsi e divertire poco prima che il ginocchio lo tradisse, ha un qualcosa di quel genio. Perché il golf è bello quando è sregolato, quando fai uscite strepitose dal bunker, quando giochi una palla con i piedi nel laghetto, scalzo con i pantaloni arrotolati, quando devi far spostare tutto il pubblico perché stai per inventarti un colpo folle tra due tronchi enormi ed è più facile ammazzare qualcuno con il rimbalzo sbagliato piuttosto che arrivare in green. Questo è il golf che emoziona e che fa sognare, quello in cui tutti si possono immedesimare, è il golf sport bastardissimo, che ti regala sempre qualche soddisfazione anche nelle giornate più nere, così non molli, il weekend dopo sei ancora lì, vestito di tutto punto, con la sacca in spalla, sicuro che sia la giornata della svolta.

Con questa sregolatezza, Ballesteros è arrivato secondo al British Open all’età di 19 anni. Era il 1976, al terzo giro Seve era in testa. El matador, dicevano con poca originalità i commentatori increduli: al posto dei simpatici vecchietti che non mollavano mai, al posto di quella generazione nuova che stava sdoganando l’old golf, a guidare il British Open – uno dei quattro tornei più importanti del mondo, che si è svolto per decenni nel tempio del golf, l’impossibile Old Course di Saint Andrews, dove tira un vento gelido perenne, ci sono green enormi tutti gobbe e pendenze, i bunker sono come buchi, trappole mortali che i giocatori evitano anche a costo di allungare la buca di cento metri – c’era un ragazzino. Uno che sbucava dai boschi come un folletto, stringendo il ferro in mano, con il ghigno dei forti appiccicato sulla faccia. L’esperienza non è un’invenzione e le gare di golf sono troppo lunghe per permettere i bluff – quattro giorni, 18 buche al dì, che pretendono quattro ore di concentrazione continua.

Chi vince non vince per caso. Al massimo vince di un soffio, ma non per caso. E infatti Seve non vinse. Aveva fatto vedere di che recuperi era capace, aveva fatto capire di essere pericoloso, quello che quel mito di Lee Trevino definiva “uno di loro”, uno di quelli che, in ogni generazione, sono un pochino meglio degli altri. Tre anni dopo, Ballesteros il British Open lo vinse. Una magia che è restata negli annali della storia del golf, perché quel ragazzino matto, quell’Arnold Palmer europeo, riuscì a portare a casa il prestigioso trofeo inventandosi un birdie con un colpo da un parcheggio. Mise a segno prodezze che la maggior parte dei presenti non osava nemmeno sognare. Nervoso e tonico, incominciò quella cavalcata che lo portò a vincere il British Open altre due volte, il Master di Augusta per due volte – quella giacca verde addosso, indimenticabile – a vincere sei gare del tour consecutive nella primavera-estate del 1980, a inanellare record su record, riuscendo a far litigare la federazione americana con quella europea, perché voleva giocare un po’ di qui e un po’ di là, ma non gli importava nulla di trovare l’equilibrio che andasse bene a sponsor, federazioni, avversari.

Proprio nella sfida tradizionale tra Europa e America, la Ryder Cup, Ballesteros svelò la sua forza dirompente. La Ryder Cup non è soltanto una sfida transatlantica che a ogni edizione si porta dietro un carrozzone di analisi sullo stato degli equilibri geopolitici (carrozzone diventato ingovernabile da quando le relazioni si sono veramente incrinate, i politologi riescono a vedere anche su un green i segnali della frattura insanabile). La Ryder è soprattutto la gara in cui il golfista rinuncia al suo individualismo e diventa parte di una squadra (anche la World Cup è a squadre, ma non sentirete mai nessuno, neppure gli invasati, dire che ha pianto per un qualcosa successo alla World Cup). Alla Ryder persino Tiger Woods ha svelato un volto umano, è sceso dall’Olimpo degli idoli vitaminizzati tutti precisione e Gatorade e si è messo a scherzare, a fare comunella con i compagni di squadra, signori di mezza età con la pancetta e la birra facile. Alla Ryder il golfista non è solo. Non sfida il campo, l’avversario che gioca con lui e il tabellone trasportato dai volonterosi con i risultati degli altri. Non solo, almeno. Alla Ryder c’è un via vai di car con i capitani delle squadre che chiedono come va, danno la linea di un putt, rincuorano, suggeriscono strategie. Ci sono i compagni di squadra in panchina che saltellano per il campo, da una buca all’altra, per portare panini e consigli. Non ci sono più golfisti silenziosi e concentrati e stizziti quando un applauso da un’altra buca li distrae dal colpo decisivo. Si trasformano in rugbisti per i quali la squadra è tutto, anche a costo di farsi stritolare un orecchio dall’energumeno avversario.

Alla Ryder Ballesteros ha segnato i suoi record. Perché è una gara che si gioca buca per buca, non bisogna essere per forza costanti, bisogna battere l’avversario (a volte gli avversari, alcuni match si giocano a coppie) colpo su colpo. Ecco, immaginatevi di trovarvi di fronte uno che sventaglia drive a destra e a sinistra, che quasi non riuscite a vedere perché sta sempre inguattato in qualche angolo impensabile del campo, che sembra sempre spacciato e che, non si sa come, riesce a inventarsi un modo per tornare in gara. Roba da esaurimento nervoso. Nella sua carriera Ballesteros ha vinto 20 incontri su 37 contro gli americani, nessuno ha mai fatto come lui. In coppia con l’altro spagnolo di quegli anni magici, sempre secondo ma sempre sorridente, José María Olazábal, ha vinto undici match su 15, il dream team della storia della Ryder. In quegli scontri diretti, in quell’atmosfera da movida, che si concludeva sempre con bagni di champagne e scherzi da collegiali in libera uscita, Seve ha lasciato la sua vera, indimenticabile impronta.

In quegli anni, con lui cresceva un altro astro. Quello di Nick Faldo, l’inglese con la biondissima caddie donna, che tutti volevano dipingere come l’acerrimo nemico di Ballesteros. S’è fantasticato parecchio sulle loro liti, sul loro astio, sul folletto dei boschi contro il peso massimo. Il tempo ha poi rivelato che c’era competizione, ma non odio. Rappresentavano semplicemente due mondi diversi, Venere e Marte, due modi di giocare a golf ugualmente stupendi, ma agli antipodi. L’istinto contro la tecnica. Faldo avrebbe addirittura abbandonato le gare, a metà degli anni Ottanta, per ricostruire da principio il suo swing. con l’aiuto del guru David Leadbetter. Sarebbe ritornato più forte che mai, Faldo, mentre Severiano stava già camminando sulla via del declino. Avrebbe scritto manuali su manuali, Faldo, per spiegare lo swing perfetto, e una generazione di ragazzini sarebbe cresciuta con quel modello stampato nella testa. Il golf era cambiato. Stava diventando com’è oggi, il cervello ha vinto sul cuore. La tecnica ha preso il sopravvento sull’istinto, la storia era già pronta per la rivoluzione di Tiger, la perfezione coniugata a un carattere di ferro, la forma fisica impeccabile coniugata con ferri e legni di straordinaria precisione. Lo standard cominciava a essere più importante della fantasia. Un artigiano del golf come Ballesteros era destinato a essere superato dai nuovi campioni della catena di montaggio.

Lui l’ha presa bene, non ha perso il sorriso, si è trasformato in un talent scout, con la smania di far tornare in Europa il baricentro di una tradizione golfistica che in Europa era nata e che, come tante altre cose, era diventata pane degli americani. Ha fatto il capitano della Ryder Cup, e rivederlo lì è stato un colpo, c’è chi avrebbe pagato per fargli giocare ancora un match, uno soltanto, contro chiunque. L’avrebbe vinto, non ci sono dubbi, con il braccialetto al polso, feticcio imprescindibile, con la magia della sregolatezza. Nel 2007 si è ritirato, pochi giorni fa ha detto di avere un tumore al cervello. I medici ci daranno, tra qualche giorno, il ritmo alle lacrime. Anche se i fan e i nostalgici sono sicuri che la materia di cui sono fatti certi eroi li salverà da tutto, come Lance Armstrong, come Superman.

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